(di leonardo Di Bella) A seguito dell’invasione napoleonica del 1805, Ferdinando di Borbone aveva perso il Regno di Napoli e si era rifugiato a Palermo, dove rimase fino al 1815, data del Congresso di Vienna, che ridisegnò la geografia politica europea. Con la restaurazione Ferdinando torna a Napoli, e con la Legge dell’8 Dicembre 1816 unifica i regni di Napoli e di Sicilia, con la “nuova” denominazione di Regno delle due Sicilie.
Nasce giuridicamente e istituzionalmente, un nuovo Regno che ricostituisce dopo sette Secoli, da un punto di vista territoriale, quello che fu il Regno Normanno di Sicilia.
Per sottolineare la diversità giuridica e l’originalità del nuovo regno, nei confronti dei due precedenti, il Sovrano che è per ordine dinastico IV di Napoli e III di Sicilia, fonda un nuovo ordine dinastico e assume il titolo di Ferdinando I, Re del Regno delle due Sicilie, sul quale regnerà fino alla sua morte nel 1825.
Con la fine del Regno di Sicilia, Palermo perde tutte le sedi amministrative centrali, tutte le sue prerogative di Capitale di un Regno, anche se l’autonomia amministrativa dell’Isola e la sua specificità storica, permangono e non verranno mai meno, come testimonia la sussistenza di una diversa moneta, di alcune Luogotenenze reali, un sistema metrico e di misura diverso, un’amministrazione postale separata.
E proprio l’Amministrazione postale dell’Isola viene subito dopo profondamente riformata ed adeguata alle mutate esigenze pubbliche, private e commerciali. La riforma postale del 1819/1820, segue appunto le altre riforme determinate dall’unificazione giuridica ed amministrativa del Regno.
Si tratta invero di una riforma radicale che inciderà profondamente sugli assetti e sul funzionamento del servizio postale nell’Isola, iniziandone la modernizzazione.
Vengono istituite 115 “Officine di posta” ed adottato un nuovo metodo di tassazione delle corrispondenze.
Con l’istituzione delle Officine postali, viene introdotta la bollatura in partenza con impronte ad umido, riportanti il nome dell’Officina e quindi del Comune ove questa ha sede.
Il nuovo servizio postale ebbe inizio il primo Aprile del 1820.
La rete dei collegamenti postali venne riorganizzata con riferimento ai “cammini principali”: le Officine di Posta che non si trovavano sull’itinerario di questi, erano collegate per il tramite di corrieri affittatori di “cammini traversi”.
I cammini principali erano i seguenti:
da Palermo a Messina per la via delle marine
da Palermo a Catania
da Palermo a Siracusa
da Palermo a Noto
da Palermo a Mazzara passando per Trapani
da Palermo a Licata
da Palermo a Messina per la via delle montagne
Venne inoltre stabilito che nelle località prive un’officina postale, il servizio sarebbe stato svolto dai Segretari dei Comuni, nell’ambito dei quali le Cancellerie comunali avrebbero adempiuto ai compiti propri di un ufficio postale.
La Cancelleria comunale riceveva quindi le lettere in arrivo per la distribuzione ai destinatari ed esazione della relativa tassa, da rimettere con lo stesso servizio postale alla Direzione in Palermo.
Le Cancellerie provvedevano inoltre a raccogliere le lettere in partenza perché venissero inoltrate all’Officina da cui esse dipendevano, per il seguito a destino. Il collegamento tra le Cancellerie e le Officine cui queste erano aggregate, era assicurato dai così detti corrieri di posta interna, organizzati e pagati dagli stessi Comuni.
I Segretari e le Cancellerie comunali, erano divenuti dunque di diritto, parte organica (e non secondaria) del servizio postale dell’Isola, proprio per la competenza funzionale e fiscale che veniva ora ad essi conferita.
Ciò nonostante, l’Amministrazione postale non riconobbe a queste dignità di sub officine o comunque di uffici postali minori, lasciandole nella completa gestione economica dei Comuni, anche se alcune di esse, per la dimensione del relativo territorio e per il bacino di utenza collegato, gestivano una grande mole di corrispondenza, producendo proventi per l’Amministrazione postale e dunque per la Corona.
Di contro le Amministrazioni comunali, spesso affrontavano le spese di funzionamento delle poste con riluttanza, se non forzatamente.
Prima di andare oltre, è necessario ritornare a parlare delle Officine di Posta e del loro funzionamento e dotazione.
Nel periodo antecedente alla riforma del 1820, gli uffici locali ovvero le “Correrie” gestite dai Luogotenenti di Posta (ora “Ufficiali”), non erano dotati di bolli da apporre sulle missive in partenza. Le uniche impronte ad umido stereotipate, presenti sulle corrispondenze spedite all’interno dell’Isola, erano quelle “di provenienza” o accessorie, apposte in arrivo a Palermo, che segnavano la corsa interna di provenienza della lettera ed in alcuni casi anche la tassa da esigere. A Palermo, dal 1802, erano in uso bolli ad umido anche per la corrispondenza in partenza (più tardi anche a Messina).
Con la riforma del 1820 , le Officine istituite vennero dotate di un bollo nominativo, riportante il nome del Comune dove aveva sede l’officina stessa e di tre bolli, che diremo accessori, con diciture “REAL SERVIZIO”, “FRANCA” e “ASSICURATA”.
I bolli vennero realizzati in legno di bosso o in metallo, e di norma riportavano le diciture in carattere stampatello dritto dentro una cornice ovale, talvolta con dei piccoli fregi agli estremi delle diciture.
La fornitura dei bolli, venne effettuata a cura della Direzione Generale, nel mese di marzo del 1820, unitamente alla distribuzione delle disposizioni scritte sull’espletamento del servizio, in una con il “corredo” necessario al funzionamento dell’Officina (carta, spago, bilancia etc.).
Al contrario, l’Amministrazione postale non fornì alle Cancellerie comunali alcun bollo di servizio, e pertanto sulla corrispondenza proveniente da luoghi ove non aveva sede un’officina postale, e quindi il servizio veniva assicurato dalle Cancellerie, riscontriamo il bollo nominativo dell’Officina di competenza.
Talvolta le Cancellerie vergarono a penna l’indicazione “Cancelleria comunale di…” dicitura legittima e rispondente alla situazione di diritto.
Nel tempo, alcune Cancellerie si dotarono, a proprie spese, di un bollo con la dicitura appunto “Cancelleria comunale di …”, adozione legittima e rispondente alla realtà di fatto e di diritto.
Altre Cancellerie, in modo meno ortodosso e direi equivoco, si dotarono di bolli nominativi e talvolta anche accessori, in tutto simili a quelli in dotazione alle Officine, che ad esse non competevano. E’ il caso della Cancelleria di Capizzi che oltre il nominativo adottò anche un’impronta “REAL SERVIZIO”, come pure della Cancelleria di Canicatti, che sin dal 1841 si dotò di bolli propri, e ancora le Cancellerie di Itala, Montedoro e S. Marco.
Non mi risulta che l’Amministrazione postale sia intervenuta per far cessare queste digressioni, verosimilmente perché non era stato previsto un divieto espresso nel regolamento. Riscontro invece che spesso l’officina competente per territorio, non vedendo di buon grado tale equivoca iniziativa, procedeva alla cassazione del bollo sovrapponendo il proprio: è il caso dell’officina di Mistretta, che spesso cercava di coprire con la propria impronta quella della Cancelleria Comunale di Capizzi.
Veniamo adesso al’inedito documento riprodotto in foto: la missiva parte da Centorbi odierna Centuripe (EN), ed è datata 25 maggio 1823.
Il Comune di Centorbi, che contava all’epoca dei fatti circa 7000 abitanti, non era dotato di officina di posta e tra il 1820 ed il 1839, era aggregato all’officina di posta di Regalbuto, che faceva parte della corsa di Catania (dal 1839 al 1861, della corsa Messina per la via delle montagne).
Il mittente della lettera è il Commissario della SS. Crociata del Comune di Centorbi, che rappresentava un Ente religioso con diritto a franchigia postale.
La “Santa Crociata” era un’Opera presente in diversi Paesi cattolici, che era stata fondata allo scopo di raccogliere fondi attraverso la vendita di indulgenze, al fine di armare vascelli in grado di prevenire e contrastare le incursioni della pirateria barbaresca.
Il Commissario della SS Crociata in Centorbi, Conte Nicola Riolo, scrive al Sindaco del Comune di Adernò (oggi Adrano) e per comprovare il suo diritto alla franchigia postale, ai sensi del regolamento vigente, annota in basso a sinistra il suo nome e la sua carica.
La missiva viene dunque consegnata alla Cancelleria comunale di Centorbi perché ne curi l’inoltro a destino.
Il Cancelliere comunale che non era in possesso di alcun bollo, piuttosto che indicare a penna il nome della Cancelleria, si peritò di disegnare gli ovali con le diciture necessarie per la spedizione in franchigia della lettera: "Centorbi" e "Real Servizio".
E’ questo l’unico caso a mia conoscenza dell’apposizione in forma manoscritta e con foggia di bollo, di tali diciture, da parte di una Cancelleria Comunale.
L’aspirazione del Cancelliere di Centorbi di avere un timbro nominativo proprio, sarà soddisfatta (dal Comune) successivamente. Infatti riscontriamo un bollo ovale con la dicitura “CANCELLERIA COMUNALE DI CENTORBI”, a far data dal 1849.
editing: Dario La Rosa