Se c’è qualcosa che può mettere insieme gli uomini, a qualunque etnia, fede religiosa, nazionalità appartengano, è il rispetto della vita umana. Il diritto di vivere, di vivere dignitosamente, non dovrebbe essere messo in dubbio da alcuno.
Invece non è così: guerre, ideologie, fedi religiose, antepongo alla vita ed alla dignità dell’essere umano, credenze, le verità, bene e male. Il credo in un Dio giusto e misericordioso, o in una Idea della giustizia e dell’uguaglianza, ospitano una scala di valori e di principi che non mettono al primo posto la vita ed il rispetto degli uomini.
Queste stridenti contraddizioni hanno attraversato la storia dell’umanità e hanno costituito un buco nero nella coscienza dell’umanità. Un buco nero che ha ingoiato milioni di uomini, donne e bambini in ogni tempo.
Le guerre sono state da sempre la fossa comune degli uomini: vi sono stati gettati i corpi senza vita di gente innocente, la disumanità, tuttavia, ha guadagnato terreno in tempo di pace, quando gli spazi per la riflessione sono maggiori e il dialogo fra gli uomini possibile sulla carta.
Ciò che avviene da alcuni anni a questo parte sul Canale di Sicilia, l’ecatombe di poveri sventurati, testimonia una ignobile indifferenza verso la vita anche da parte di coloro che “credono” nella vita e si battono per essa ogni volta che è possibile e con ogni mezzo. La distanza fra ciò che viene predicato e ciò che si fa, o meglio: non si fa, grida vendetta e merita esecrazione. La responsabilità dell’Europa civile e popolata da gente bene educata, benpensanti, timorati di Dio, uomini di chiesa e di parrocchia, seguaci di ideologie ugualitarie, che si richiamano alla giustizia sociale ed al bene comune, è insopportabile.
La gente muore in mare perché scappa dalla fame, dalla guerra, dall’inferno in terra. Scappa per sé e per i propri figli, vende tutto per poterlo fare – anche la propria dignità- e sale su un barcone malandato nella speranza di trovare un luogo in cui potere sopravvivere. Questa gente che muore a mare, se arriva, è chiamata “clandestina”: secondo alcuni chi sopravvive al viaggio deve essere cacciata indietro, secondo altri buttato a mare, per altri ancora processato e gettato in carcere.
Il popolo degli uomini in fuga è delinquente per legge; è stato riconosciuto colpevole dei crimini sofferti dagli italianiin specie quelli che abitano a ridosso delle Alpi.
I parlamenti – nazionale ed europeo – hanno votato leggi dure allo scopo di scoraggiare gli uomini e le donne in fuga dagli stenti e dalle guerre, senza che una voce si sia levata a favore delle vittime dell’ingiustizia più atroce, quella che fa morire di fame e di spada uomini e donne che hanno la sventura di nascere in qualche parte del mondo, dominata da tiranni e fanatici.
La Chiesa italiana, alla quale ci siamo tutti nutriti – per i valori che ha espresso e la cultura che ci ha trasmesso – balbetta parole di speranza, niente rispetto alla mobilitazione cui ha dato vita nei temi cosiddetti sensibili, come l’inizio della nascita o la sua interruzione e quello della morte. I difensori degli embrioni e degli uomini-vegetale hanno schierato truppe di militanti nei parlamenti e nei partiti per il salvataggio degli embrioni, fatto barricate, consigliato la nascita di liste elettorali, ammonito reprobi e minacciato espulsioni.
Le crociate a favore dei non-nati sono state coronate da successo. Invece che partire da Brindisi, sono partite dal Vaticano, approdando nelle assemblee legislative: hanno assediato coscienze, liberato energie, rinsaldato la fede, raccolto il gregge smarrito, affollato piazze, creato partiti. Gli uomini, le donne e i bambini che annegano nel Canale non hanno nessuno che gridi il loro diritto di sopravvivere. Sono invece diventati “delinquenti” per legge.
Nessuna considerazione per le ingiustizie di cui sono vittime; ingiustizie provocate anche dal cosiddetto mondo civile. Quello che ha colonizzato, sfruttato, affamato per secoli milioni di esseri umani. Il ricordo degli emigranti italiani, gli italiani in fuga dal Nord-Est, dal Mezzogiorno e dal Centro del Paese, alla ricerca di una nuova patria che li sfamasse e gli disse dignità e lavoro, è stato rimosso, al pari della compassione, della pietà, dei sentimenti di giustizia e di umanità.
Ci tocca di ascoltare i proclami dei tutori della sicurezza – più bugiardi di venditori di tappeti – che puntano il dito verso questi poveri disgraziati invece che dare alle polizie e ai tribunali gli uomini, le risorse, le regole e i mezzi utili.
Ci tocca di sopportare stupidaggini e malafede, ipocrisia e malizia. Reclamiamo il diritto alla decenza, al rispetto del prossimo, al diritto che bambini, donne e uomini, di sopravvivere alle ingiurie dei questo mondo incivile. Se resta ancora un briciolo di coscienza, lo si usi per carità. E presto.
Mi trovo in sintonia con quanto detto , ma si rivela nel giornalista una lacuna immensa quanto il mare che inghiotte i migranti,circa le sue conoscenze sugli aiuti che la chiesa cattolica a suo dire non dà a questi fratelli.Vada lui stesso a constatare di persona le caritas diocesane o le comunità monastiche dei piccoli paesi o altri istituti religiosi dove gli immigrati trovano soprattutto amore e poi assistenza,senza guardare orari,riposi e quant'altro da parte degli operatori.Anche nell'autore c'è quel 'sentire' anticattolico che oggi va tanto di moda.Non sono un parrocchiano ma un medico che per motivi di lavoro è spesso a contatto con questi fratelli e a cui un loro sorriso e una stretta di mano danno tanta gioia
Articolo splendido che illustra perfettamente anche le mie opinioni in proposito. Grazie per aver difeso chi non si può difendere in questo clima d'odio, intolleranza e bugie!