Sicilia, 60 anni di autonomia. Piccole angherie, ignavia, voracità. L'onda di piena finirà? Appunti per un bilancio della "specialità" siciliana.

01 giugno 2008
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Che nessuno mostri, ora, di cadere dalle nuvole come accade ogni qualvolta le asperità del terreno in cui si muove costringono questo o quel personaggio a inciampare su banalità da operetta, come il tesoretto nascosto, divenuto carta straccia.

Nel fondo del paniere Sicilia, sotto la cianfrusaglia del verboso politichese, che ci affligge da decenni, s'intravedono due cose concretamente serie. Due cose, una di segno positivo, l’altra di segno opposto. Un'imprenditoria

Al Poggetto
giovane consapevole della rischiosa ma libera competizione cui intende partecipare.Imprenditoria che chiamiamo giovane non solo per età anagrafica ma anche per attrezzatura mentale, che l' ha portata a rinnegare le tattiche e le scorciatoie di una vecchia pseudoimprenditoria parassitaria.

Centinaia, di piccole, medie e mediograndi imprese sono nate in Sicilia in questi ultimi anni, pronte a misurarsi ma anche a fuggire dall’isola verso lidi che si proclamano più ospitali.Verso l'est, in Romania, in Turchia, verso il vicino oriente, a sud verso i paesi del Maghreb, ma col cuore a Palermo a Trapani a Ragusa a Catania.

Le ragioni di questa fuga le conosciamo: l’assedio cui le sottopone la vecchia e la nuova mafia, le angherie dei piccoli borseggiatori di palazzo, l’ignavia di burocrati amanti del vivere tranquilli, voracemente abbarbicati ad un desco di comando piccolo o grande, la palude dell’apparato politico regionale dentro cui si dibattono invano pochi eroici “resistenti”.

L'altra realtà, di segno negativo, si è aggregata intorno alle quattro o cinque cosche mafiose che hanno conquistato stabilmente altrettante aree territoriali di questa regione, riuscendo ad intercettare quel fiume di denaro pubblico che dagli anni cinquanta ad ora, sin dall’epoca dell’intervento straordinario dello stato, ha allagato le contrade siciliane.In sessant'anni, le cosche sono riuscite a controllare territori sempre più ampi, prima militarmente e poscia contaminando e contagiando segmenti consistenti della società civile, imprenditoriale e politica di questa regione.

Due realtà contigue ma sempre più distaccate, con una zona grigia sempre più grigia, i confini vieppiù nitidi, soprattutto nelle coscienze.Le cosche ora praticano l'antica tattica, adottata fin dall’epoca della personale guerra del prefetto Mori, testa calata in attesa che passi l’ondata di piena!

Questa in estrema sintesi sembra apparire la realtà sociale ed economica siciliana dopo sessant'anni di autonomia.

Sessant'anni segnati dal limaccioso fluire di migliaia di miliardi che ora si scorgono, come i relitti e il putridume al ritirarsi dei diluvi, lungo le coste, sui pendii dei monti, nelle vallate e dentro le città Nel corso di questi anni la dirigenza politica siciliana, in buona o mala fede, si è distinta più nel chiedere che nel fare.

Sequestrata dal basso dalla arroganza mafiosa, e dall'alto dall'incomprensione e spesso dall'indifferenza di uno Stato centralista, essa ha ritenuto che l’unica politica possibile fosse quella dell’accattonaggio o, per essere più teneri, del sussidio. .Bisognava avere coraggio perseveranza scienza e coscienza per demolire quanto di sovrastrutture, di orpelli e di ambiguità autonomistiche era stato costruito attorno al corpo sano di questa regione, spesso richiamando scorrettamente il dettato statutario.

Occorreva un paziente, lavoro di ristrutturazione culturale nonché morale di quell’apparato politico e amministrativo di questa regione che si era rifiutato persino di immaginare una strategia di sviluppo del sistema economico e sociale.

E’ stata preferita la tattica delle innumerevoli ricorrenti emergenze, come quella dell’approvvigionamento idrico, dello smaltimento rifiuti, dell’assetto del territorio e quindi la scorciatoia della spesa pubblica, sia quel che sia. Si è avuta di conseguenza la crescita anomala e surrettizia di un'economia parassitaria fondata principalmente su logiche affaristiche speculative. In questo scenario, rimane nello sfondo la presenza di quella che abbiamo definita realtà negativa

A testa bassa le cosche, pur decimate dall'azione di contrasto delle forze dell'ordine, continuano ad infettare i gangli vitali delle comunità più esposte, pronte come sono ad intercettare flussi di denaro senza padrone e senza marchio d’origine.Denaro sporco che si materializza periodicamente in cumuli di carta straccia

Occorrerà vigilare, scrivevamo un paio di anni or sono, affinché non una lira sfugga al sistema circolatorio virtuoso e palese di un'economia sana e matura; solamente a questa condizione la realtà negativa della società siciliana sarà condannata a regredire lentamente.Ciò non è stato.

Ora, per favore, che nessuno mostri di cadere dalle nuvole.

 

 

Giuseppe Salmè 

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Anonimo 20 giugno 2008   22:43

e c'è ancora chi pensa che i mali della sicilia vengano dalla mafia? hauahuahauh

sveglia!!! la vera salvezza della sicilia è l'indipendenza dal "mafioso" e colonizzatore stato italiano

Anonimo 03 giugno 2008   12:02

Amico mio, l'Autonomia non è mai stata applicata.

Troppo facile parlar male di qualcosa che non c'è, se non in piccola parte e distorta. Peraltro conquistando facili e sospetti plausi da taluni poteri forti italiani che mal la sopportano, anche così com'è sulla carta.

I mali della Sicilia non sono diversi da quelli della Calabria che speciale non è, solo un po' alleviati dalla minima applicazione assistenzialista che se ne è fatta.

E poi la Sicilia è una Nazione, non una Regione d'Italia; non lo dico io ma la storia. La Sicilia non ha mai avuto storia italiana fino al 1860, nemmeno nel turbolento cinquantennio duosiciliano. Dopo è stato solo un disastro: mafia, emigrazione biblica, colonizzazione economica.

L'unica alternativa ad una vera autonomia è l'indipendenza, cominciamo a prenderne coscienza, non il ritorno ad un centralismo che, ove applicato (Tremonti come Padoa Schioppa) ci vede sistematicamente soccombere. Ma il vero guaio della Sicilia sono i tanti traditori siciliani, pagati ogni giorno in mille modi per attaccare la Sicilia e le sue istituzioni. Se fossimo uniti saremmo capaci di fare un nuovo vespro e invece...

Ma non disperiamo, c'è una controinformazione che si sta facendo strada e che alla lunga potrà ribaltare le cose.

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