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Ombre sul governo ombra. Il Cavaliere ha battuto sul tempo Walter

08 maggio 2008
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Ombre sul governo ombra. Il Cavaliere ha battuto sul tempo Walter. Il governo ombra non è ancora nato, il reparto di ginecologia deve essere ancora inaugurato nel PD. Concepito ed annunciato, il governo ombra ha creato l’attesa. Non è stato avversato pubblicamente, ma trattandosi di una consuetudine labour non ha provocato entusiasmo.

Ci sono sensibilità che si risvegliano ogni volta che temi, gesti, parole richiamano l’esperienza socialista. Il tempo di Blair ha provocato una metamorfosi nel labour ma non ha cancellato nulla dalle nostre parti: continua a prevalere una sorda ostilità verso la socialdemocrazia. Un atteggiamento mentale più che un’avversione ragionata. Pregiudizio? No, qualcosa di più e di diverso, che è complicato illustrare.

Torniamo al governo ombra: la realtà è che ha perso il suo appeal, ma una volta scelta questa strada bisogna perseguirla, altrimenti si offre il destro a brutti pensieri. Quali? Che il PD non riesca nemmeno a comporre i tasselli di un governo ombra, figuriamoci un esecutivo vero e proprio.

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Cattivi pensieri? Forse.

All’annuncio avrebbe dovuto succedere la lista dei nomi: l’effetto boomerang del ritardo è scontato. Trattandosi di ministri virtuali, il governo ombra avrebbe dovuto creare meno problemi, ma non è così, a quanto pare.

L’IDV di Antonio Di Pietro è una spina al fianco del giovane partito democratico. Non è la sola spina, naturalmente. Massimo D’Alema ha riunito i parlamentari che la pensano come lui, di fatto costituendo una corrente. Il suo ragionamento è il seguente: bisogna innovare, il partito è legato a vecchie logiche che non possono più funzionare e il nuovo è troppo fragile per potere resistere agli eventi. Politichese? In certo senso, sì. D’Alema è figlio del suo tempo, ma non è il solo. Come tradurre il suo messaggio Proviamoci? Il nuovo è la “solitudine” ideologica scelta da Walter, che sul piano pratico ha conseguito una sconfitta (annunciata, secondo alcuni), si è assunta la responsabilità dell’eliminazione della sinistra dai banchi del Parlamento. Il vecchio è il radicamento appiccicoso alle origini che alcuni dirigenti si portano con loro. Massimo che cosa vuole? Lanciare la corda alla sinistra, non lasciarla andare al suo destino. Pensa, non a torto, che possa diventare un grosso problema per tutti. Ha proposto una sponda anche all’Udc di Casini. La sua non è una posizione ideologica, ma una questione tattica. Pragmatismo e intelligenza politica  la chiamano i suoi estimatori, cinismo i denigratori.

Walter riflette, non fa altro da alcuni giorni. Si è riciclato, anche troppo in verità. Era kennediano quando gli scampoli del Partito comunista facevano piangere di nostalgia un sacco di compagni. Ma è come se camminasse sulla superficie dell’acqua. Miracoli dell’intelletto. Si è richiamato al kennedismo, dandogli la valenza di manifesto ideologico, una summa del pensiero politico. Carlo Marx e Federico Hengels si rivoltano nella tomba, gli scricchiolii si sentono ancora. Ma è l’unico che possa mettere insieme le anime perse del giovane partito e farlo ripartire. Ha pazienza e moti dello spirito che rasentano entusiasmi giovanili. E poi sfonda il video, comunica la cosa più importante di tutte: fa credere di crederci.

Fondamentale nel suo mestiere.

Ma ciò che manca al PD ora è la ripartenza. Gli avversari hanno mostrato di possedere un centrocampo robusto e un reparto offensivo assai veloce: posssono arrivare “di prima” sull’obiettivo. La squadra del PD ha invece grossi problemi di mobilità e di ricambio. Panchina corta, direbbe il Mister.

La Sicilia propone un nuovo banco di prova con le amministrative. Prima ancora che il governo ombra il PD deve dare risposte alla domanda di partecipazione, che è la sua ripartenza. Ha inventato le primarie oltre che il bipartitismo, rischia di rimanere seppellito dalle sue stesse istanze di novità. Pare incapace di corrispondere ai bisogni cui ha cercato di dare risposte. Invece che girare attorno al problema, primarie sì-primarie no, deve assumere una posizione netta e, possibilmente coerente. Quale? Le primarie non può negarle. Servono al suo “popolo”, servono alla mobilitazione dei militanti, sono la sostanza del partito nuovo.

Fanno paura?

Certo, non sono eventi da prendere sottogamba, ma nessuna difficoltà può essere presa in prestito per non celebrarle se vengono chieste (e anche se non vengono chieste). Altrimentim l’equazione sarà semplice: i gruppi dirigenti temono di perdere il peso che hanno, non vogliono mettere a repentaglio gli equilibri acquisiti. Invece che tentare di vincere cercano di perpetuare i rapporti di forza.

Il PDL non ha di questi problemi perché il Cavaliere può fare e disfare ciò che vuole. E’ probabilmente vero, ma questo non giustifica reticenze e ambiguità democratiche. Il rischio che il PD non sia né carne né pesce e che perfino l’Italia dei Valori riesca, invece, a guadagnarsi un’identità a sue spese, è dietro l’angolo.

Ombre, dunque. E non solo sul governo ombra.

 

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Anonimo 09 maggio 2008   10:36

Troppo comodo prevedere il PRIMO CONGRESSO "nel futuro" quando si sono prima messi a posto tutti i tasselli della classe dirigente che poi "piloterà" fatalmente il Congresso.

Perchè non si facevano i gazebo e le primarie per la formulazione delle liste ? Perchè si fanno i gazebo solo per "il piccolo padre" ?  Dove stava scritto che ,nel votarlo ,gli si affidava totalitaria delega monocratica per la NOMINA (di fatto) dei deputati e dei senatori del partito ? E dei coordinatori regionali ? Non era giusto sentire l'elettorato prima dell'indicazione della Finocchiaro ?

In realtà il Pd è nato col piede sbagliato. Con una stridente contraddizione visibilissima tra le cose che venivano predicate e quelle che venivano (molto "al chiuso") praticate effettivamente. Doveva essere un partito che voleva "cambiar gente", ma che invece non ha ascoltato nè la nuova, nè la "vecchia" per non porre in discussione il gruppo di vertice.

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