Peppone e Don Camillo e la politica bon ton. E i leader di oggi? Troppo affezionati alle poltrone di Matrix e poco rivini al cuore della gente

08 aprile 2008
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Giovannino Guareschi starà certamente rivoltandosi nella tomba. I suoi due personaggi, Don Camillo e Peppone, che rappresentarono nel primo dopoguerra il dualismo della politica italiana, sono stati sostituiti da due protagonisti non compatibili con il loro DNA. Dal Cavaliere e dal Professore fino a ieri, e dal Cavaliere e dal professorino Walter, oggi.

Lo scontro tra la cultura politica di allora, quella cattolica, presente nella Democrazia Cristiana e quella popolar marxista, presente nel Partito Comunista Italiano, era uno scontro ideologico e di valori. Giusti o sbagliati, a secondo della visuale di osservazione. Oggi lo scontro è diventato più schematico. Centro-destra contro Centro-sinistra. Con schieramenti eterogenei nella composizione e nelle ideologie, alla faccia dei vecchi principi e valori morali e ideologici.

 

Il microcosmo politico di Giovannino Guareschi era rappresentato nella finzione letteraria e nella sua magnifica trasposizione filmica, da un piccolo paese sulla riva del Po, Brescello. Il paesino della bassa padana, attraverso le quotidiane liti tra il Parroco Don Camillo e il Sindaco comunista Peppone, esprimeva uno spaccato verosimile della vita dell'epoca, delle virtù e delle miserie umane, delle tensioni fra cattolici e comunisti, nel più ampio scenario dell'Italia del dopoguerra.

Al Poggetto

 

Una fiaba tutta italiana che ci ha accompagnato con la mente e con il cuore in Chiesa, caposaldo della difesa dei valori morali e della cristianità; alla stazione, metaforico punto di ogni arrivo e di ogni partenza, nel non risolto rapporto città-campagna, nei problemi religiosi e intergenerazionali, nelle piazze affollate per i comizi, negli scioperi contro gli agrari. In un’Italia divisa in due quel "mondo piccolo" che ci ha condotto per mano, ironia e umanità, dalla faticosa ricostruzione degli anni cinquanta al boom economico degli anni sessanta.

I due ‘avversari’ cercavano in ogni modo di ostacolarsi nei rispettivi progetti, ma era una competitività apparente, perché la loro vera missione era di riportare la pace tra gli animi esacerbati dei loro conterranei. L’obiettivo, dopo i soliti, numerosi e continui battibecchi, era sempre raggiunto per il bene di tutta la collettività.

 

Brescello a un certo punto rappresentò in maniera perfetta non soltanto quella che era la politica nazionale, ma anche la situazione politica internazionale. Anche il mondo era diviso in due. Nel 1945 le due grandi potenze internazionali a Yalta avevano diviso il mondo in due grandi blocchi. L’equilibrio era regolato e disciplinato da due grandi apparati militari: la NATO e il Patto di Varsavia. Era la cosiddetta guerra fredda fatta da spie, controspionaggi e propaganda.

 

In Italia, da una parte, erano schierate, le forze di sinistra, comunisti e socialisti, simpatizzanti per i paesi dell’Est, quelli del Patto di Varsavia, dall’altra, c’erano, i partiti governativi di centro, la Democrazia Cristiana e i suoi alleati, che aderivano al Patto Atlantico (Stati Uniti d’America e Nato). Il dualismo esisteva anche nella società civile e nel divertimento: Coppi contro Bartali, la Loren contro la Lollobrigida, la Callas contro la Tebaldi, l’Inter contro la Juventus, e chi più ne aveva, più ne metteva.

 

Ci chiediamo oggi, a distanza di cinquanta anni, che somiglianza possono avere i due nostri personaggi d’allora, che ricordiamo e rivediamo attraverso le simpatiche facce di Gino Cervi (Peppone) e di Fernandel (Don Camillo), con i due protagonisti di oggi. Lo stile di fare politica, l’umanità dei Peppone e Don Camillo con i ragionamenti di Silvio Berlusconi e Walter Veltroni.

La bontà d’animo dei due nemici – amici della Val padana, (se qualcuno avesse detto loro che un giorno sarebbe arrivata Lega non avrebbero capito a cosa si riferisse) era misurata nei momenti di necessità, sia dell’intera collettività, che dei problemi dei due singoli personaggi. Ognuno dei due interveniva sempre, di nascosto, quando l'avversario era in pericolo. Quando invece l'alluvione, o altra calamità, metteva dura prova l'intero paese, la collaborazione era naturale e solidale. Ma mai per favore chiamiamole larghe intese.

 

Nel ‘Piccolo Mondo’ di Guareschi era soltanto umanità e spirito di collaborazione. Il problema della religione era sempre risolto. Ricordiamo l’edicola votiva della Madonna, realizzata nell’edificio destinato all’edilizia popolare o quando si trattò di dare il nome al figlio di Peppone, nel corso di un semiclandestino battesimo. Don Camillo e Peppone si presero a schiaffi e pugni per via del nome proposto per il figlio di quest'ultimo (Libero, Antonio, Lenin). Sconfitto nella scazzottata, Peppone propose il nome Camillo Libero Antonio, ma al momento del battesimo del bambino si chiamerà Libero Camillo Lenin su proposta dello stesso don Camillo: ‘Quando hanno un Camillo vicino, i tipi come quello là non hanno niente da fare.’ Toccante il momento in cui Don Camillo fa suonare ‘a morto’ le Campane della Chiesa, per salutare il corteo funebre che portava, avvolta nella bandiera rossa, la bara del giovane militante comunista, morto a Reggio Emilia durante i fatti del luglio sessanta.

E allora Berlusconi il vulcanico e barzellettiere Silvio come Don Camillo? Per carità! Ma neanche Casini!

Il misurato Veltroni come il sanguigno Peppone? Neanche per sogno! Ma nemmeno Bertinotti!

 

Ci chiediamo come avrebbero risolto oggi Peppone e Don Camillo i problemi dell’Alitalia, del precariato, delle pensioni, del caro prezzi, dei Dico e delle Unioni civili, dei giovani.

Già immaginiamo Don Camillo pilotare un aereo Alitalia, con gli occhialoni da Barone rosso, mentre sbeffeggia Spinetta. Peppone in testa al corteo dei precari a risolvere il problema del lavoro a tempo determinato. Già immaginiamo i due, fianco a fianco, con la scopa in mano a pulire le vie di Napoli, per poi magari spedire la raccolta in America o in Russia, per far dispetto all’avversario. Li vediamo ancora davanti alle discoteche a combattere i trafficanti di droga e, di nascosto, distribuire i profilattici ai giovani. E perché no, visto che li abbiamo lasciati Senatore e Vescovo, non è detto di immaginarseli Papa e Premier. Li vediamo scazzottarsi a Piazza San Pietro per le Unioni di fatto e per la legge sull’aborto. Senza bisogno di Giuliano Ferrara. Non ce li immaginiamo invece a Porta a Porta e a Matrix. Di certo avrebbero picchiato sia Vespa che Mentana.

Walter e Silvio cercate di prendere esempio da Don Camillo e Peppone. L’Italia tutta ne guadagnerà.

 

 

MARCELLO SAJEVA

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