Sinistra "versus" PD, non si può stare con l'operaio e con il padrone. C'è ancora la lotta di classe?

04 marzo 2008
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''L'idea che non ci sono interessi contrastanti tra le classi non corrisponde al vero. Negare l'esistenza del conflitto di classe vuol dire far vincere le classi dominanti. Si riconosce ai potenti di avere un potere fisiologico, dominante. La modernità nasce quando viene riconosciuto ai lavoratori, come nella Costituzione italiana, di essere portatori di un interesse. Oggi ci sono degli ostacoli che impediscono ai lavoratori di essere centrali nell'interesse del nostro Paese. Tra questi, quello principale è il profitto dei padroni che riconsegnano alla precarietà i lavoratori.

Ecco perché si è inasprito il conflitto''. Lo afferma il leader di Sinistra Arcobaleno Fausto Bertinotti a Gr Parlamento.

''La Sinistra Arcobaleno -aggiunge il presidente della Camera- è la condizione necessaria perché venga riconosciuto quel conflitto e per agire di conseguenza. Il Partito democratico non ha scelto di stare dalla parte dei lavoratori''. Fin qui la nota dell’Agenzia Adnkronos.

Le considerazioni di Bertinotti pongono temi che non vengono covenientemente sviluppati. Secondo Bertinotti i “padroni” sono gli imprenditori e solo loro. Rappresentano l’eterna controparte, e perciò non si può stare con loro in qualunque sede proprio perché sono controparte. Per quale ragione sono controparte? Hanno interessi diversi dai lavoratori, osserva Bertinotti. E quali? I padroni-imprenditori vogliono guadagnare più possibile, e perciò tendono a pagare meno possibile i lavoratori, che sono invece quelli che li arricchiscono.

Il mondo in un bicchiere, la contrapposizione fra imprenditori e lavoratori, come cento anni fa.

Nel frattempo sono diventati importanti i banchieri, i finamnzieri, quelli che goocano in borsa e speculano, facendo un sacco di soli, senza investire niente, sull’acqua, la luce, la benzina, il pane, praticamente tutto. Sono loro che decidono la vita e la morte di un’impresa. Giocare in borsa significa proprio questo, giocare. Il capitale di un’azienda può essere rubato dai finanzieri senza scriupolo. Che l’imprenditore abbia fatto bene il suo lavoro, che i suoi operai facciano il meglio, non ha importanza. Un’impresa può essere seppellita da un blitz in borsa.

Il plus valore sono loro a prenderselo, non i soliti “padroni”. La contrapposizione a due, dunque, non regge. Ma c’è dell’altro. L’imprenditore ha interesse che i suoi prodotti si venbdano e questo lo può ottenere solo se coloro che lavorano ai prodotti siano bravi e stiano se non benissimo, abbastanza bene. Allora devono bilanciare il bisogno di farli lavorare bene con il bisogno di mettere soldi in tasca e fare sopravvivere l’azienda. Ovviamente ci sono padroni miopi, arraffatori, anche un po’ ladri, ma questo non riguarda solo la categoria degli imprenditori. Gli idioti, i ladri, gli araffatori ci sono ovunque. E gli operai, sono tutti bravi, stakanovisti?

Non vogliamo metterli sulla stesso livello. L’imprenditore vive molto meglio di un operaio, e questo è un dato di fatto, ma, in linea teorica, è quello che ci rimette di suo, che ha realizzato un’ìimpresa.

Queste osservazioni non tendono a distruggere il confronto fra impresa e lavoratori, ma ad aprire il discorso, che non è così semplice come Bertinotti lo presenta. Se non lo si capisce, anche il discorso politico diventa vecchio ed inutile. Ed è un peccato, perché Bertinotti è un uomo, per certi versi, lungimirante, ma non su tutto…
 

Fonte: Adnkronos
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