Il Mezzogiorno, gli otto ministri del Nord est, l’autonomismo rampante, la recessione. Che cosa ci aspetta nei prossimi cinque anni?

09 maggio 2008
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Otto ministri con portafoglio provengono dal nord-est, cinque dalla Lombardia e tre dal Veneto. Otto su dodici, la maggioranza del Gabinetto Berlusconi. Qualunque valutazione sull’esecutivo appena costituito non può prescindere da questo dato, che rappresenta in modo esemplare le priorità del governo.

E’difficile immaginare che gli otto ministri del Nord Est si rimbocchino le maniche e diano vita ad una politica meridionalistica. Perché dovrebbero? Lungimiranza? Forti convincimenti sulle priorità da dare allo Sviluppo del Paese? Politica mediterranea?

I titolari dei dicasteri padani sorvegliano con le loro ronde “ministeriali”i movimenti del governo ed hanno un’agenda rigida: il federalismo fiscale: ogni regione si cuoce con il suo brodo. La qualcosa significa che il Mezzogiorno dovrà vedersela con le proprie risorse.

Prima o poi doveva accadere, il problema è copme arrivarci, a quali condizioni e su quali puntelli potere contare.Se i siciliani dovessero giudicare il quarto Ministero Berlusconi, badiamo bene, dovrebbero ballare di gioia: due ministri.

Nel Governo Prodi non ce n’era alcun siciliano. Il centrosinistra non ha avuto verso il Sud un’attenzione adeguata. La sua agenda politica ha posto al primo posto il risanamento del deficit, che è un obiettivo corretto, ma anche una vecchia storia, la politica dei due tempi, predicata in buona fede o mala fede da quando è nata la nazione.

Una vecchia storia di cui diffidare perché al secondo tempo non ci arriviamo mai, ci fermiamo al primo. Su questo tema politici, sindacalisti ed, economisti si sono accapigliati. Bisogna prima risanare e poi intervenire nel Sud oppure il risanamento richiede una nuova politica per il Mezzogiorno temporaneamente allineata agli interventi di aggiustamento della bilancia dello Stato?

L’intervento nel Sud è parte inegrante delm risanamento o no?La risposta tradizionale è stata prevalentemente la seguente: la priorità va data al risanamento, il Mezzogiorno deve essere sostentato con investimenti nelle opere pubbliche. In una prima fase è stata la politica dei lavori pubblici a dare ossigeno al Sud, in una seconda l’intervento straordinario nel Mezzogiorno, che comportò ingenti investimenti.

Sia la prima quanto il secondo non crearono condizioni di sviluppo; la prima,infatti, costituiva un espediente contingente: finita l’opera pubblica, finiva il lavoro per l’area interessata. La seconda creò le cosiddette cattedrali nel deserto: ingenti investimenti in settori che “regalavano” un numero di addetti assai basso.

L’industria primaria ha richiesto grandi risorse, grandi aziende, la realizzazione di grandi infrastrutture. Si è presa quasi tutto, perfino l’anima dei meridionali- il loro modo di vivere, pensare, stare al mondo - in cambio di sbocchi occupazionali. I costi sociali e ambientali sono stati altissimi.

Le aree in cui lo Stato ha investito di più non hanno conosciuto gli effetti moltiplicativi vaticinati dagli esperti, ma sono state radicalmente trasformate.

E’ cambiato il tessuto sociale, il paesaggio fisico si è modificato: a Gela, Siracusa, Milazzo – per fare qualche esempio – sono nate le mafie. Industrializzazione senza sviluppo, dunque. Da due decenni a questa parte non c’è nemmeno questo. La politica dei lavori pubblici è finita, l’intervento straordinario si è concluso.

Ora l’industria fiorente in Sicilia è quella della sanità, per la quale si spendono nove miliardi di euro l’anno. Una cifra che ingoia gran parte del bilancio regionale e che non concede sviluppo, né servizi di prima qualità. Tutt’altro. E’ diventata un’idrovora incontrollabile che suscita grandi e non gradevoli attenzioni.

Il Mezzogiorno non ha meridionalisti, ma un partito autonomista. Non ha una politica ma ha il Ponte sullo Stretto nel suo futuro. Può bastare? No, non può bastare. Il leghismo ha spostato l’asse verso il settentrione d’Italia.

Non è più la diatriba sui due tempi, che impegnò gli ingegni italiani a lungo, ad essere oggetto di discussione oggi, ma la stessa realtà meridionale.

Ognuno per sé, insomma, che è un modo di essere non una politica.

I problemi del Paese perciò sono quelli della piccola e media industria del Nord Est, che richiede tasse leggere, servizi efficienti, sicurezza e uno Stato sburocratizzato.

Tutte cose giuste, ma che non affrontano la questione meridionale, nemmeno indirettamente. Perché si è arrivati a tanto?

Le risposte sono tante.

Facciamo qualche esempio.

Due rapine in una piccola città del nord provocano una riunione dei servizi di sicurezza ed una richiesta di poliziotti e interventi.

La diffusa microcriminalità, i morti ammazzati, il racket nelle città meridionali fanno parte del “paesaggio”, non provocano quasi niente nel Sud. Le mafie? Sì, su quelle si è lavorato, e spesso con buoni risultati, ma il controllo del territorio è ancora un problema insoluto.

L’economia mondiale, la globalizzazione, i vincoli europei, la mediterraneizzazione degli scambi (nel 2010) sono questioni su cui non ci si è misurati.

Gli autonomismi – nel nord e nel sud – privilegiano i muscoli, i rapporti di forza, piuttosto che le analisi e le politiche e gli interventi conseguenti.

Ci si illude che il rapporto di forza possa essere risolutivo, che si possa ottenere di più battendo i pugni sul lavoro. Dal leader si può ottenere, invece, il finanziamento di un’opera pubblica, non una politica di sviluppo ed una nuova considerazione sul Mezzogiorno.La quale può venire semmai dall’assunzione del responsabilità di coloro che lo rappresentano, dalla loro capacità di governo.

Il piccolo cabotaggio, la gestione delle clientele e dei favori, portano voti, non benessere. Quando i consensi guadagneranno benessere, allora, il Mezzogiorno – e non solo il Mezzogiorno – avrà fatto il suo salto di qualità.

Per ora godiamoci gli otto ministri del Nord Est e speriamo che i titolari siciliani dei due dicasteri “terribili” – giustizia e ambiente – sopravvivano a questa esperienza di governo. 

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Anonimo 10 maggio 2008   20:05

Purtroppo Noi Siciliani ci abbandoniamo spesso alla lamentosi: "Adesso come facciamo?". Sistematicamente attendiamo anche gli eventi che altri portatori di interessi ci confezionano, ovviamento a loro beneficio.

Nel contesto rappresentato il risultato ottenuto dalla capacità contrattuale della Lega Nord è evidente. Cosa ci aspettiamo? Siamo davvero ingenui e sprovveduti.

 

La Sicilia non è un'isola felice. è bene che la politica locale faccia un serio esame dello stato attuale e un piano di azione a medio-lungo termine, sfruttando al meglio ciò che già l'autonomia regionale permette e stabilire i passi politici per "forzare il sistema" a vantaggio dei Siciliani.

Certo....... bisogna saperlo e volerlo fare.

Anonimo 10 maggio 2008   11:52

Intervengo sulla vignetta :è incredibile il potere evocativo del disegno.

Sull'atteggiamento di D'Alema pensavo di scrivere un commento ,ma non trovavo le parole e volevo evitare i lunghi discorsi approfonditi. La vignetta suggerisce il tutto ,rende l'idea perfettamente ,vale più di centomila discorsi d'analisi. Ed in più fa sorridere di gusto.

Anonimo 09 maggio 2008   14:16

Ad onor del vero il Ministro La Russa di An ,ancorchè residente a Milano ,è catanese e di famiglia catanese.

Suo padre è stato ripetutamente senatore del capoluogo etneo ed anche Presidente della locale società di calcio.

Si sono trasferiti a Milano alla fine degli anni 60.

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