Il tramonto del sol dell’avvenir /2 “Nacqui figlio di comunista siciliano, contagiato dai camalli…”

01 aprile 2008
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Nel Luglio del 1943 avevo quasi 15 anni e non avevo mai sentito parlare di politica.

 

Durante i primi anni della mia infanzia, quando cominciai a uscire di casa, nella centralissima piazza del Duomo di Giarre (CT), vi era la sede del Fascio con su l’insegna “Partito Nazionale Fascista”: Quella scritta per me non aveva nessun significato ed era uguale all’insegna della rivendita di giornali.

 

Non sapevo esistessero altri partiti né oppositori del regime e che tra questi, alcuni ritenuti più pericolosi, ricevevano frequenti visite degli squadristi, anche a notte fonda, senza altro motivo che quello di render loro la vita difficile.

 

In una bella serata settembrina ero seduto sulla soglia di casa che dava sulla strada nazionale, con un mio amico d’infanzia di qualche anno più grande di me. Non ricordo come e perchè questi cominciò a parlarmi di politica e di socialismo.

 

Mi raccontò che il padre gliene aveva più volte parlato quando la mattina di ogni domenica si alzavano alle 3 (forse è più notte che mattina) per andare col carretto tirato dall’asinello, da Giarre a Sant’Alfio La Bara, dove con il loro carico di mercanzia andavano ad aspettare le donne che uscivano alle 7 del mattino dalla prima Messa.

 

Percorrendo la strada, tutta in salita, profittando del fatto che nessuno l’avrebbe potuto sentire (ricordo che si era sotto il regime fascista) a bassa voce, canticchiava bandiera rossa. Quando, poi, con la liberazione della Sicilia e dell’Italia, da parte delle truppe Alleate, avrebbe potuto farlo liberamente e ad alta voce... intonò…“bianco fiore”  inno democristiano: miracolo della libertà!

 

Il mio amico mi spiegò con semplicità che il Partito socialista era il partito dei lavoratori e che aveva lottato e lottava per i loro diritti ecc. ecc., e che l’emblema del partito era la falce e il martello che rappresentava i lavoratori della terra e quelli delle officine. Questa idea mi affascinò all’istante e rimasi folgorato sulla via …del socialismo.

 

Rielaborai subito le poche rudimentali ed essenziali nozioni ricevute, e tra me e me conclusi che un socialista doveva essere prima di tutto una persona onesta: su questo concetto semplice e rigoroso fondai la mia militanza nel partito.

 

Intanto dopo l’occupazione Alleata, a Giarre, come in tutto il resto della Sicilia,  vennero aperte (o riaperte) le sezioni dei vari partiti. Primi fra tutti a Giarre  il Partito Democratico Cristiano, il Partito Socialista Italiano, il Partito Comunista Italiano e, se non ricordo male, il partito D’Azione e il Partito Repubblicano italiano che da buoni amici-nemici si spartirono l’arredamento del defunto Partito Nazionale Fascista. 

 

Immediatamente dopo istituirono  le loro sezioni  la Democrazia del Lavoro (partito scomparso dopo qualche anno). Poco dopo anche il MIS (Movimento per l’Indipendenza della Sicilia), il Partito Liberale Italiano e ... “L’Uomo Qualunque”, dietro la cui insegna si nascondevano i resti sbandati del vecchio regime fascista, poiché una legge vietava espressamente la ricostruzione del Partito Nazionale Fascista.

 

E mentre i partiti “democratici” aprivano le loro sezioni, i sopravvissuti del vecchio regime venivano arrestati e inviati al confino: a Padula, dove ritrovarono i colleghi di tutta Italia, compreso il comandante Achille Lauro che, non avendo altro da fare, si racconta in un libro, il cui il titolo appunto è “Padula”,  faceva i bagni di sole nudo.

 

Anche a Giarre ci furuno degli arresti, primo tra questi il segretario politico del locale fascio, Ing. Calcerano che assieme ad  altri dignitari locali fu internato a Padula dove, specie in un primo momento, la vita non fu affatto facile.

 

La mia concezione giovanile e pertanto paradossalmente…estremista della democrazia, era semplice: chi non era con la mia parte politica era contro e lo consideravo, non un avversario, ma un nemico.

 

La mia purtroppo non era una visione politica isolata: il clima che si respirava nel dopoguerra era sostanzialmente questo perchè venuti fuori da un regime totalitario, ne rimanevano i cattivi semi sparsi ovunque ed uno spirito di totale contrapposizione, di profonda ostilità, era presente nell’animo di moltissimi militanti di tutti i partiti, a sinistra, al centro e a destra.

 

La mia avversione politica si indirizzava quindi ad interi partiti.

Trascorse un altro “ventennio” prima che il Paese si rendesse conto dell’errore e che sulla pluralità era fondata la democrazia.

 

Questo è stato un ulteriore prezzo pagato a posteriori alla dittatura Fascista, alla sua forma più deteriore, alla sua eredità di violenza politica, di diseducazione sociale.

 

Intanto subito dopo aver apprese le prime nozioni di socialismo dal citato amico, preso dal sacro fuoco dell’ideale, inondai i muri della frazione Peri, in cui abitavo, di falci e martelli disegnati col carbone, provocando l’immediata reazione del Camilliano Padre Giuseppe La Perna, che individuato il responsabile, si prese la briga di venire a casa mia e denunciare il fatto a mio padre.

 

Credeva di trovare in questi uno che la pensava come lui. Ma non era così perché si trovò davanti un convinto militante comunista! Passò così dalla padella nella brace.

 

Mio padre, classe 1898, proveniva da una “scuola” di comunismo radicale e massimalista: infatti essendo macchinista navale, aveva frequentato a Genova i famosi “camalli”, che del partito comunista erano il battaglione d’assalto.

 

Aveva inoltre condiviso con alcuni illustri fuoriusciti antifascisti, un volontario esilio negli Stati Uniti d’America, dove veniva attivamente ricercato per essere stato segnalato come comunista dall’Italia e negli U.S.A. i comunisti erano considerati nemici dello Stato.

 

Lavorava provvisoriamente nell’edilizia a New York ed un giorno alcuni agenti americani in borghese chiesero proprio a lui chi fosse tra gli operai Sebastiano Di Bella; con grande presenza di spirito indicò un operaio che lavorava in alto sulle impalcature e depistati i poliziotti americani, mandò gambe all’aria la carriola di impasto di cemento che spingeva, prese la giacca e scappò in California.

Da qui si rifugiò in Brasile e ritornò agli oceani con compagnie di navigazione  sudamericane. Ma questa è un’altra storia.

 

Ritornando al prete, questi  fece rientro in sede “con le pive nel sacco”.

Così venni a sapere che mio padre, pur avendo nel cassetto del comò, le tessere del Partito fascista, era un comunista, cosa che io sconoscevo, perché appunto, né a casa né fuori avevo mai sentito parlare di politica.

 

Ricordo ancora che mio padre durante la guerra ascoltava radio Londra attraverso la quale venivano raccontate  le sconfitte e le  perdite subite dalle “forze  dell’Asse Roma - Berlino”: perdite puntualmente nascoste o minimizzate dal regime.

 

Le tessere fasciste nel primo cassetto del comò non erano altro che il nulla osta per lavorare. Senza tessera niente imbarco!

Non aveva considerato il Duce e i suoi cattivi consiglieri (di sciocchi vanagloriosi era purtroppo circondato) che le coscienze non si possono tesserare.  (continua)

 

Leonardo Di Bella

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