Alle provinciali la più bassa percentuale di votanti, una disaffezione da record. Mai accaduto che votassero così in pochi.

16 giugno 2008
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I siciliani hanno preferito il mare ed approfittato della bella giornata per lasciare la città, senza troppi rimpianti per la partecipazione al voto. La gente non ne può proprio più? Non ci crede? Considera il voto, un’inutile perdita di tempo o le provinciali, proprio quelle, non interessano più nessuno, perché sono pochi quelli che sanno che cosa amministrano le province? Il dubbio che sia la modesta rilevanza della provincia a non stimolare la partecipazione al voto, è legittimo. A Palermo, dove si sono svolte le provinciali, il calo di votanti è stato molto più netto rispetto alla media regionale.

Nemmeno alle comunali i cittadini sono andati ai seggi a frotte. Si tratta di elezioni che solitamente mobilitano le città, il numero di candidati è straordinariamente alto. E allora?L’ipotesi che ci sia una disaffezione al voto non è campata in aria. Questa disaffezione non è dovuta soltanto alla “distanza” dei cittadini dalla politica ma anche al numero di competizioni elettorali che si sono svolte in Sicilia.Nell’Isola in due mesi ci sono state le elezioni politiche, regionali, provinciali e comunali. Una concomitanza inusitata, un evento senza precedenti. E’ difficile mantenere una tensione elettorale alta così a lungo. Succede anche in settori che non hanno nulla a che vedere con la politica. Superato un a certa soglia, la tensione diminuisce e gli stimoli, qualunque stimolo, si affloscia. In politica questo accade quasi naturalmente. I protagonisti delle regionali – i candidati e i loro agit prop- sciolgono le fila.I candidati delle politiche non hanno avuto nemmeno bisogno di organizzarsi, perché il loro successo o insuccesso dipendeva in larga parte dalla collocazione in lista, e quindi si trattava di “nomine” a deputato o senatore. Infine, i partiti. Nessuno schieramento politico ha una struttura che si muove all’unisono quando si svolge una competizione elettorale.

Sono i candidati che organizzano la campagna elettorale (alle regionali, provinciali e comunali), spendono quattrini, stampano manifesti, arruolano assistenti, promotori, persuasori eccetera.

I partiti contano sempre meno, i candidati sempre di più. Con l’eccezione del PDL, che ai vertici ha una macchina elettorale che gira attorno al suo leader, Silvio Berlusconi, il quale si propone solo un obiettivo: far coincidere il voto con la sua persona. Ciò che dice, i luoghi che frequenta, le trasmissioni cui partecipa, i gesti che fa e i comportamenti che assume, sono finalizzati a realizzare una totale coincidenza fra il voto al partito e il voto al suo leader.

Non succede nemmeno negli Stati Uniti: il partito democratico statunitense è “altro” rispetto a Obama o Clinton, nonostante la campagna elettorale venga affrontata dai candidati (alle primarie e nella fase successiva), con risorse “personali”. Il grado di omologazione raggiunta in Italia è altissimo. La personalizzazione del partito finora ha premiato FI prima e il PDL poi.

Questa scelta comunicazionale si è rivelata vincente anche in altri schieramenti, seppure in misura minore. Quando l’omologazione non può verificarsi, come nel caso delle amministrative, la caduta della tensione, della mobilitazione e delle risorse messe in campo è significativa. Ma non sembra incidere sui risultati del centrodestra. Una contraddizione? Affatto: le provinciali si sono svolte sulla scia delle plitiche e delle regionali. Il successo elettorale, vistoso e nettissimo, ha trascinato il risultato delle amministrative.I provvedimenti annunciati dal governo hanno aumentato il livello di condivisione. Non si è ancora governato, ma si annunciato di volere governare. E' la fase più favorevole a chi si assume la responsabilità di governare. 

Il calo dell’affluenza alle urne è dovuto anche a questa circostanza.

Sulla base di ciò, è possibile ritenere che la scomparsa dell’ente-provincia verrebbe accolta con indifferenza, la stessa indifferenza che gli elettori hanno manifestato nella scelta degli amministratori.Ma sulla indifferenza o disaffezione, c’è una considerazione politica che va fatta: chi abbandona il campo, deluso, è l’elettore di opposizione. Ma questa è un’altra storia. 

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gigi 16 giugno 2008   21:00

la gente ne ha le palle piene dei soliti gatto e la volpe

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