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La conversione al dialogo del Cavaliere. Giusta e utile, ci fa diventare un Paese normale. Ma come facciamo a crederci? Ora gli serve. La manterrebbe all’opposizione?

di Salvatore Parlagreco
13 maggio 2008
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Mi dispiace, sono fuori dal coro, non ci credo. Non concordo con gli apprezzamenti unanimi di maggioranza ed opposizione sui toni del discorso alla Camera del Presidente del Consiglio. O meglio, non credo alla conversione, repentina e profonda, di Silvio Berlusconi; al dialogo, alla buona creanza, al rapporto corretto con l’opposizione, alla legittimazione dell’avversario politico, al leale confronto. Non ci credo perché troppo repentina e perché nel suo discorso non c’è cenno, nessuno cenno, al suo modo di fare opposizione in passato. Non avrei auspicato un mea culpa, di certo, ma solo una pacata riflessione su ciò che è avvenuto da parte di chi è stato protagonista di mille bagarre.

Una affermazione del tipo: non è stato un bene tenere il coltello fra i denti. Insomma un eufemismo, che permettesse il disconoscimento di un metodo, che del resto non ha applicato da solo.

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Credo però al suo bisogno di dialogo oggi, questo sì: per chi si accinge a governare il Paese in una congiuntura difficile e vuole dare una svolta, imprimere una marcia diversa, confrontarsi con un’opposizione che faccia la sua parte, in autonomia di giudizio e senza invasioni di campo, il dialogo può essere determinante ai fini del raggiungimento di obiettivi utili per il governo e, in qualche modo, per il Paese.

Intendiamoci, la svolta nelle relazioni istituzionali e politiche  invocata da Berlusconi serve e come, solo che non siamo preparati a giurare sulla conversione. Non chiedeteci di credere che abbia rinunciato al suo temperamento, barricadiero e spregiudicato. Abbiamo visto, ascoltato, letto ciò che ha sostenuto giorno dopo giorno, dopo l’esile successo elettorale di Romano Prodi.

Ha delegittimato l’avversario politico, affermando costantemente e senza soluzione di continuità che la vittoria gli era stata rubata, che quel successo era il figlio di un’operazione truffaldina. I gruppi parlamentari di centrodestra hanno fatto un’opposizione dura e senza requie, che l’esile maggioranza ha trasformato in una delle ragioni di stallo. Certo, ognuno con il suo stile. Matteoli, Tabacci, Pisanu, Maroni per esempio, parlavano in un modo, Gasparri, Bossi e Schifani parlavano in altro modo. 

Impossibile dimenticare la faccia dei portavoce, le loro accuse aspre, i giudizi insultanti. Impossibile dimenticare lo spot di Renato Schifani, giornaliero, contro Romano Prodi che stava annegando nel mare delle sue contraddizioni. Accanto a lui, c’è il fuciliere Umberto Bossi con le sue armi fumanti pronte ad essere “metaforicamente” imbracciate.

Solo parole? Giusto, solo parole, ma linguaggio duro, che scava un fossato con i coccodrilli fra maggioranza ed opposizione.

Berlusconi ha perseguito costantemente e coerentemente un obiettivo, la caduta del governo Prodi, e lo ha fatto senza sconti, con piglio duro, in modo risoluto. Poteva farlo, era nel suo diritto, ma ciò significa che non ha messo al primo posto il Paese. ma il suo obiettivo.

La conversione al dialogo, al confronto corretto, dunque, è difficile da digerire. Bisogna aiutarsi con una buona pozione medicamentosa, il digestivo Antonetto per esempio, o deglutire senza pensarci troppo sopra.

Viene richiesto un armistizio, una tregua, una pacificazione che misuri la correttezza formale; promette di rispettare l’avversario, di tenere conto dei suoi bisogni: l’esercizio autonomo e libero del suo ruolo, il controllo dell’attività di governo e la la promozione di iniziative legislative. E' una buona cosa, si deve scommettere.

Il fatto che non si creda alle sue parole, dunque, non significa che esse non debbano essere prese in considerazione – esse ci proiettano verso un Paese normale -  ma vanno misurate giorno dopo giorno con i fatti.

La controprova, che il Cavaliere si sia convertito, tra l'altro potremmo averla soltanto se potessimo sperimentarla dall’altra parte della barricata, Berlusconi all’opposizione. Una controprova impossibile.

Antonio Di Pietro teme una trappola? E quale? E’ così scoperta la strategia del Cavaliere che questo timore è davvero incomprensibile. Vuole avvalersi dell’opposizione per lavorare senza traumi. Si tratta solo di decidere se si debba esercitare un’attività parlamentare aspra e preconcetta oppure lavorare su ciò che è giusto, volta per volta, mettendosi alle spalle accuse e insulti ricevuti o fatti.

Si deve pur cominciare.

So bene che per molti è dura: l’avversario politico da quando esiste la Repubblica è stato sempre indegno di governare,  ladro o comunista, malfattore o mafioso, al servizio di potenze nemiche o tangentaro, fautore di brogli e illiberale. Non si può continuare così.

Lo so bene che nella legislatura breve che ci siamo lasciati alle spalle, il temperamento di Belusconi trova poche motivi di giustificazioni. Prodi avrà un sacco di difetti ma non è uno che insulta l’avversario. Veltroni è un buonista ante-litteram, ideologicamente attrezzato per stringere la mano dell’avversario e, se occorre, porgere l’altra guancia. Ma non è che si possa affibbiare al Cavaliere il fallimento del governo, di questo bisogna essere consapevoli. Ad andare in piazza contro il governo c'erano quelli che lo "sostenevano".

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gigi 13 maggio 2008   20:49
L'utente ha risposto al commento anonimo del 13 maggio 2008. Visualizza »

Concordo pienamente con questa analisi. Il lupo si è travestito da agnello: per fare questo ha usato la pelle di un agnello che si era già mangiato.

Sono d'accordissimo -

W Di Pietro  -

Anonimo 13 maggio 2008   19:23

Concordo pienamente con questa analisi. Il lupo si è travestito da agnello: per fare questo ha usato la pelle di un agnello che si era già mangiato.

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