La stella di Angelino Alfano splende: effettuato il sorpasso su Miccichè, ha una missione impossibile da compiere: andare in trincea, nel regno delle toghe

07 maggio 2008
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Angelino Ministro e Gianfranco vice, solo vice. Chi l'avrebbe mai detto? Il secondo partiva da una posizione privilegiata, Presidente dell'Assemblea regionale siciliana, la più importante carica istituzionale della Sicilia e, tradizionalmente, la più prestigiosa. Si stringono i denti - più difficile elargire favori, solo pacche sulla spalle e benemerenza, ma non è detto...- ma si ottiene rispetto, considerazione e, sopratutto, si scalano quattro alla volta i gradini della politica.

Gianfranco Miccichè è stato il più giovane Presidente dell'Ars, ma anche colui che c'è rimasto di meno su quella poltrona. Sui tempi, invero, lui non c'entra, la legislatura è stata oscurata dai guai giudiziari del Presidente della Regione e dalle nuove norme costituzionali che legano allo stesso destino l'Assemblea e il Presidente della Regione.

Cade il primo, cadono tutti gli altri.

Due anni possono essere pochi, ma anche molti.

Al Poggetto

Certo è che Miccichè non è uscito rafforzato da questa esperienza: prima di entrare a Palazzo dei Normanni aveva il partito in mano, ora ha dalla sua i blogger e alcuni deputati, non molti invero.E' stato lui ad inventarsi in Sicilia un partito di massa, sgominando agguerriti concorrenti, legati al vecchio plafond elettorale democristiano.

Aveva digerito pure gli ex democristiani, non tutti però. Man mano che gli eredi della DC si organizzano, l'orizzonte di Micciché si è ristretto. I problemi non li ha mai avuro con l'opposizione: la sinistra, il centrosinistra,la stessa rete di Orlando non hanno mai costituito aavversari veri per Forza Italia. I problemi sono sorti all'interno del centrodestra.

Quando è nata la stella di Cuffaro, Miccicché ha dovuto farci i conti. Ma gli spazi di movimento per Micciché erano ampi: sconfitto il capo, seppure di una manciata di voti, ha dovuto lasciare Roma e tornare in Sicilia.

L'Assemblea è diventata, perciò, l'opzione più appetibile. I modi spartani e sbrigativi hanno fatto il resto. Lo ricordano ancora oggi com'è andata. Ha fatto sapere agli azzurri siciliani quali erano le sue intenzioni, senza chiedere né autorizzazione né parere. Così si è fatto un sacco di amici, a cominciare dal neo Presidente del Senato, Renato Schifani, non a caso oggi considerato uno degli estimatori convinti di Angelino Alfano.

Una questione di forma?

Non solo. Piuttosto un atteggiamento, che può destare qualche perplessità in chi vuole conservare un ruolo all'interno del gruppo, pensare con la propria testa. Il biennio assembleare ha confermato questo tratto caratteriale. Micciché non si è fatto molti amici fra i deputati: un giorno sì ed uno no, li ha criticati, talvolta pesantemente.

Che avesse ragione o meno, è perfino marginale.

Esercitare un ruolo come il suo ed esprimere pareri non proprio commendevoli sui comportamenti dei parlamentari, non è il modo giusto per regnare tranquilli. Nei giorni dispari ha discettato sui deputati e in quelli pari sul personale dell'Assemblea. Inevitabilmente, qualunque cosa dicesse - ripeto anche verità sacrosante - ha suscitato reazioni negative.

In questo contesto, non facile, si è innestato il progetto caro a Micciché, succedere a Totò Cuffaro. Come? Logorandolo, rendendogli la vita difficile, richiamando l'attenzione su un sistema di potere non compatibile con i bisogni della Sicilia.

E allora è venuta la sottile distinzione fra Cuffaro e il cuffarismo, una equazione impropria secondo la quale il cuffarismo è un male assoluto, e Cuffaro non ne è l'inventore: lo eredita, è sempre stato così.

E' un portatore sano, dunque?

A questa domanda ha risposto sempre in modo ambiguo, evitando lo scontro frontale.

I guai giudiziari hanno trasformato la strategia di Miccichè in qualcos'altro.

Si è trovato costretto a decidere una posizione netta.

Quale?

Alleato e sodale, oppure antagonista ed oppositore: ha scelto la seconda strada, al punto da ipotizzare,alla vigilia del confronto elettorale, una lista "rivoluzionaria".

Cuffaro, che ne aveva piene le tasche dell'opposizione di palazzo - dovendo fronteggiare problemi giudiziari, ha posto un veto, netto e indiscutibile: non voterò mai il candidato Miccichè alla presidenza della Regione.

Magari sarebbe accaduto lo stesso, ma così è andata. Raffaele Lombardo ha avuto, così, la strada aperta. E Berlusconi non ha potuto fare altro che abbozzare, magari mugugnando.

Per avere dovuto rinunciare al suo pupillo, Miccichè?

No, proprio non lo crediamo. Piuttosto per essere stato costretto ad una trattativa "alla pari" con Raffaele Lombardo e il suo MPA. Fastidiosa, insopportabile mediazione con il  leader siciliano. 

E siamo al governo del Cavaliere e all'uscita di Micciché dal salotto buono di Roma una decina di giorni or sono: i giornalisti attendono informazioni sulla composizione di governo e lui, trionfante, racconta a tutti che sarà il vice ministro. Lasciando tutti esterrefatti. 

Angelino Alfano?

Misurato, rispettoso; veste sobriamente e parla quando è necessario. Preferisce usare la testa piuttosto che le parole. I suoi gesti sono ridotti all'osso. Sembra disegnato dal Cavaliere, a misura di Forza Italia, ora PDL. Con un correttivo, l'à plomb agrigentino. Fa parte della storia politica agrigentina: come si dice in Sicilia "l'acqua lo bagna e il vento lo asciuga".

Di essa fa parte un altro agrigentino storico, Angelino come lui, ma Capodicasa di cognome (a proposito, dove si trova?).

Spetterà ad Angelino nostro, Alfano dunque, il dicastero più spinoso di tutti, quello della giustizia.

Perché?

Avete bisogno che ve lo spieghi?

Fino a ieri il Cavaliere ne ha dette di cotte e di crude sulle toghe. 

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