Almeno fino alla privatizzazione del servizio postale, ovvero alla cessazione del monopolio dello Stato sul trasporto delle corrispondenze, il francobollo è da considerare giuridicamente un “documento ufficiale dello Stato”. Questa qualificazione è valida per tutti i francobolli emessi dagli Stati sovrani.
Per quanto riguarda il nostro Paese in particolare, lo status giuridico di “documenti ufficiali” dei francobolli, è ancor più evidente poiché fin dalla proclamazione del Regno d’Italia, ogni emissione di valori postali è stata autorizzata attraverso uno specifico provvedimento legislativo governativo, in seguito sostituito da un Decreto ministeriale.
Tecnicamente il francobollo è anche un valore fiscale (o carta valore) in relazione alla sua funzione pratica, ovvero quella dell’assolvimento della tassa postale, quale controprestazione di un servizio reso da una pubblica amministrazione.
Pertanto, fino a che la posta rimane un monopolio governativo ed il relativo servizio viene esercitato da un Ente pubblico statale, è corretto definire i francobolli emessi dallo Stato quali “documenti storici ufficiali”.
In questa ottica si spiega la vibrante protesta dell’ambasciatore peruviano a fronte dell’emissione del famoso “Gronchi rosa” che riportava i confini errati del suo Paese, ed il successivo ritiro del francobollo.
Uguale valenza hanno le carte postali ufficiali, come gli interi ed i biglietti postali, e tutto ciò che viene emesso ufficialmente dallo Stato, per l’esercizio tecnico e fiscale del servizio postale.
Quindi il filatelista colleziona invero documenti storici, e non sempre “minori”, prima ancora che storico-postali.
L’ufficialità del documento è certo una “qualità” importante che lo compenetra direttamente allo Stato quale entità storico-sociale oltre che politica, in contrapposizione ai materiali cartacei di provenienza e commessa privata, che questa valenza esprimono in modo eventuale.
Ma ciò non toglie che la storicizzazione dei materiali non avviene solo in ambito filatelico, dove pure è “garantita” dalla provenienza ufficiale dell’oggetto.
Solo per fare un esempio, l’enorme corpus delle cartoline illustrate che sono state edite da privati dalla fine dell’Ottocento in poi, è diventato anche esso un patrimonio archivistico insostituibile ed una fonte inesauribile di notizie iconografiche e storiche di grande rilievo.
Uguali considerazione vanno svolte per tutti i materiali cartacei che milioni di collezionisti hanno avuto la lungimiranza di raccogliere, ordinare e catalogare, per consegnarli ai posteri.
A sostegno di queste riflessioni, evidenzio l’esempio di due recenti acquisizioni. Posseggo da tempo una foto originale dell’epoca, che ritrae Mussolini a Cagliari e che riporta la scritta, aggiunta sulla lastra di mano del fotografo, “Abbiamo nuovi e vecchi conti da regolare … li regoleremo” e la data dell’8 giugno 1935.
Vi è sempre stata qualche incertezza sull’effettiva frase pronunciata quel giorno dal Duce a Cagliari, nell’ambito del discorso con il quale Mussolini rivendicò il diritto dell'Italia ad attuare una propria politica coloniale in Africa, osteggiato dalla Gran Bretagna e, sotto mentite spoglie, anche dalla Francia.
Ogni residuo dubbio è stato fugato dal recente ritrovamento di una cartolina a soggetto militare, stampata dalla editrice Boeri e viaggiata nel 1935, che riporta testualmente la frase, confermandola e completandola: “In Africa abbiamo nuovi e vecchi conti da regolare … li regoleremo.”
I “vecchi conti” erano quelli della sconfitta di Adua nel 1896, e l’illustrazione della cartolina vi fa esplicito riferimento iconografico; i nuovi conti erano appunto la ferma opposizione del Regno Unito e poi della Società delle Nazioni, all’espansionismo coloniale italiano, che invece era stato “consentito”, senza sostanziali limitazioni, a tutti i Paesi dell’Europa occidentale.
Così, il 2 ottobre 1935 Mussolini, dal “fatale” balcone di Palazzo Venezia, dichiarò guerra all'Etiopia e colse l’occasione per riprendere l’argomento a Lui caro, della “vittoria mutilata”, ribadendo a gran voce di fronte a tutta l’Europa, l’insoddisfazione italiana per gli equilibri scaturiti dai trattati di pace che posero fine alla prima guerra mondiale.
Lamentava il Capo del fascismo che il sangue versato dall’Italia, non era stato adeguatamente ricompensato. Ed era vero. Così come era vero, di contro, che l’Italia era stata militarmente meno determinante di Francia e Regno Unito.
Ribadì con le braccia ai fianchi, "Alle sanzioni militari risponderemo con misure militari, ad atti di guerra risponderemo con atti di guerra”.
Quella guerra venne combattuta e vinta. Ma un’annotazione che distingue il colonialismo italiano da quello di altri Paesi va fatta: il primo atto compiuto da De Bono dopo la conquista dell’Abissinia, fu la liberazione degli schiavi e l’emissione di un decreto che aboliva sostanzialmente la schiavitù nel Corno d’Africa. Era il 14 ottobre del 1935.
Ancor più interessanti riflessioni, in qualche modo collegate a quanto ricordato, determina la cartolina che vediamo ricomposta in foto, viaggiata in Italia nel 1941.
E’ opportuno ricordare preliminarmente, che l’Italia venne accusata di aver fatto uso, proprio durante la guerra d’Etiopia, di armi chimiche non consentite, oltre che “naturalmente dei tradizionali lanciafiamme”.
In particolare il nostro Paese venne messo all’indice per l’uso dell'iprite, vietato dalla Convenzione di Ginevra. Arrigo Petacco tuttavia riferisce che "L'iprite fu comunque utilizzata sia sul fronte sud che sul fronte nord, ma non su larga scala, Mussolini ne aveva autorizzato l'impiego solo in casi eccezionali per supreme ragioni di difesa".
Le bombe C500 temporizzate, vennero utilizzate in particolar modo sul fronte Sud, comandato da Graziani. Le proteste della comunità internazionale non tardarono e Mussolini proibì ufficialmente l'uso di agenti chimici. Ciò nonostante l'iprite fu utilizzata ancora da Badoglio, in almeno due bombardamenti.
Anche gli abissini utilizzarono armi proibite, fornite da Svezia e Regno Unito i proiettili esplosivi dum-dum, anch'essi vietati dalla convenzione di Ginevra, e violarono altre convenzioni con l'evirazione dei prigionieri e l'abuso del simbolo della Croce rossa, come copertura di operazioni militari.
L’inattesa cartolina proprio celebrativa del “Reggimento chimico” comprova, non già l’esistenza di questo Reggimento specializzato in questo particolare ed esecrabile tipo di guerra, ampiamente agli atti, quanto la incredibile, inopportuna ed esplicita pubblicità che si dava a queste attività.
Sorprende l’equivoca e troppo generica pubblicizzazione di attività che erano già all’indice della Società delle Nazioni, realizzata proprio attraverso la cartolina che era all’epoca dei fatti un potente veicolo di informazione, paragonabile per il suo massiccio utilizzo, agli attuali mass media.
Considerato che la cartolina è stata edita ed utilizzata a guerra iniziata, è possibile presumere che essa rientri in un più vasto disegno di propaganda del conflitto, se non di guerra psicologica, nel qual ambito, in tutta Europa, non si andava certo per il sottile.
In Italia, nel periodo fra i due conflitti mondiali, fu istituito il Servizio Chimico Militare e ogni Corpo d'Armata venne dotato di una “Compagnia Chimica” e di un Plotone lanciafiamme.
Solo negli anni '
Nel 1953, venne disposta la costituzione della "Scuola Unica Interforze Armate per
Nel 1956 l’Istituto assunse la denominazione di "Scuola Unica Interforze Armate per
Costituita negli anni ’60
Nel 1994, l’Istituto ha assunto la denominazione di “Scuola Interforze per
Dunque questa “semplice” cartolina, che invero tanto semplice non è, ci ha portato molto lontano, ci ha “costretti” ad approfondire. Ma ci ha dimostrato quanto i materiali storici e documentali “minori”, possano essere significativi e quanto la loro diffusa disponibilità sociale, poiché questi tesori stanno in tanti cassetti aspettando la luce, possa costituire motivo di studio e di approfondimento.
Questo è un aspetto di eccezionale rilevanza del collezionismo filatelico, cartofilo e filografico: la sua innegabile ed intramontabile valenza storica e culturale, la capacità di diffondere la conoscenza in modo capillare ed esemplificativo. Un collezionismo culturale tridimensionale, dove la terza dimensione è data dallo studio diretto del materiale “vivo”, degli oggetti che testimoniano veritieri il passato e che rendono il collezionista “cittadino della storia”.
Questo è il collezionismo che piace e che resiste inattaccabile dalle volubili mode e dalle speculazioni: collezionare le testimonianze della storia dell’uomo. Il tempo e la sua eredità sono nel cassetto.
A presto
Bellissimo articolo che riconcilia con la filatelia, estraniandola e immunizzandola nei confronti dalle non sempre trasparenti manovre commerciali che la affliggono. Complimenti vivivssimi.