Preoccupazione tra i pubblici dipendenti per i tagli al salario accessorio. Il Decreto del governo penalizza pesantemente centinaia di migliaia di impiegati pubblici.

di Giuseppe Di Bella
08 luglio 2008
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Preoccupazione tra i pubblici dipendenti per i tagli al salario accessorio. Il Decreto 112/2008 è intervenuto pesantemente sul salario accessorio di centinaia di migliaia di impiegati pubblici.

I dati sono ormai noti e si va dal taglio di 9.467 Euro ai dipendenti del Ministero della Salute, ai 4.000 Euro alle Agenzie Fiscali, ai 718 al Ministero della Pubblica Istruzione: ma tutto il pubblico impiego è interessato dai tagli decisi dal Governo.

Sul nuovo regime dei certificati di malattia, previsto dallo stesso Decreto, si è già registrata una veloce marcia indietro, a fronte dell’impossibilità dell’applicazione della normativa. Con notevoli equilibrismi linguistici, si è glissato sul “non ci siamo spiegati bene” e/o “non avete capito bene”, anche se ciò che è stato scritto era ed è, molto “chiaro”.

Martedì scorso il Ministro Renato Brunetta ha incontrato i Segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, che gli hanno evidenziato la grave situazione che si verrebbe a a creare per le famiglie dei dipendenti pubblici, a fronte dei tagli operati per Decreto.

Sembrerebbe che di fronte ai numeri, il Ministro abbia reagito mostrando una certa sorpresa: sapevo del taglio agli integrativi ma non sapevo che avessero quella portata. Brunetta si è comunque impegnato a riaprire il discorso con Tremonti.

Quando un Ministro mostra “sorpresa” davanti ad un provvedimento del Governo di cui fa parte, ed in merito alle Sue competenze specifiche, si rimane perplessi.

Ricordo un Ministro della Repubblica che nel 1995, dichiarò di aver firmato il Decreto “colpo di spugna” su Tangentopoli, ma di “non averlo letto” (Il Decreto venne poi ritirato).Perplessi siamo rimasti anche quando alcuni Ministri del Governo Prodi, sono scesi in piazza per dimostrare contro i provvedimenti del Governo di cui facevano parte.

Perplessità pagata a caro prezzo dalla Sinistra italiana, specie quella “massimalista”, di cui non si hanno più notizie.E perplessi si rimane anche quando un Ministro vuole mandare i pubblici dipendenti negli ospedali per certificare la malattia, salvo “accorgersi” successivamente, che non è tecnicamente e socialmente possibile.

Se le cose stanno così, è legittimo un dubbio: Berlusconi era al corrente degli effetti del Decreto sulle tasche dei pubblici dipendenti e relative famiglie? L’approssimazione nella preparazione del Decreto, farebbe sospettare di no, e l’affermazione non è surrettizia.Infatti questa linea di condotta estremamente impopolare, sarebbe anche in totale contraddizione con quanto dichiarato più volte dal Cavaliere, in campagna elettorale, ma anche prima e dopo: “Non metteremo le mani nelle tasche degli italiani”.

E gli italiani, pubblici dipendenti in testa, gli hanno creduto e gli hanno dato ampia fiducia. Si calcola infatti che il 70% dei pubblici dipendenti (e famiglie), abbiano votato per il Centro Destra.

Sia chiaro: non per questo il Governo deve “favorire” questa categoria di lavoratori. Le correzioni di rotta vanno fatte, sono indispensabili e urgenti; gli Uffici e gli organici vanno razionalizzati, i fannulloni identificati e puniti secondo le personali responsabilità: chi timbra il cartellino e poi va a fare il carpentiere, deve essere licenziato e processato per truffa ai danni dello Stato.

Ma tagliare il salario perché? In un momento di grande crisi economica, di aumento continuo dei prezzi di tutti i generi, compresi quelli di prima necessità… perché? Per una sorta di castigo biblico, dove le colpe dei “padri”, ricadono sui figli, colpevoli a loro volta di essere pubblici dipendenti?Questo popolo “non eletto”dei pubblici dipendenti merita in quanto tale le “dieci piaghe” d’Italia?Il primo passo per guarire da qualsiasi malattia, è riconoscere di esserne affetti: si riconoscano quindi le responsabilità politiche “precedenti”, l’uso (meglio l’abuso) della P.A. quale ammortizzatore sociale, l’incuria della cosa pubblica, gli errori di programmazione e di gestione, quelli della politica e quelli indotti nella Dirigenza, ed in relazione a questo si giudichi e si adottino i provvedimenti che l’equità suggerisce.

Non giova al Paese né al Governo, infierire su una categoria solo per partito preso, privarla di una parte del reddito, per dare corso a proclami giustizialisti e qualunquisti da stadio.Non giova dare i Cristiani “in pasto ai leoni”, per soddisfare gli spettatori del Colosseo, e poi scoprire che si è dato il popolo in pasto al popolo.Vincere le elezioni, ottenere la maggioranza in Parlamento (larga), implica il mantenere le promesse fatte per consolidare, se non accrescere, il consenso e la fiducia della Nazione.

La ricerca, ad urne chiuse, del mantenimento della condivisione “possibile” dei cittadini, dei provvedimenti, anche quelli impopolari, è ottimo indice di una democrazia “permanete” e militante, che non si eclissa con la fine delle elezioni.Un provvedimento può essere impopolare e contemporaneamente giusto. Aumentare le fasce di reperibilità durante la malattia, forse è giusto. Prevedere l’effettuazione delle visite fiscali anche di domenica e nei giorni festivi è ingiusto, e ancor prima inapplicabile, perché è noto che non ci sono i medici per farlo.

E’ dunque un proclama vuoto di significato pratico, uno slogan da curva.Per procedura di auto controllo, sarebbe utile che i Ministri interessati si chiedessero: “Dopo l’ingiusto taglio del salario accessorio che cala come una ghigliottina sui redditi delle famiglie, da tempo in difficoltà economiche crescenti, il consenso e la fiducia dei cittadini nel Governo sono immutati?

E’ auspicabile che prima della conversione del Decreto, intervenga il Premier per mantenere le promesse, per riportare il dialogo nell’alveo della realtà, dell’equità e della giustizia, nei confronti di una categoria di lavoratori che assolve, spesso tra mille difficoltà, una Funzione Pubblica “insostituibile” … almeno fino ad oggi.

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