Angelino alle toghe rosse e Stefania alla monnezza napoletana. Ma che ci avranno questi siciliani per attirarsi i guai? No, a parte la battuta, la considerazione è d’uopo, come avrebbe chiosato Totò.
Anche la conseguente domanda: è il frutto dei complicati calcoli sul manuale Cancelli ad avere fatto uscire dal cilindro di Silvio Berlusconi i numeri difficili per i due siciliani oppure è stata una valutazione di natura, chiamiamola così, politico-caratteriale? Nella collocazione dei siciliani alle due postazioni difficili sono prevalse le caratteristiche dei due personaggi, la loro esperienza politica, gli studi effettuati, le attitudini, oppure sono altri elementi di valutazione? Per quanto ne sappiamo, Stefania Prestigiacomo aveva espresso soltanto un punto di vista, o meglio aveva invocato il diritto ad un cambio.
Non voleva più stare alle pari opportunità. Non le diamo affatto torto, in quel ruolo ha avuto dispiaceri, al punto da farla uscire dai gangheri in più di una circostanza. Lei, a quanto pare, ci crede alla storia della pari opportunità, perciò si scontra con una realtà davvero dura a morire. Basta dare uno sguardo ai numeri di questo quarto dicastero Berlusconi, appena quattro donne, alla faccia delle pari opportunità. Che è un ministero fantasma, un fiore all’occhiello che non profuma. Il nulla più assoluto. Stefania ha fatto benissimo, dunque, a far sapere che non gradiva, così il Cavaliere l’ha accontentata. Come? L’hai voluta la bicicletta, ora pedala.
L'ombrello, comunque, ce l'ha. Il Cavaliere ha promesso che la questione campana la risolve, si trasferisce a Napoli fino a quando non sarà risolta. Quindi la monnezza napoletana rimane sotto la sua giurisdizione. Può piacere o no, ma la questione non sarò affrontata dalla neo-ministra. Alla quale resta intestata per competenza, ma nulla di più. E' meglio misurarsi con la monnezza oppure restare in seconda fila, prendendosi una piccola parte delle benemerenza se va bane, e delle cattiverie, se va male?
Una cosa è certa: l'ambiente è una brutta rogna.
Angelino Alfano si trova catapultato in campo aperto in una missione impossibile: riuscire laddove nessuno è mai riuscito. Alla giustizia sono passati uomini di qualità, mezzi uomini e...eccetera. Ma anche personaggi di grande autorevolezza hannno fallito. Si tratta di affronatre una delle questioni chiave dello Stato, l'amministrazione della giustizia, che si compone di due fattori: lo storico aspor contenmzioso, carico di diffidenze e sospetti, tra la politica e la magistratura, e i grani ritardi dell'organizzazione della giustizia. I magistrati addebitano alla politica assenza di mezzi e una condizione di difficile sopravvivenza, la politica addebita alla magistratura una caccia alle streghe corriva,di costituire un potere forte e inattaccabile. Una casta di intoccabili, di intoccabili che non risponde a nessuno del suo operato. Nessun dialogo, nessuna voce amica. Come se non bastasse, il governo appena nato è presieduto dal più acerrimo aspro fustigatore della magistratura, alla quale ha addebitato una serie incredibile di nefandezze e,soprattutto, la colpa di tutti i suoi guai giudiziari.
Accanto alle antiche questioni, dunque, ce n'è una che fa tremare i polsi, quella "personalissima" fra le "toghe rosse" - come Berlusconi le definisce - e il governo in carica. Quali virtù taumaturgiche il Presidente del Consiglio ha trovato in Angelino Alfano perché lo scegliesse come responsabile di questo Dicastero?
Antonio Di Pietro, il più velenoso in questo frangente, non ha dubbi: Berlusconi ha scelto di tenersi la Giustizia per sé. In definitiva attribuisce ad Alfano il ruolo di uomo di paglia.
A parte l'asprezza della battuta, le considerazioni sui metodi di selezione dei suoi ministri, hanno ricevuto le critiche dall'opposizione e i silenzi sospettosi di altre personalità. Che cosa ha convinto, ci si è chiesto, a preferire Alfano invece che Marcello Pera? La risposta dalla parte dei denigratori, è stata unanime: l'affidabilità, nient'altro che l'affidabilità, che è un eufemismo, un modo per attribuire al titolare del Dicastero, un ruolo di comparsa. Se le cose non stessero così, e fosse prevalsa l'autorevolezza, la scelta sarebbe caduta su Marcello Pera, il quale, si afferma, ha il torto di avere idee sue su tutto, dal nascere al morire, dalla società ai buoni libri e così via. A Pera, insomma, non si può dire: fai questo fai quest'altro, ci si deve sedere attorno a un tavolo e discutere. E questo è uno spreco di tempo per il Cavaliere.
Ma stanno davvero così le code?
Quando si è investiti di incarichi speciali che travolgono gli uomini e li costringono a rompere con il passato - è proprio il caso di Alfano - nulla è come prima. Le pecore diventano leoni e i leoni agnelli. Lo stacco con il passato è netto. Sempre. Preconizzare un profilo basso di Angelino Alfano, quindi, è imprudente. Il siciliano ha mostrato di saperci fare. Non si è mai messo di traverso con il Cavaliere, questo è indubbio, ma ha gestito con sufficiente oculatezza la sua area di competenza, la Sicilia, conquistandosi un giorno dopo l'altro la fiducia dei dirigenti del partito. Con le toghe sarà un'altra cosa? Non c'è dubbio, ma anche lui potrebbe essere un'altra cosa.
Resta aperto il quesito iniziale: perché i due siciliani nei luoghi caldi della governance?
Questo enigma lo scioglieremo presto, appena il governo comincerà a governare.