Depositate dal Tribunale di Palermo le motivazioni dela sentenza di condanna dell'ex Presidente della Regione, Cuffaro.

01 luglio 2008
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 I giudici della III sezione del tribunale di Palermo hanno depositato nel pomeriggio le motivazioni della sentenza del cosiddetto processo alle talpe alla Dda di Palermo, che vedeva imputati, tra gli altri, l'ex presidente della regione siciliana, Salvatore Cuffaro. Il verdetto è stato emesso il 18 gennaio scorso. Cuffaro, accusato di favoreggiamento aggravato dall'aver agevolato l'associazione mafiosa, venne condannato a cinque anni di carcere.

I giudici esclusero, però, la sussistenza dell'aggravante, ritenendo l'ex governatore colpevole del reato di favoreggiamento semplice. Oltre a Cuffaro, era sotto processo, tra gli altri, l'ex manager della sanità privata Michele Aiello. A seguito delle polemiche sorte dopo la sentenza, l'ex presidente della Regione si dimise e si sciolse l'assemblea regionale siciliana. Salvatore Cuffaro, ex presidente della Regione siciliana, rivelò l'esistenza di indagini riservate, ma non per favorire l'associazione Cosa nostra. E' quanto sostengono i giudici della III sezione del tribunale di Palermo, presieduta da Vittorio Alcamo, nelle motivazioni della sentenza del processo alle cosiddette talpe alla dda di Palermo, depositate oggi, in tarda serata.

Il provvedimento del collegio, che il 18 gennaio scorso condannò l'ex governatore a 5 anni per favoreggiamento e rivelazione di segreto d'ufficio, è lungo oltre 1600 pagine.Una parte ponderosa è riservata alle condotte contestate all'ex presidente della Regione, imputato, tra gli altri, insieme all'ex manager della sanità privata Michele Aiello, condannato per mafia a 14 anni e all'ex maresciallo del Ros Giorgio Riolo, ritenuto colpevole del reato di favoreggiamento e condannato a 7 anni. In particolare, i giudici ritengono provate le due fughe di notizie contestate a Cuffaro: quella del 2001, relativa alla presenza di una microspia a casa del capomafia di Brancaccio Giuseppe Guttadauro e quella del 2003 relativa all'inchiesta a carico di Aiello.

A differenza di quanto ritenevano i pubblici ministeri, che imputarono l'ex governatore di favoreggiamento aggravato dall'avere agevolato la mafia, però, secondo il tribunale, rivelando l'esistenza di indagini in corso, l'ex governatore non aveva intenzione di dare un contributo all'associazione Cosa nostra.

Da qui l'esclusione, nel verdetto, dell'aggravante specifica di avere agito per favorire la mafia e la condanna per il favoreggiamento semplice nei confronti di singoli indagati.

Secondo i giudici, dunque, Cuffaro, che rivelò la presenza della "cimice" all'ex assessore comunale Mimmo Miceli, suo "delfino" e abituale frequentatore della casa del boss Guttadauro, avrebbe agito solo per mettere in guardia e tutelare Miceli stesso.

Il tribunale, però, non esclude che l'ex presidente avesse messo in conto, accettandone il rischio, che le rivelazioni sarebbero tornate utili anche al capomafia di Brancaccio, che venne poi, infatti, avvisato della microspia.

L'ipotesi, però, si inquadra nell'ambito del dolo eventuale o indiretto, e non del dolo specifico, che è invece richiesto dal codice per la sussistenza del reato di favoreggiamento.

Provata, secondo il collegio, anche la rivelazione delle notizie sull'inchiesta a carico di Aiello, che risale al 2003.

Nelle motivazioni i giudici scrivono che Cuffaro segnalò la cosa a Roberto Rotondo, anche lui imputato di favoreggiamento e condannato a un anno di carcere, perché la riferisse all' imprenditore della sanità privata. Anche in questo caso, però, la volontà era di aiutare il singolo: cioé Aiello. In relazione a quest'ultimo, infine, i magistrati ritengono che fosse completamente a "disposizione" di Cosa nostra, ma escludono, come invece avevano sostenuto i pm, che fosse prestanome del capomafia Bernardo Provenzano. 

Fonte: ansa
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Anonimo 01 luglio 2008   09:43

I Siciliani sono come le pecore : Hanno il bisogno di essere munti e rasati : Blasco

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