La fabbrica, arcigna come un castello medievale, si staglia su un cielo senza colore; i raggi di un sole timido raggiungono a malapena le ciminiere, dalle quali fuoriescono nuvole di fumo. Un uomo dal torace possente, a dorso nudo, scruta il sole con occhi severi: ha baffi ispidi e grigi, l'aria cupa e determinata, e tiene con una mano il maglio sull'incudine, con l'altra mano una locandina datata 25 dicembre 1896: "L'Avanti! porterà la voce del proletariato che vuole essere padrone dei propri destini e si raccomanda a tutti coloro che hanno simpatie per la causa della giustizia e della civiltà. Sarà l'espressione del pensiero socialista, mezzo di azione dei lavoratori coscienti e organizzati, strumento di propaganda per i contadini e gli operai ancora disuniti ed incerti".
Questo cimelio del socialismo italiano, appeso alla parete di casa fin dagli anni in cui avevo i calzoni corti, ha attraversato indenne tutte le stagioni della mia vita, la storia politica del partito socialista, i traumi e le incursioni della quotidianità. Ma non prova né la lealtà né la coerenza del mio socialismo. Semmai, una inoffensiva voglia di identità, una parsimoniosa scelta di campo, una vaga tendenza a vivere in modo consapevole, una confusa filosofia di progresso e di giustizia sociale. Ogni volta che ho cercato di definire il socialismo, sono stato sul punto di rinnegarlo o di smarrirne la ragion d'essere. Come ogni corrente di pensiero, ideologia, principio, valore, il socialismo tiene insieme tante cose che vanno in pezzi quando si pre-
tende di definirle. È, forse, solo una maniera di stare al mondo, un modo di esprimere la propria umanità. L'uomo è il fine del-l'azione e del pensiero socialista, non il mezzo per il successo dell'idea di socialismo, come la giustizia è lo strumento delle libertà, non il suo fine. L'individuo definisce, dentro di sé, il socialismo, attraverso il suo modo di aderire ai principi di giusti-zia e libertà.
Il socialista è un ossimoro, un idealista senza ideali: la sua città felice scompare sulla soglia dell'ideologia. Egli sa di non poterla abitare, ma si comporta come se confidasse in essa: la cerca costantemente dentro di sé e nel rapporto con gli altri, e crede di trovarla nella sua cittadinanza e nell'azione politica.
Il socialismo è, dunque, una tendenza più che uno schiera-mento, una utopia capace di misurarsi sempre con la realtà, una concezione laica della vita e della storia che matura nella ricerca costante della giustizia e della civiltà. Esso si definisce nell'elaborazione teorica e si conquista nella prassi. Ognuna delle sue opzioni tradizionali – marxista, liberale, riformista e libertaria – può essere perseguita e privilegiata a seconda della circostanza, a patto che mantenga ferma la ragion d'essere del socialismo, che non propone verità incontrovertibili né conquiste permanenti, ma scelte faticose e ricerche logoranti.
Il socialismo diventa qualcos'altro quando matura una identità o governa la società: nega la sua esistenza, come una larva che si trasforma in libellula o il parto felice di una donna morente. Invece che rappresentare una soluzione razionale alle contraddizioni del capitalismo, fa i conti con le proprie contraddizioni.
Le socialdemocrazie hanno migliorato; rafforzandolo, il capitalismo; i comunismi hanno cancellato la democrazia e le libertà individuali. Il socialismo liberale ha custodito – per qual-che tempo – la lotta di classe; il riformismo ha permesso la pro-testa dura, il ribellismo. E la coabitazione di tutto questo? Niente di più incoerente, confuso e contraddittorio. Dubito, tuttavia, che sia dovuto alla irrazionalità o ad una incapacità personale di fare una scelta: ognuna delle anime del socialismo – marxista, liberale, riformista, libertaria – nega tutto il resto: l'egualitarismo non è compatibile con la libertà, la lotta di classe con la democrazia, il liberismo con lo sfruttamento del lavoro, il laicismo
con l'onnipotenza dell'Idea. Nella elaborazione teorica tutto si tiene, nel confronto con la realtà le contraddizioni si manifesta-no ed esplodono. E la città felice cade a pezzi.
Marx ed Engels non ebbero alcuna intenzione di comprare l'uguaglianza al prezzo della libertà: raggiunta l'uguaglianza promisero di consegnare al popolo la responsabilità della scelta e di rispettarne la volontà. Ma non fu così, e il socialismo marxista dovette rinunciare alla democrazia e alle libertà fondamentali. Confidarono in una profezia irrealizzabile? Nel tempo del politeismo dei valori, ricorda Weber, il miglior regime è quello che, come la democrazia, permette di accordarsi per escludere un valore dominante nella pluralità dei valori riconosciuti. Una virtuosa conventi() ad escludendum, inaccettabile per l'Ideologia. Dentro questo intrigo inestricabile sono annegati uomini retti, intellettuali raffinati, dirigenti di partito accorti, leaders e statisti rispettabili.
Ma è preferibile ridurre il socialismo a un ossimoro piuttosto che farne uno strumento di dispotismo. Quanti, tuttavia, sarebbero disposti a concepire e seguire un socialismo spogliato dell'onnipotenza dell'Idea? E quanti sarebbero disposti a rinunciare all'opera di smascheramento dei "falsi" socialismi altrui, al sacerdozio dell'interpretazione inappellabile? Così tutto si tiene e tutto si giustifica: il socialismo della rifondazione comunista, il socialismo del kennedismo post-comunista e il socialismo dell'area cattolica di sinistra che nega il socialismo.
Il manifesto dell'Avanti! di Leonida Bissolati, dunque, non è solo un reperto preistorico, ma anche la prova della permanenza di un modo di esprimere la propria umanità. Il modo socialista, appunto. Che deve essere accolto, così come ogni altro modo, in una casa comune perché venga rappresentato e riconosciuto.
Di case comuni il socialismo ne ha avute tante, ed ognuna ha acquisito una identità prevalente man mano che è andata perdendo le componenti originali: il processo d'identificazione ha richiesto abiure, sconfessioni, separazioni. Il socialismo romantico dell'Ottocento, indefinibile, istintivo e garibaldino, che sarà incarnato per mezzo secolo da Pietro Nenni, perde il nazionalismo con l'espulsione di Benito Mussolini nel 1919; il bolscevismo con la scissione comunista del 1921; la componen-
te radicale e massimalista con l'abbandono dei seguaci di Serra-ti; la corrente socialdemocratica con la scissione del 1947 di Pa-lazzo Barberini; la corrente filosovietica e filocomunista con la scissione psiuppina di Vecchietti e Valori nel 1963.
Le separazioni non dividono salomonicamente le anime del partito: il socialismo italiano, per esempio, mantiene le radici riformiste d'impronta turatiana e quelle, ben più lontane, d'impronta bakuniniana. La componente socialdemocratica lascia la casa comune portandosi appresso l'icona di Lenin; il riformismo attraversa indenne l'unità d'azione con i comunisti e il Fronte popolare negli anni Quaranta e Cinquanta, il marxismo convive, senza danni, con l'autonomismo degli anni Sessanta e, perfino, con la svolta prudhoniana impressa da Bettino Craxi a metà degli anni Ottanta.
Sprovvisto del forte radicamento scientifico della socialdemocrazia tedesca e dell'omogeneità laburista inglese, intrisa di fabianesimo, e lontano culturalmente dagli scritti di Marx, il socialismo italiano matura una coscienza sociale piuttosto che una coscienza di classe, una tendenza al movimentismo e all'opinione piuttosto che all'organizzazione e al partito. Le accuse di debolezza, ingenuità, passionalità, romanticismo prima, e quella di incoerenza, esasperato pragmatismo poi, risalgono in qualche misura a queste caratteristiche. Ed esse riconducono all'individualismo socialista, peculiarità permanente.
Se le libertà costituiscono il punto di arrivo e di partenza di ogni socialismo possibile, le libertà individuali — prima che collettive — sono la sua stella polare. Ed è questa l'origine di ogni contraddizione.
Al punto da spiegarne la scomparsa?
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