I socialisti scompaiono, la loro storia no. Il tramonto del sol dell’avvenir raccontato da un militante /1

29 marzo 2008
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E’ mia personale opinione che il nostro Paese ha avuto purtroppo pochi statisti illuminati, al contrario, per esempio, della Francia o del Regno Unito: noi abbiamo avuto qualche buon politico. Molti invece i politici mediocri e i politicanti, visto che il ”politico” per definizione è uomo che fa gli interessi della “Polis” della città, dello Stato.

 

Anche ad un cultore di storia patria distratto come me, non sfugge un difetto d’origine del nostro Paese, evidente già dalla sua tardiva formazione attraverso l’unificazione forzata di piccoli Stati, estremamente diversi tra loro e dunque di realtà sociali ed economiche distanti e di difficile integrazione, quando non antitetiche ed incompatibili.

Al Poggetto

 

Suole affermarsi che ogni Nazione ha la classe politica ... che riesce ad esprimere … che merita. Troppo semplice. La politica non è matematica, non è materia scientifica: è un’attività squisitamente umana, direi umanistica. 

 

Io sono un socialista di vecchia data, dal 1944, uno dei tanti che ha vissuto tra sorpresa, amarezza e delusione gli avvenimenti drammatici di tangentopoli.

 

Uno di quelli che ha vissuto quegli avvenimenti con la coscienza che quanto avvenuto segnava in modo irreversibile la fine dell’epoca degli ideali politici e invero dell’idealismo utopico e romantico, retaggio dell’Ottocento, secolo che ha traghettato l’umanità nel mondo moderno e del Novecento, ma che all’idealismo assoluto e cieco ha pagato un tributo di milioni di vittime innocenti.

 

Ed è proprio questo il motivo che mi spinge a ricostruire una storia mia, ma comune a tanti: gli ideali sacrificati lentamente sull’altare degli interessi egoistici e di parte, nel nome del dio denaro e del potere cieco e fine a se stesso.

 

Per non far torto a nessuno parlerò della mia esperienza di militante socialista a far data dal 1944: delle speranze e delle illusioni di una generazione transitata da un regime totalitario alla democrazia e quindi alla sua degenerazione … la demagogia.

 

Niente di nuovo sotto il sole perché duemilaquattrocento anni fa Aristotele aveva già identificato il rischio della degenerazione della democrazia in demagogia. Questa consiste nell’adozione di provvedimenti che sembrano accontentare tutte le singole categorie ma che in realtà pesano moralmente ed economicamente in modo insopportabile sui cittadini e sulla società civile nel suo insieme.

 

Rifletto su quanto ho vissuto politicamente dal 1928 ad oggi: Il fascismo, e poi dalla democrazia parlamentare al parlamentare della democrazia.

   

Risulta evidente che al regime fascista non poteva succedere un’epoca senza ideali, proprio perché il regime era vissuto e  si era alimentato di ideali e di irrazionalità e solo di questi, anche quando la realtà terribile della guerra mondiale prima e di quella civile poi, avrebbero dovuto richiamare Mussolini al senso della realtà.

 

Al contrario più gli avvenimenti avevano spinto il fascismo verso la sua irreversibile fine, più  gli ideali avevano avuto il sopravvento sul raziocinio: questo spiega in parte il delirio della Repubblica Sociale e l’agonia letale dell’ultimo fascismo.

 

Lo sbarco alleato in Sicilia sarà determinante per le decisioni del Gran Consiglio del Fascimo del 25.7.1943, che voterà a maggioranza l’uscita di scena (provvisoria) del Duce Benito Mussolini.

 

Preliminare necessario allo sbarco alleato in Sicilia, era considerata l'occupazione di Pantelleria che l'opinione pubblica italiana, suggestionata dalla incessante propaganda fascista, era abituata a considerare una specie di Malta, cioè una base inespugnabile.

 

La mattina dell’11 Giugno 1943 le forze anglo-americane conquistarono  l’Isola senza che venisse loro frapposta alcuna resistenza; il 12 Giugno fu la volta di Lampedusa.

La presa di Pantelleria suscitò grande preoccupazione in tutta Italia, perché il regime aveva sempre sostenuto che questa era la nostra portaerei “inaffondabile”.

 

Questa argomentazione era stata più volte ripresa per giustificare il fatto che la marina italiana, gravissimo errore di programmazione militare, non era stata dotata di navi portaerei.

 

La notte del 9 luglio truppe alleate aviotrasportate vengono lanciate sulle zone sud-orientali della Sicilia, ma una bufera di vento con raffiche di 80 km orari, rendono inefficace questo primo tentativo di attacco con truppe paracadutate e oltre 13000 paracadutisti della 82° divisione aviotrasportata si disperdono su un territorio vastissimo, rendendo scarsamente efficace l’intervento.

 

Contemporaneamente dai porti della Tunisia salpano le navi che trasportano le truppe d’invasione.

La difesa della Sicilia è affidata alla sesta armata italiana del gen. Alfredo Guzzoni, in cui militano agguerriti contingenti tedeschi di rinforzo.

 

All’alba del 10 luglio inizia lo sbarco Alleato, operazione “Husky”, questo il nome in codice: 160.000 uomini con 600 carri armati mettono piede sulla costa sud-orientale della Sicilia, gli americani della settima armata nel Golfo di Gela nel tratto di costa tra Licata e Scoglitti, gli inglesi dell’ottava armata di Montgomery nel Golfo di Siracusa, tra il capoluogo e Pachino.

 

Gli sbarchi avvengono senza troppe difficoltà grazie al fittissimo e preciso fuoco di copertura delle navi: nel corso delle  operazioni, caccia anglo-americani decollati da Malta e Pantelleria sorvolano in formazione i punti dello sbarco per respingere eventuali contrattacchi dell’Asse.

 

L’ottava armata inglese non trova resistenza e i suoi reparti nella notte entrano a Siracusa, gli americani della prima divisione, una volta conquistata Gela  devono affrontare i vigorosi contrattacchi della divisione tedesca “Goring” e della Livorno. Gli scontri termineranno solo alle ore 14 del 12 luglio, con la ritirata degli italo-tedeschi.

 

Alla fine gli americani  catturano 18.000 prigionieri ma perdono, tra morti e feriti, un migliaio di uomini.

 

Invero quando gli eserciti Alleati sbarcarono in Sicilia, i destini dalla  guerra erano già segnati da tempo. Si credeva ancora, o si sperava, che le truppe Alleate potessero essere respinte: la realtà era molto diversa. Un primo tentativo di resistenza venne travolto dalle preponderanti truppe Alleate. Non mancarono atti di superbo eroismo da parte dei nostri giovani soldati: si sa gli eroi muoiono giovani e talvolta … solo per la gloria.

 

Il  corpo di spedizione Alleato è stato definito dal comando navale inglese “la più numerosa flotta da sbarco che sia mai salpata”. L’intero corpo  ammontava a 2950 navi, più molti altri mezzi minori (si parla complessivamente di settemila mezzi da sbarco).

 

Il 10 e l’11 luglio sbarcarono 82.660  soldati e 294 carri armati dell’ottava armata britannica al comando del generale Montgomery, e 81.521 soldati a 360 carri armati della settima armata statunitense al comando del generale Patton (il generale d’acciaio).

 

Di fronte a tanta potenza di fuoco, impari era la lotta e la resistenza organizzata a costo di grandi sacrifici e inutile spargimento di sangue, riuscì a ritardare l’avanzata degli Alleati solo di qualche giorno.

 

Travolto un accenno di resistenza a Solarino le truppe alleate sciamarono verso la Piana di Catania raggiungendo, in poco tempo il fiume Simeto, dove nel frattempo gli italiani avevano organizzato, sfruttando il terreno favorevole, una seconda resistenza. Ma dopo qualche giorno anche il fronte del Simeto venne travolto. L’11 agosto le truppe inglesi entrarono a Giarre mia città natale.

 

Perchè ne resti memoria, voglio ricordare l’esempio eroico del mio concittadino giarrese Sig. Rosario Iraci. Prima di abbandonare Giarre i tedeschi avevano collocato mine in diversi punti della Città, tra questi, nell’inutile tentativo di ritardare l’avanzata degli Alleati, avevano minato il ponte che attraversa il torrente Macchia nei pressi di Santa Maria La Strada, con l’evidente intenzione di farlo saltare in aria.

 

Avevano anche provveduto a seminare letteralmente di mine il terreno adiacente al ponte sul quale gli alleati, secondo logica, sarebbero dovuti passare nel caso di impraticabilità del ponte. Ma le cose andarono diversamente: le cariche esplosive piazzate per fare saltare il ponte erano comandate a distanza per il tramite di un filo elettrico.

 

Finito il lavoro e steso circa un chilometro di filo, azionarono il comando per fare brillare le mine, ma non ci fu nessuna esplosione. Cosa era accaduto? Quando i tedeschi si erano allontanati, il citato Sig. Iraci, che abitava a cinquanta metri dal ponte e che da dietro le persiane, aveva visto a capito tutto, uscì allo scoperto e con un ben assestato colpo di accetta aveva tagliato il filo di collegamento che doveva fare saltare il ponte.

 

I tedeschi tornarono immediatamente indietro per vedere la causa del fallimento della loro “opera”.

 

Ma la fortuna volle aiutare il sabotatore e presumibilmente anche i suoi vicini di casa: quando i tedeschi arrivarono nei pressi del ponte, dall’altro lato apparvero gli Alleati, cosi ché ai tedeschi non restò altro da fare, dopo qualche scaramuccia, che ritirarsi verso Messina.

 

Il 17 di Agosto l’esercito inglese aveva preso Messina, dove venne raggiunto dalla VII armata americana che aveva occupato la parte occidentale dell’isola. Gli eserciti alleati non trovarono invero molte resistenze e impiegarono poco più di un  mese per completare l’occupazione dell’Isola, solo perché volevano essere sicuri di non avere perdite umane o di averne il minor numero possibile.     

 

Leonardo Di Bella

(continua)

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