Il tramonto del sol dell’avvenir: il Referendum e le elezioni della Costituente /8

09 maggio 2008
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Come per le amministrative, anche per il referendum Repubblica/monarchia non avevo l’età per votare. Il giorno delle elezioni, primo incarico della mattina era quello di andare a “prelevare” gli handicappati (prima che lo facessero gli avversari) e accompagnarli al voto.

La fretta era determinata dal fatto che essendo questi dei soggetti deboli, spesso accadeva, che malgrado le intenzioni già manifestate e la raccomandazioni della sera prima, andassero a votare con il primo che si presentava e secondo le indicazioni di questi.In questa occasione accompagnai al seggio un cieco, (aveva perso la vista per lo scoppio di una mina mentre lavorava allo sminamento del vigneto di proprietà Favazza, tra le frazioni di Macchia e San Giovanni) certo Giuseppe Cavallaro, comunemente conosciuto nel quartiere, come “U zu Puddu Quattruneddu”.

Era un uomo che non si faceva posare una mosca sul naso, difensore dei ragazzi, mi voleva molto bene, mi diceva: “Naddu tu si comu i mo figghi”.

Arrivato al seggio, senza fare caso al fatto che non potevo votare, presentai al presidente il certificato elettorale dell’accompagnato, mi diedero la scheda e malgrado l’accompagnato fosse cieco, fui obbligato a portarlo con me nella cabina. Votai e consegnai la scheda al Presidente che la imbucò e mi riconsegnò la tessera di riconoscimento del Cavallaro.

Fu a questo punto che mi chiese quanti anni avessi e io gli dissi la verità: “18”.

Al che visibilmente contrariato mi disse: “Ma lei non lo sa che per potere votare ci vuole la maggiore età, cioè 21 anni ? Lo sapevo bene, ma cosa dovevo fare?

Gli dissi che non lo ignoravo! Ed è finita così perché non poteva certo aprire l’urna per ripescare la scheda.

Così anch’io “indebitamente” ho dato il mio voto per la Repubblica.Ricordo ancora perfettamente la scheda con i due simboli: la corona reale per i monarchici sul lato destro della scheda e una bellissima Italia turrita (simbolo ripreso da una antica moneta siracusana) per i repubblicani, posta sul lato sinistro. In alto la scritta “Referendum sulla forma istituzionale dello Stato”.

Tutto questo è avvenuto in una sezione elettorale della piccola frazione di Trepunti, dove abitava la famiglia Leonardi, nota sostenitrice della monarchia. Ero buon amico della famiglia e, specialmente con i figli ci prendevamo politicamente in giro.

Al momento dello spoglio mi trovavo giusto in questa sezione, dove la maggioranza dei voti per la monarchia era schiacciante. Al che uno dei Leonardi che aveva assistito anch’esso allo spoglio, si senti in dovere di tirare fuori il grammofono e mettere la marcia reale con un certo sfottò nei miei confronti. Sapevo già che se fosse stato per la Sicilia e per il meridione, la Repubblica non sarebbe mai nata. Ma sapevo anche che da Roma in su la maggioranza sarebbe andata alla Repubblica, perchè al Nord anche la DC era “veramente” schierata per la Repubblica. Convinto di ciò gli dissi: Caro Dottor Leonardi “ride bene chi ride ultimo”.

Questo mio dire credo lo abbia richiamato alla realtà, perchè anche lui sapeva della diversa situazione politica e sociale del Nord il cui voto massiccio per la Repubblica avrebbe colmato le differenze registrate al Sud.

A mia volta qualche battuta cattiva la feci anch’io.Ricordo che anche l’on. Mario Scelba, (DC) in un comizio che tenne a Giarre, invitò a votare per la Repubblica.I risultati finali del Referendum Istituzionale a Giarre furono: Monarchia 6892 voti, Repubblica 2652. In campo nazionale la differenza fu di due milioni di voti circa, a favore della Repubblica. Il Ministro dell’Interno pro tempore era il socialista Romita, che fu accusato dagli avversari di avere barato favorendo la vittoria della Repubblica.

Si gridò al “colpo di Stato”, al “salto nel buio”. Il ministro rispose: “se i monarchici proveranno che ho sottratto un solo voto alla monarchia, mi dimetterò da ministro e mi ritirerò dalla vita politica.”

Malgrado la trasparenza delle operazioni e la chiarezza del risultato, di tanto in tanto è venuta fuori questa inverosimile legenda urbana dei brogli.Contemporaneamente al Referendum, il 2 giugno 1946 si svolsero anche le elezioni per l’Assemblea Costituente. Le prime vere elezioni dopo la caduta del fascismo.

Questi i risultati nazionali: DC voti 8.083.208 (37,2%); PSI voti 4.744.749 (20,7%); PCI voti 4.342.722 (18,7%); PLI voti 1.559.417 (7,4%); UQ (Uomo Qualunque) voti 1.209.918 (5,4%); PRI voti 997.690 (4,1%); PMI voti 636.493 (2,9%); altri 333,758 (1,5%).La percentuale di voti conquistati dal PSI in questa prima tornata elettorale non sarebbe stata mai più confermata. Alle successive elezioni il partito venne superato dal PCI, e dal 20,7% si attesterà tra il 12 e il 13%. Percentuale che manterrà stabile sino ai fatti comunemente detti di “Tangentopoli” che determineranno la fine ingloriosa del partito.Intanto avevo raggiunto i 21 anni e fui chiamato alla leva militare. CAR a Orvieto.

Freddo da impazzire, neve e gelo a cui non ero abituato. La mattina l’acqua gelata, non usciva dai rubinetti. Non mi potevo abbottonare la camicia perchè le dita gelate non rispondevano ai comandi.Al Centro Addestramento Reclute di Orvieto, oltre al freddo ho patito anche un po’ di fame. Eravamo nel 1950 e la carestia del dopoguerra era finita. Non c’era più ragione di fornire razioni ridotte. Risulta evidente che gli addetti, approfittando della nostra inesperienza, metodicamente facevano la cresta su tutto. Avevo qualche Lira, che però non riuscivo a spendere perchè per acquistare qualcosa allo spaccio, si doveva fare mediamente mezz’ora di fila: preferivo stare a “mezza pancia”.

Per tutto il primo mese, tranne qualche raccomandato, non fecero uscire nessuno. Sono stato a Orvieto 34 giorni e quindi poco ho potuto vedere dell’antico paese ma ho visitato il bellissimo Duomo proprio il primo giorno di libera uscita.

Sono stato fortunato a lasciare il CAR col primo gruppo partendo con “gli specialisti”, quelli in possesso di patente di guida, che furono inviati all’Autogruppo MDE a Roma. Io specialista non lo ero affatto ma interpellato da un tenente sulle mie preferenze, risposi che pur non essendo in possesso di patente, mi avrebbe fatto molto piacere essere assegnato all’autocentro e conseguire la patente di guida.

Il tenente mi rispose: vedremo. Mi accontentò ed infatti fui assegnato all’Autogruppo Ministero Difesa Esercito, in Via Nomentana, a Roma, dove come avevo programmato, sono riuscito nell’intendo di prendere la patente.Nelle strutture militari, obiettivo di ogni recluta era quello di andare in fureria o comunque di imboscarsi: all’autocentro di Roma, al contrario,in fureria non ci voleva andare nessuno. Tutti volevano guidare. Così io che non avevo la patente sono stato assegnato all’ufficio del “Comando reparto” e li sono rimasto sino al congedo. Malgrado questo, chi voleva poteva fare scuola guida e prendere la patente.Ho fatto scuola guida, con un vecchio autobus senza batteria e quindi con messa in moto veramente “a spinta”. Questa circostanza serviva da deterrente e punizione per tutti coloro che facevano spegnere il motore, perché poi si doveva scendere e spingere per rimettere in moto. In tutto ho fatto tre lezioni.Alla prima lezione, ho lasciato la frizione di colpo, così come accade a tutti i principianti, e il motore s’è spento. P

er tutta risposta mi sento subito apostrofare dal sergente maggiore addestratore. “cog… testa di c…” ed altre invettive delle quali, come tutti quelli che hanno fatto il militare sanno, esiste un vasto repertorio, che và sotto il titolo di “linguaggio da caserma”.

Questo episodio mi ha fatto dubitare della possibilità di poter prendere la patente. Le seconda lezione andò un po’ meglio, ma un “cog…” riuscii a rimediarlo lo stesso.

Sempre con lo stesso autobus ci avviammo per la terza e ultima lezione. Stavolta l’istruttore era un tenentino di complemento toscano, il quale approfittò dell’occasione per visitare le Fosse Ardeatine. Mi ha fatto guidare per tutto il tratto, credo di dieci o quindici chilometri e trattandosi di una strada dritta e senza tanto traffico, me la cavai abbastanza bene.

Ebbi così l’occasione di visitare anch’io il luogo dell’eccidio nazista. All’autogruppo MDE, rispetto ad altri posti, si stava abbastanza bene.

Tutti avevano un lavoro, solo tre o quattro militari che non sapevano guidare come me, rimasero “a disposizione” e venivano impiegati per vari servizi occasionali e più che altro per la pulizia del piazzale. La pulizia delle camerate era invece affidata ad una ditta privata che interveniva ogni mattina: scopa, straccio e una seconda passata di straccio imbevuto nel gasolio annacquato come disinfettante.

Anche il rancio era preparato da una ditta civile ed era buono. Ci veniva servito a tavola, nei piatti, e non nella famosa gavetta, trattamento che a quell’epoca rappresentava un lusso. Ogni tanto arrivava qualche banconota da mille Lire dall’ufficio benessere, oppure qualche biglietto omaggio per il cinema.

A Roma entrai subito in contatto con la sezione socialista più vicina che era quella di Montesacro dove, oltre all’attività politica, il sabato e la domenica si ballava. In uno sgabuzzino che fungeva da bar aiutavo l’addetto nella vendita di aranciate e bibite varie.

Ogni tanto qualche giro di valzer con le varie cameriere che frequentavano il locale, per poi andare a cercare frugale intimità in qualche posto appartato in riva al vicino Aniene.Durante tutto il servizio militare mantenni sempre rapporti epistolari con la sezione di Giarre. A Roma allora, nel pomeriggio, usciva un quotidiano indipendente (ma non tanto) di sinistra: “Paese Sera”.

Lo compravo spesso e dopo uno sguardo sommario, lo affrancavo con un francobollo da 10 lire e lo spedivo alla sezione di Giarre. Quando mi era possibile la mattina acquistavo l’Avanti. Tutto sommato, tranne per il periodo trascorso ad Orvieto, del servizio militare non ho un cattivo ricordo. (continua)Leonardo Di Bella

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