Il prossimo congresso del Pd riconsegna agli italiani la forma “partito”. Che sia un bene o un male ognuno lo decida per conto suo, ma che ci sia un bisogno di partecipazione vera alle scelte non si dovrebbero avere dubbi.
La tensione mediatica dell’ultimo ventennio attorno al protagonista pressoché unico della politica italiana qualcosa deve averla insegnata. Se tutto gira attorno a un solo uomo, demonio o uomo della provvidenza, lo spazio per
le questioni che contano si restringe e si finisce per discutere della bulimia sessuale del Premier o delle sue imprudenti frequentazioni. Argomenti che ai giovani in cerca di lavoro o con un lavoro precario interessano poco o niente.
Il congresso Pd, dunque. Dovranno impegnarsi a fondo i dirigenti del partito perché si costruisca una identità ed una forma partito e si dia al soggetto politico una strada da percorrere e con chi.
Il nostro è l’unico Paese che non ha un grande partito socialista al governo o all’opposizione, perché la scena italiana dal dopoguerra ad oggi è stata dominata soprattutto dalle due culture prevalenti, quella comunista e quella cattolico-popolare. I comunisti, anche coloro che si proclamano ancora tali, tendono a negare l’assenza del Partito socialista “maggioritario”, assegnando a se stessi questo ruolo. In realtà, osservano, i socialisti siamo stati noi.
Ma è davvero così?
Il Psi non ha lasciato eredi ma anche quando aveva sei milioni di voti e decideva le sue alleanze – con la Dc a Roma, con il Pc in periferia – si è ritagliato un ruolo di co-protagonista, non di più.
Il Pd fa bene ad evitare che il dibattito interno si avviti sul riformismo socialista?
No, non fa bene, perché i socialismi sono tanti quanti i partiti cattolici ed un riformismo culturalmente credibile non può che attingere alla storia socialista ed evolversi in modo da rappresentare la complessità del nostro tempo, senza tagliare le radici, i principi e i valori, cristiani o laici, che hanno mobilitato milioni di persone in ogni tempo.
Un riformismo senza radici è solo una invenzione, una costruzione senza fondamenta.
La sconfitta dei socialismi europei viene fatta risalire prevalentemente all’ideologismo obsoleto ed esasperato, all’incomunicabilità dei dirigenti, all’incomprensione dei bisogni attuali. Non si capisce, insomma, che cosa vogliano i socialisti, e quel poco che si riesce a capire, non affronta i problemi del nostro tempo.
Questa analisi parte dal presupposto che i socialismi siano omologabili e stanziali, che le idee, i principi, i valori abbiano una valenza negativa, allontanando dal governo della società e dai bisogni prevalenti, e che quindi sia venuto il momento di rottamarli senza reclamare alcun bonus, volgendo lo sguardo e la mente piuttosto ad un sano composto e diligente pragmatismo affidando a coloro che lo esercitano e lo ostentano, il compito di governare il paese.
UN esempio?
Chi sostiene che i clandestini non violino la legge non capisce la realtà: la gente “sente” il clandestino sulla pelle come un trasgressore un intruso e non come una persona da accogliere perché perseguitato, affamato. E’ una persona della quale non si sa nulla, che parla una lingua incomprensibile, crede in un Dio sconosciuto, ha usi e costumi diversi, pericolosi per la nostra società. E’ infine colui che viene a rubarci il lavoro e può distruggere la nostra identità.
Meglio il ladrone, ma conosciuto, di casa nostra che mille esseri sconosciuti che ci girano attorno.
Le paure pretendono che il clandestino sia respinto o mandato in galera.
I socialismi questo non lo capiscono, così come non capiscono altre cose. I partiti nuovi, pragmatici e diligenti, vincono perché interpretano i bisogni concreti ed insopprimibili degli italiani che pretendono sicurezza, temono per il posto di lavoro minacciato dagli stranieri e cogliono che i soldi che danno allo Stato siano spesi a casa loro.
La rottamazione delle idee sarebbe essenziale al buon governo ed una qualità della vita migliore, che spetta a chi se lo merita perché “si è fatto il mazzo”.
I principi, cintura di castità
I totalitarismi di ieri e i fondamentalismi di oggi devono indurci al pragmatismo e al “governo” delle piccole cose utili.
Questa svolta culturale manda in soffitta i socialismi, che restano il frutto maturo dell’ideologismo.
Ma se i socialismi hanno molti meno fedeli adoranti, anche le chiese non vivono un tempo felice, tutt’altro. La vita spirituale si è impoverita, perché la fede è una idea di vita, propone principi e valori da rispettare, dai quali trae linfa.
Non facciamoci trarre in inganno dalle furibonde battaglie di principio sull’inizio e fine-vita o dalle folle del family day: la quotidianità privilegia il pragmatismo e osserva senza traumi trasgressioni stupefacenti proposte da chi dovrebbe portare sulle spalle il cilicio di un modello di vita da testimoniare.
Il tardo-edonismo post reganiano è figlio della rottamazione delle idee e padre della stagione godereccia della terza repubblica. Più che di una caduta delle idee, un cielo notturno senza stelle, dovremmo riflettere sulla fuga dei maestri. E’ da loro che dovrebbe venire il prezioso collante fra pragmatismo e valori irrinunciabili.
Sono pochi i pulpiti, i confessionali, i maitres-à-penser, e quelli che ci sono – lontani e inquietanti – sembrano negare diritti fondamentali degli uomini. Sequestrati in un vicolo stretto, fra gerarchie silenziose e pragmatiche, e fedi che seminano odi e vendette nei luoghi senza libertà, non si sa dove volgere lo sguardo.
L’autorevolezza delle idee non è facile da sostituire e l’autoritarismo sopprime le libertà.
I buoni maestri
Gli uomini di chiesa che portano la croce vengono sempre di più, e meno male, dai luoghi della povertà, della tirannia, della sofferenza e dell’ingiustizia: dall’Africa o dal Sud America. Sono clandestini in patria e missionari nei territori del vangelo.
Chi ha ammainato bandiera
Quanti credono che i socialismi abbiano ammainato bandiera a favore delle chiese, commettono un errore clamoroso. Lo scontro fra marxismo e fede non c’è più, c’è più sintonia fra professione di fede e di idee che fra questa e il pragmatismo imperante.
L’indignazione si rivolge a qualcosa ed il suo contrario con una superficialità orrenda. Indigna sia lo stile di vita del Premier, fatto di lussi e belle donne, sia l’aspra critica “preconcetta” di quanto non l’apprezzano.
Meglio la sobrietà di Wall Street che le fantasmagoriche residenze degne di altra tradizione, riflette la cultura di destra, indignata. I valori dell’etica devono impregnare la politica, predica il Pontefice dalla Cattedra universale., mentre i socialismi predicano improponibili eguaglianze e valori desueti.
Il messaggio civile arriva esangue alle elites soddisfatte della loro condizione.
E a chi altri? Non arriva alle folle nelle piazze o dai pulpiti, non passa attraverso il megafono dei grandi network saldamente gestiti dal potere.
Le sezioni di partito e le chiese sono vuote. Le categorie della destra e della sinistra sono inghiotte da un buco nero, le coscienze intorpidite. La cultura – quella delle accademie e l’altra, della campagna e della fabbrica - non ha il sopravvento. C’è ancora come il file cancellati in un hard disk, ma è introvabile, nuota nel vuoto virtuale.
Il riformismo del Pd o qualunque altro soggetto politico non può ignorare questa condizione d’indigenza delle coscienze e tentare di disegnare un progetto di rinascita.
E’ falso, provocatoriamente falso, che le idee, i principi e i valori impediscano il buon governo.
Da essi, invece, il buon governo trae forza, tenacia, coerenza, etica.
Magari si potrebbe fare maggiormente riferimento ai valori della nostra costituzione e cercare di attuarla, per esempio anche nel campo della pubblica amminiostrazione ricordando con l'art.98 che i pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione, o con l'art.97 che I pubblici uffici sono organizzati secondo disposizioni di legge, in modo che siano assicurati il buon andamento e l'imparzialità dell'amministrazione.
Si dovrebbero ricordare e applicare questi principi quando si affidano gli incarichi ad ogni livello. Non mi pare che ciò accada:Il suo e gli altri giornali potrebbero vigilare.
Carissimo Direttore, la cosa più sorprende ed amareggia, uno straniro in patria come me, è come un comune sentire, che spinge qualcuno di noi a scrivere cose come le sue sapendo di essere capito e qualcun altro a leggererle sentendosi meno solo, si basi su una pressocchè assoluta senzazione di impotenza. Cosa dovremmo fare un piccolo colpo di stato nella redazione di Chi? per assicurarci di arrivare a qualche lettore in più col quale insieme far cultura o apettare che la "china" passi magari assieme alle spoglie mortali di chi troppo frettolosamente ha spedito nel cestino i files. Una sola nota di ottimismo anche su un pc cancellare definitivamente un file richiede una competenza che fortunatamente ai nostri manca.
Garzie per il buon lavoro che portate avanti