La maggioranza ha respinto alla Camera le pregiudiziali di costituzionalità sul decreto sicurezza con l'emendamento blocca processi. Nuovo scontro sulle intercettazioni.

02 luglio 2008
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Il governo tira dritto per la sua strada: oggi la maggioranza ha respinto con compattezza alla Camera le pregiudiziali di costituzionalità sul decreto sicurezza (che comprende l'emendamento blocca processi contestato dal Csm), ed ora il governo deve decidere se andare ad un nuovo scontro promuovendo quel decreto sulle intercettazioni contro il quale protestano sia le opposizioni che le categorie interessate (come magistrati e giornalisti). Che Berlusconi vorrebbe il decreto lo ha detto chiaramente ieri lo stesso presidente del consiglio, e lo conferma oggi il ministro Angelino Alfano, un suo fedelissimo, per il quale le ragioni di urgenza necessarie a varare il provvedimento sono evidenti (é noto che ci sono moltissime telefonate intercettate, anche con Berlusconi, che potrebbero finire sui giornali da un momento all'altro). 

L'unica obiezione dalla maggioranza, semmai, è quella di uomini provenienti da An, come Maurizio Gasparri, che sottolineano come il problema, con la sospensione estiva dei lavori alle porte, non è tanto l'urgenza del provvedimento quanto la possibilità di vederlo approvato. Il problema tocca, come è evidente, la competenza delle presidenze delle camere sull'organizzazione dei lavori; ed è quindi probabile, pur in mancanza di comunicazioni ufficiali, che Berlusconi abbia trattato direttamente il problema nel pranzo di lavoro a Montecitorio con Gianfranco Fini. A Fini, però, si rivolgono anche Pierferdinando Casini e Walter Veltroni, per lamentare come, sia sulla manovra economica che sulle intercettazioni, il governo sembra voler procedere in una maniera che non permette alle Camere di esaminare i testi presentati e decidere di conseguenza. La lettera comune dei capi del Pd e dell'Udc è importante anche perché conferma che le opposizioni in parlamento si vanno articolando in maniera un po' diversa dagli schieramenti su cui gli italiani hanno votato. In particolare, è evidente la divaricazione avvenuta fra il Pd e l'alleato elettorale unico, cioé l'Italia dei valori di Antonio Di Pietro. 

Quest'ultimo si è scelto la parte dell'opposizione radicale, interpretata in termini un po' diversi da quella che era rappresentata dal Prc e dagli altri partiti confluiti nella Sinistra arcobaleno (che avevano una forte connotazione ideologica), ma con una grande carica di contestazione della legittimità stessa di un governo che, per Di Pietro, sta mettendo i presupposti per una "dittatura". Il fronte dell'opposizione radicale, che ha un appuntamento in piazza per l'8 luglio, potrebbe inoltre trovarsi su posizioni critiche verso il capo dello stato. Critiche esplicite a Giorgio Napolitano sono venute da Paolo Flores D'Arcais, per il quale la lettera al Csm di Napolitano ha di fatto coperto gli attacchi del governo alla magistratura; ma anche Di Pietro, quando sostiene che il capo dello stato sarebbe stato "raggirato" dal governo con l'emendamento blocca processi, non fa certo un complimento a Napolitano, soprattutto nel giorno in cui il Quirinale ha dato via libera alla presentazione del disegno di legge Alfano che vuole fermare i processi contro le alte cariche dello stato (e mentre lo stesso ministro conferma l'intenzione di fare un decreto sulle intercettazioni). L'altra opposizione, quella che vuole incalzare il governo più sulle questioni sociali ed economiche che sulla giustizia, sembra mettere assieme il Pd e l'Udc, che potrebbero scegliere, se non il gioco di squadra, almeno di coordinare la loro azione parlamentare. Ed il terreno privilegiato di questa azione comune fra centristi e centro sinistra dovrebbe essere la manovra del governo, presentata in parlamento proprio nello stesso giorno in cui il governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, lancia un nuovo invito a ridurre le tasse sui lavoratori, e la Corte dei conti esprime i suoi dubbi sulla 'Robin Tax' ideata da Giulio Tremonti. 

E' su questi temi che le due opposizioni moderate, il Pd e l'Udc, sembrano voler portare il loro attacco, cominciando a protestare perché le Camere sarebbero state espropriate della possibilità di un serio esame della materia. Quanto alla giustizia (ed alle intercettazioni), Pd ed Udc sembrano aver scelto la strada della prudenza, per lasciar cuocere il governo nel suo brodo; un po' perché Berlusconi si è sempre dimostrato molto bravo a sfruttare a proprio favore le situazioni in cui si trova sotto attacco; un po' (e questo vale soprattutto per Veltroni) per non mettersi a rimorchio delle iniziative di Di Pietro e dei suoi compagni di strada. Se infatti, il no al decreto sulle intercettazioni è affermato all'unisono da Veltroni e Casini, è vero anche che per Anna Finocchiaro, capogruppo del Pd al Senato, il problema dell'abuso delle intercettazioni o della loro divulgazione arbitraria esiste e deve essere risolto, pur se con modi un po' meno sbrigativi di quelli immaginati da Berlusconi.

 

Giovanni Graziani

Fonte: ansa
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