Chi non ha vissuto le vicende della prima Repubblica e le smanie dei partiti coglie con difficoltà i segnali della stagione nuova, chiamata seconda o terza Repubblica. Gli è impossibile provare lo stupore con cui i sopravvissuti guardano alle conflittualità dei nostri giorni. E’ cambiato tutto, ma non è cambiato niente. La vecchia ed abusata citazione gattopardiana disegna con bonaria sufficienza la realtà. Non ci sono più i vecchi partiti, nemmeno quelli che hanno conservato il nome, come i partiti comunisti, sono gli stessi, perché sono diventati gruppuscoli di alcuna influenza nel panorama politico ed agiscono da gruppuscoli.
Gli altri non hanno nulla a che vedere con il passato, hanno forma, regole, atteggiamenti, tendenze che non ricordano in alcun modo la Democrazia cristiana, il Partito comunista, il partito socialista o il Movimento Sociale italiano, tanto per citare gli schieramenti prevalenti.
Eppure hanno ereditato, non si sa come, le stimmate del passato. Il Popolo della Libertà sta agli antipodi della Democrazia cristiana. Ha una leadership indiscussa ed indiscutibile, dominante e carismatica, mentre la Democrazia cristiana ha avuto i cosiddetti cavalli di razza che si sono confrontati quotidianamente su tutto. I
l Pdl non ha correnti interne, mentre la Dc aveva correnti organizzate che assomigliavano ad altrettanti partiti perché agivano da partiti nelle campagne elettorali e quando c’era da assumere decisioni. Il leader del Pdl non partecipa alle scelte, le compie sapendo di ottenere, in linea di principio, il consenso del gruppo dirigente, che si misura nella quotidianità sull’ortodossia delle posizioni che assume rispetto agli orientamenti manifestati dal capo.
Nella Dc il leader del momento era messo costantemente in discussione, criticato e talvolta osteggiato duramente alla luce del sole. Il Partito Comunista italiano era profondamente diverso ed insieme profondamente simile: la verità unica era quella conosciuta, ma le verità erano tante, quanti i big del partito.
L’educazione alle regole e il rispetto delle decisioni, la permanenza di consuetudini, l’abitudine all’ubbidienza ed alla disciplina lasciavano emergere soltanto piccole marginali diversità. Il Pdl, nei fatti, assomiglia più al Pci, paradossalmente, che alla Dc.
Le idee, il progetto politico, la rappresentanza degli interessi misurano una distanza siderale, ma la quotidianità avvicina i due partiti. Il collante ideologico del Pci ed il collante carismatico nel Pdl producono però lo stesso risultato, né più né meno.
Il Partito democratico, alla ricerca di una identità, è figlio del Partito socialista, nonostante faccia di tutto per allontanarsene. Le sue diatribe interne, il numero spropositato di dirigenti di eguale livello, la conflittualità costante e tenace, il cupio dissolvi affiorante, il ribaltamento costante delle alleanze interne, le correnti o aree culturali, la permanenza di veleni fra nemici storici, il riformismo accompagnato al radicamento, ne fanno un erede biologico del Psi.
Perfino lo schema dei rapporti di forza fra la prima e la seconda Repubblica conservano dei tratti riconoscibili. Nella prima Repubblica i grandi partiti dovevano avere a che fare con le formazioni minori, costantemente.
La Dc doveva tenere conto dei repubblicani e dei socialdemocratici per ragioni numeriche e di quadro politico, soprattutto del Psi quando si consolidò il centrosinistra, ed il Pci, all’opposizione, non poteva fare a meno di mantenere il cordone ombelicale con il Psi per la formazione delle giunte locali e regionali.
Lo schema attuale propone una stupefacente equazione: il Pdl sta alla Lega Nord come il Partito democratico sta all’Italia dei Valori. Il Pdl non può fare a meno della Lega Nord, altrimenti perde la maggioranza, il Pd non può fare a meno dell’Idv altrimenti scompare la prospettiva di sostituire il centrodestra al governo del paese. Il Pdl deve stare dietro agli obiettivi della Lega e cercare di contenerli, il Pd deve stare dietro all'Idv nell’opposizione senza sconti al governo perché altrimenti perde consensi, com’è avvenuto.
E’ cambiata la legge elettorale, i criteri di selezione del personale politico, sono cambiati profondamente i partiti, sono scomparse le idee- guida dell’Italia repubblicana post-bellica, ma non è cambiata la mappa dei rapporti politica, non sono mutate le consuetudini, le liturgie del potere, i riti del conflitto permanente. Anzi, i protagonisti sono diventati più bellicosi.
Gli uomini delle istituzioni erano molto attenti al linguaggio, ai gesti, agli atteggiamenti perché facevano prevalere il dovere della rappresentanza al diritto di difendere il proprio operato ed attaccare l’avversario.
Oggi il presidente del consiglio critica aspramente e senza remore quanti propongono ostacoli al suo percorso politico.
Sarebbe stato inimmaginabile un presidente del consiglio o un ministro che sollecitasse sanzioni verso i giornali che spargevano pessimismo (avrebbero ricordato troppo da vicino il ventennio), o attaccasse duramente l’opposizione, a torto o a ragione, o smentisse la Banca d’Italia, attaccasse il sindacato, perché questo compito spettava unicamente ai partiti ed ai loro leader.
Oggi chi rappresenta le istituzioni guida il partito, sicché la conflittualità permanente si è accentuata invece che ridursi come avevano previsto i fautori della seconda Repubblica.
Cari Lettori,
questa riflessione in veste di articolo, non è commentabile, perchè ogni affermazione è apodittica: questo è l'esatto spaccato dello pseudo-bipartitismo e delle logiche interne che lo disciplinano; non azzardati neppure i parallelismi con i partiti storici.
Ma di fronte a tanta lucidità, il quesito che si pone, è di quelli da far tremare i polsi: che ne sarà del Paese quando il leader maximo del PdL andrà alle Barbados?
Quella data passerà alla Storia come vi è passato l'8 settembre.
Scusate l'iperealismo ma, a breve-medio termine da quella data, la governabiltà diventerà un optional.
Saluti.
Italico Spaesati