Un articolo del Corriere della sera (17 giugno 2008, pag. 25) ha squadernato con la forza del buon senso e della ricerca scientifica le ragioni di tanti timori di genitori preoccupati per il tempo trascorso dai ragazzi in internet.
Le paure degli adulti, peraltro affatto esenti dall’uso esagerato della rete, si fondano su esperienze empiriche, ma sono alimentate quotidianamente da comportamenti che lasciano talvolta esterrefatti. I ragazzi appaiono svogliati, disattenti, abulici. Non si lasciano trascinare da entusiasmi, passioni, curiosità che non siano legate alla rete.
I caratteri peculiari dell’adolescenza sono rimasti inalterati ma si trovano inscatolati “dentro” la rete, si risvegliano o si assopiscono lì dentro; è come se fuori dal contesto virtuale si verificasse una caduta degli stimoli e delle sensibilità. E’ possibile, dunque, che il i ragazzi spendano molto nel loro rapporto con la rete e non abbiano più “carburante” per la realtà. «Ho la sensazione che Internet stia frantumando la mia capacità di concentrazione e di osservazione”, scrive Nicholas Carr — ex direttore della Harvard Business Review.
Sull'ultimo numero di The Atlantic, il mensile culturale più letto dalle elite progressiste Usa. “La mia mente si sta abituando a raccogliere informazioni nello stesso modo in cui la rete le distribuisce: un flusso di particelle che si muovono a grande velocità. Una volta mi sentivo come un subacqueo che si immerge nel mare delle parole. Ora schizzo sulla superficie come un ragazzino su un acquascooter ».Il Corriere ospita le riflessioni di Carr, il quale confessa “di temere che la civiltà del «web» stia condizionando negativamente i nostri meccanismi mentali. Incide sul modo di leggere, di selezionare, di memorizzare. Ma, soprattutto, demolisce la capacità di concentrazione”.
“Carr deve aver toccato un nervo scoperto perché l'articolo — complice la scelta di farne il servizio di copertina con un titolo scioccante («Is Google making us Stoopid?», «Google ci rende stupidi? ») — ha raccolto molti consensi: «È vero, immersi come siamo nel "multitasking mentale" appena ci sediamo per leggere un documento di qualche pagina o un libro, ci sentiamo a disagio dopo pochi paragrafi. “Voltiamo pagina e siamo già pronti per un link», concorda l'intellettuale britannico Andrew Sullivan, un conservatore libertario, anch'egli collaboratore dell'Atlantic.
“E sui giornali del gruppo Tribune, il premio Pulitzer Leonard Pitts esulta: «Leggo l'Atlantic e scopro di non essere il solo che sta perdendo l'abitudine alla lettura. Ormai riesco a digerire la scrittura solo a piccoli blocchi. Datemi un testo di più pagine e vengo subito assalito dal desiderio incontenibile di controllare la mia posta elettronica. È tutto così dispersivo. Eppure vedo meno tv e sono meno indaffarato di dieci anni fa…»
“Consapevole di attaccare un totem, Carr ha raccontato i suoi dubbi, i colloqui con persone che vivono i suoi stessi disagi. E ha messo le mani avanti: «Sono sensazioni, non pretendo di illustrare una verità scientifica. Del resto anche nel XV secolo Gutenberg fu messo sotto accusa da chi riteneva che la stampa avrebbe avuto un impatto disastroso sulla struttura sociale. Quindi farete bene ad essere scettici del mio scetticismo».
“Ma la sensazione che la civiltà di Internet stia portando con sé — sul piano culturale — effetti collaterali indesiderati e difficili da monitorare, è sempre più diffusa. Carr non è certo il primo a occuparsene: Google è da tempo sotto tiro per la sua pretesa di organizzare «tutta la conoscenza del mondo» e per la potenza di un motore di ricerca che riesce a memorizzare tutte le risposte date nei dieci anni della sua esistenza. Il gigante californiano della rete promette che userà questi dati solo per migliorare il servizio reso agli utenti, ma ormai è lui, non più Microsoft, il «grande fratello » dell'immaginario collettivo.
“La riflessione di Carr sull'alterazione di meccanismi della nostra mente è meno «aneddotica» di quello che può apparire. Carr azzarda un parallelo tra l'impatto del «taylorismo», che un secolo fa parcellizzò i processi industriali rendendoli più rapidi, e quanto accade oggi nel mondo digitale dominato da Google. E, comunque, dietro le sue ipotesi ci sono studi «quantitativi» seri come quello dello University College di Londra, mentre qualche mese fa anche la neuroscienziata cognitiva Maryanne Wolf, direttrice del centro per la lettura e il linguaggio della Tufts University di Boston, aveva lanciato un allarme analogo nel saggio «Reading Brain»