Da non crederci, in Sicilia ci sono i casiniani. Perché ci sono e che cosa fanno? Non lo sappiamo.

11 maggio 2008
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Ci sono i casiniani in Sicilia. Siamo vissuti senza accorgercene, ma La Repubblica ci ha aperto gli occhi e ci ha costretto a prenderne atto sabato 10 maggio. Casiniani doc e non casinisti, della cui esistenza siamo stati sempre a conoscenza. Il gruppo casiniano di Sicilia fa capo al senatore Giampiero D’Alia, il quale avrebbe creato una specie di force de frappe per contenere lo strapotere di Totò Cuffaro.

Si muoverebbe, il D’Alia, per conto di Pierferdy in maniera da non permettere ai siciliani “ortodossi”, cioè cuffariani, di arrivare a Roma compatti e felici con le loro indicazioni, suggerimenti, decisioni. Il rischio che dettino legge è forte. La presenza dei casiniani, quindi, costituisce una preziosa deterrenza. Secondo una logica elementare si dovrebbe pertanto supporre che Pierferdy abbia lavorato per costituire la force de frappe. Invece potrebbe non essere andata così. In politica le cose non avvengono come nel mondo reale, ma come nel mondo virtuale. Per esempio a teatro.Inoltre bisogna ricordare la sindrome di Becket. Che cosa è? Presto detto: nell’ammazzamento dell’Arcivescovo di Canterbury ( Murder in the Cathedral) il re non ordina ai suoi cavalieri di togliergli di mezzo quel rompiscatole dell’Arcivescovo, troppo ligio ai voleri del Papa, ma si limita a esternare il suo malessere, provocato appunto dal porporato disubbidiente.

I Cavalieri non hanno bisogno di sapere altro, vanno e ammazzano l’Arcivescovo. Il Re è il mandante del loro assassinio?

No, non lo è.

Il re può affermare, davanti a Dio e agli uomini, che non è stata questa la sua intenzione e che i Cavalieri, pur avendo agito a fin di bene, sono andati al di là, hanno fatto una cosa sbagliata.

Tra l’altro, l’Arcivescovo è un buon amico del re.Il re non è moralmente colpevole dell’assassinio?

Agli occhi del mondo no, ma solo lui può sapere di esserlo o meno.

Non siamo sicurissimi che la storia si dipani proprio in questo modo e ponga i quesiti sopra citati, ma ci piace immaginare che sia così. 

Andare a scomodare Thomas Stems Eliot, un classico della drammaturgia, per regalare ai lettori uno squarcio di politica siciliana è una raffinatezza che solo Siciliainformazioni può concedere.

Quindi pèretemndiamo indulgenza.D’Alia e Casini non avranno indossato i panni della corona inglese di mille anni or sono, la nostra è una società civile, ma qualcosa ci suggerisce che certe trame si allungano senza che si abbia la voglia di farlo.Che D’Alia presidi i territori siciliani di Pierferdy è sicuro, ma che sia nelle intenzioni di Casini il presidio è opinabile.

Nella logica dei partiti – o meglio, degli oleogrammi dei partiti – il leader dei casiniani siciliani tutela il “suo” territorio. Insomma vuole semplicemente spazio. Per ottenerlo deve darsi un’identità e scegliersi un protettore.

Ovviamente a Roma.

E dove se no? Così egli salvaguarda la sua area politica da attacchi esterni. In definitiva, Pierferdy svolge un compito importante senza saperlo.

Che ne sia a conoscenza non cambia assolutamente nulla. 

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Anonimo 12 maggio 2008   11:49

Se realmente DAlia volesse tutelare il suo territorio o avere più spazio, così come afferma l'autore dell'articolo, fa un madornale errore i cui costi potrebbero essere pagati da tutto il partito, Casini in primo luogo. Cuffaro è una potenza in termini di voti in tutta la Sicilia, compreso il messinese, anche se per ragioni di cortesia verso il collega di partito in questi anni è stato bene attento a non intromettersi nelle "faccende messinesi". A dimostrazione di ciò alcuni dati: l'Udc, alle ultime consultazioni in tutta la provincia di Messina ha avuto  quasi 32.000 voti al senato e  più di 33.500 alla Camera. Nella Città di Messina, roccaforte di Dalia, dove anche avendo  un buon apporto di voti in termini numerici Cuffaro non è determinante, per i motivi sopra citati, ne ha raccimolati  11.000 al senato  non  raggiungendo neanche la fatidica soglia del 9%. Ergo senza Cuffaro, il senatore D'alia se ne sarebbe stato a casa e non al senato. A far scattare la soglia è stato l'appporto di voti della provincia, specie dei piccoli comuni (in qualche realtà ha sfiorato il 20%) dove Cuffaro ha un buon numero di sostenitori. Ergo.... se D'Alia (e con lui conseguenza Casini) vogliono  perdere facciano come credono, ma ci sembrano troppo avezzi ai numeri freddi della politica per commettere di questo errori.

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