La “pasta” intesa come impasto di farina e acqua, ha una sua preistoria il cui inizio può farsi risalire a circa ottomila anni fa, nel momento in cui l’uomo, abbandonato il nomadismo, iniziò la coltivazione della terra e scoperto il grano ed il mais, cominciò a macinarli e lavorarli con acqua ed infine a cuocere l’impasto ottenuto.
In epoca storica, della pasta si trovano antiche testimonianze rappresentate dagli strumenti occorrenti per la sua fabbricazione. La datazione della nascita della pasta nel senso da noi attribuito al termine è incerta, ma sicuramente anteriore all’Avvento di Cristo.
Una traccia frammentaria si ritrova nei primi anni dopo Cristo quando il cuoco Apicio fa cenno nei suoi testi a qualcosa di simile alla pasta nel senso “moderno” del termine.
Risulta evidente che la pasta potrebbe avere diverse contemporanee origini, in Cina con farina di riso, in America latina con farine di mais, in Medio Oriente e segnatamente in Arabia, con farina di grano, ed infatti in quei Paesi ancora oggi esiste il termine "makkaroni".
E’ altamente accreditata l’ipotesi che la pasta di farina di grano, sia arrivata dall’Oriente Arabo proprio in Sicilia a seguito della sua conquista tra il sesto ed il nono Secolo dopo Cristo.
La testimonianza principale in questo senso, e invero molto chiara, si ritrova in uno scritto del 1154, del geografo di origine araba Al-Idrisi, erudito enciclopedico arabo, al servizio del gran Conte Ruggero II d’Altavilla, primo Re di Sicilia, dal titolo "Il libro di chi si diverte a girare il mondo".
I preziosi e precisi riferimenti che Idrisi (o Edrisi) ci fornisce in questa occasione, ed in tante altre nell’ambito della sua vasta e pregevole opera letteraria, ci consentono di identificare addirittura il primo luogo di fabbricazione non familiare della pasta nell’Isola.
Edrisi ci informa compiutamente che si tratta di una zona abitata con case e "molti mulini", poco distante da Palermo, denominata "Trabia" dove si fabbrica tanta pasta a forma di tria ovvero di sottili fili.
L’erudito Arabo, cui la Sicilia deve molto in termini di geografia, storia e cultura in linea generale, ci fornisce altre notizie che danno la misura di un commercio già alquanto evoluto: “i commerci della pasta sono molto sviluppati, verso la Calabria e in Paesi "Musulmani e Cristiani", è spedita con navi che ne trasportarono abbondanti quantità ovunque nel Mediterraneo".
Il testo di Edrisi sfata contemporaneamente la convinzione, imperante per diversi secoli, che attribuiva a Marco Polo l'introduzione della pasta in Italia, di ritorno dal suo viaggio in Cina.
Non a caso dunque le prime ricette relative alla pasta sono quelle descritte da Martino Corno, intorno all'anno Mille, nel suo libro "De arte Coquinaria per vermicelli e maccaroni siciliani", circostanza che ci conferma a pieno quanto riportato da Edrisi e il primato della Sicilia nella produzione “seriale” artigianale della pasta secca.
Palermo è quindi storicamente la prima vera capitale della pasta.
Le testimonianze storiche confermano comunque, quale che fosse la sua origine, che la produzione della pasta secca si diffuse in modo velocissimo nella nostra Penisola.
La prima citazione “legale” della pasta si rinviene nel 1279, nell’ambito di un inventario notarile ereditario, dove si legge che tra i beni ereditari ricade anche una cesta piena “de macaronis".
Molteplici documenti attestano l’impianto di fabbriche artigianali di pasta in Italia tra il 1300 ed il 1600: il resto è storia moderna.
Forse per questa origine, forse per la grande diffusione dovuta alla massiccia coltivazione del grano in Italia, vuoi per altri fattori, la produzione ed il consumo di pasta nel nostro Paese sono un fatto unico nel panorama mondiale, come è unico il valore aggiunto che questo piatto tipico conferisce alla nostra cucina ed alla nostra dita mediterranea, di cui è l’insostituibile base.
Infine la pasta è divenuta un simbolo dell’Italia stessa.
E noi contemporanei e collezionisti, cosa abbiamo da dire e da collezionare?
Ancora alla fine degli anni ‘50 del Novecento, in Italia la pasta veniva venduta principalmente sfusa, e quella confezionata era un’eccezione.
E chi oggi si ritrova qualche capello bianco, ricorderà certamente i grandi mobili di legno con i cassettoni nei quali veniva tenuta la pasta sfusa, visibile attraverso un piccolo oblò di vetro.
Non erano molte le qualità normalmente offerte ai consumatori. I tipi più usuali erano gli spaghetti grossi e lo spaghettino, la così detta pasta corta o “magliette” e le “mezze maniche”, e ancora la pasta “margherita” che deve il suo nome al profilo ondulato (conosciuta in alcune zone come pasta “Susanna”).
Si chiedeva la quantità desiderata che veniva “confezionata” in uno specifico tipo di carta color paglierino e via col “coppo” in mano. Gli spaghetti in genere erano ancora a forma di “U” come dopo l’asciugatura e non venivano spezzati, se non al momento della cottura.
Le buste di plastica per la spesa non esistevano ancora: in qualche grande città, le botteghe più rinomate fornivano qualche sacchetto di carta, ma in generale si andava a fare la spesa con una borsa di scarso pellame, una sporta di iuta o di “lona” o con le speciali retine ad espansione a maglia colorata, nate proprio come reti per la spesa (le prime erano di cordoncino, poi vennero realizzate in materia plastica).
Inutile ribadire che l’Italia, è stata ed è ancora l’indiscusso leader mondiale, se non monopolista di questa produzione.
La primazia che viene riconosciuta storicamente alla Sicilia, in questa produzione è durata secoli e molte erano le fabbriche nel palermitano, che abbiamo visto essere la culla di questo prodotto artigianale e poi industriale.
Logica conseguenza di questa origine e di questa antica affermazione nella dieta degli italiani, è il fatto che a seguito delle grandi emigrazioni avvenute tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, dall’Italia verso l’America del Nord, gli USA, sono divenuti il Paese in cui si indirizzava la maggior parte dell’esportazione di pasta secca alimentare, massicciamente richiesta dai nostri connazionali e poi dai loro figli.
Contrariamente a quanto avveniva per il mercato interno, la pasta destinata all’esportazione veniva tutta etichettata.
Non dobbiamo comunque pensare alle etichette in senso contemporaneo, perché la pasta veniva esportata in cassette di legno rivestite all’interno di carta e contenenti fino anche a venti Kg. di prodotto.
Esistevano anche confezioni più piccole fatte di carta, ovvero grossi pacchi in genere da cinque o al massimo dieci Kg., per la pasta lunga.
E non potevano mancare le relative bellissime etichette: e qui entrano in gioco i collezionisti che non si sono lasciati sfuggire l’occasione di raccogliere queste preziose testimonianze storiche e grafiche.
Nell’immagine vediamo una splendida etichetta per pacco da cinque Kg. della Ditta Giovanni Di Cola e Figli di Termini Imprese, fondata nel 1861..
Coerentemente a quanto detto sui formati, le etichette si ritrovano in moltissime diverse dimensioni: alcune sono dei veri capolavori di grafica e di stampa. Infatti ne esistono stampate persino in cromolitogralifia, dove il diverso apporto dei vapori di cromo, crea degli effetti appunto “cromatici” veramente sorprendenti e direi affascinanti come … un bel piatto di pasta fumante.
Un ringraziamento a Edrisi è d’obbligo.
Sino a non molto tempo fa un noto catalogo nazionale,pur riportandone una elencazione e delle quaotazioni,si riferiva ai francobolli dello SMOM classificandole come "etichette". Bei francobolli ma pur sepre etichette! uò dirmi che valore possono avere queste "etichette" ora che le Poste Magistrali del Sovrano Militare Ordine di Malta ha raggiunto la convenzione postale con lo Stato Italiano? Possiamo considerarli francobolli? E dato le basse tirature, massimo 12000 serie complete, un domani potrebbe esserci la possibilità che queste "etichette" possano raggungere buone quotazioni e divenire un vero investimento? Del famigerato "Gronchi Rosa" ci sono in gior 74000 esemplari. Questi non arriveranno mai a numeri simili. Potranno diventare rarità?
Grazie
S.A. Pizzuto Antinoro
La risposta al suo quesito è complessa e necessiterebbe di un ampio spazio di approfondimento, ma alcuni elementi possiamo delinearli in distillato.
La tiratura è solo uno degli elementi che determinano il valore commerciale di un francobollo. Poiché anche nel settore filatelico vige la ferrea legge della domanda e dell’offerta, per determinarne l’effettivo valore di mercato, è necessario prendere in considerazione il numero dei collezionisti interessati e disposti ad acquistare una certa emissione.
Inoltre dobbiamo anche tenere conto che i francobolli sono beni “fungibili” ovvero che in realtà i collezionisti hanno a disposizione un’offerta vastissima e diversificata.
Alcune emissioni coloniali italiane degli anni ’30, hanno tirature molto basse, nell’ordine di 10000/20000 unità e ciò nonostante mantengono prezzi molto bassi perché questo affascinante settore è trascurato dai collezionisti (e quindi dagli investitori e dai commercianti).
Alcune situazioni sono paradossali: si pensi che il 100 Lire di Posta Aerea “Pro Dante” emesso nel 1932 per le Isole italiane dell’Egeo, che ha una tiratura di poche decine di migliaia di esemplari, in termini assoluti e con riferimento ai numeri indice del valore della Lira (e poi dell’Euro), si acquista ancora oggi sotto il valore facciale!
Nell’ambito delle emissioni repubblicane italiane, posto che queste sono le più collezionate in Italia, la serie emessa nel 1951 per i Giochi Ginnici di Firenze, allo stato di nuova, si può ancora acquistare per poche decine di Euro, nonostante la tiratura sia di 225000 esemplari!
La riduzione delle tirature operata da tutti i Paesi europei, non è altro che l’effetto della diminuzione dell’utilizzo del francobollo per gli usi postali propri.
Per i Paesi per i quali esso costituiva una voce di bilancio “non postale” perché emesso ed acquistato massicciamente, se non esclusivamente, da collezionisti, tale riduzione esita da una mancanza di richiesta sul mercato.
Ipotizzare che la riduzione delle tirature in quanto tale, possa far crescere il valore di un francobollo, è un errore.
Infine, per ulteriori considerazioni sul difficile rapporto tra investimento e collezionismo filatelico, qualora non li avesse ancora letti, le segnalo i seguenti articoli:
http://www.italiainformazioni.com/giornale/filatelia/33484/francobollo-giorno-quanto-vale.htm
http://www.italiainformazioni.com/giornale/filatelia/33484/francobollo-giorno-quanto-vale.htm
Cordiali Saluti
Giuseppe Di Bella
Sino a non molto tempo fa un noto catalogo nazionale,pur riportandone una elencazione e delle quaotazioni,si riferiva ai francobolli dello SMOM classificandole come "etichette". Bei francobolli ma pur sepre etichette! uò dirmi che valore possono avere queste "etichette" ora che le Poste Magistrali del Sovrano Militare Ordine di Malta ha raggiunto la convenzione postale con lo Stato Italiano? Possiamo considerarli francobolli? E dato le basse tirature, massimo 12000 serie complete, un domani potrebbe esserci la possibilità che queste "etichette" possano raggungere buone quotazioni e divenire un vero investimento? Del famigerato "Gronchi Rosa" ci sono in gior 74000 esemplari. Questi non arriveranno mai a numeri simili. Potranno diventare rarità?
Grazie
S.A. Pizzuto Antinoro
Per Ducezio.
Peccato che la redazione abbia tolto il bellissimo articolo dalla prima pagina insieme ai nostri commenti
sull'importanza di comprare siciliano o/e meridionale.
Apprezzo molto i tuoi interessantissimi commenti.
Un caro saluto.
Gli articoli che escono dalla prima pagina non vanno in archivio, passano nelle rubriche. Ogni notizia resta in prima pagina solo un giorno nei quotidiani, poi va nelle pagine interne, a meno che non ci siano grosse novità. E' la regola. la prima pagina e la rubrica non vanno vissute come una promozione o una bocciatura, ma solo due luoghi in cui gli articolo possono essere letti. In più, un quotidiano on line deve essere dinamico, stare dietro le notizie che scorrono nel corso della giornata in modo che i lettori sappiano di poterte trovare sempre novità. Se cercano inchieste, interviste, saggi, relazioni, documenti e approfondimenti le trovano nelle rubriche.
Per Ducezio.
Peccato che la redazione abbia tolto il bellissimo articolo dalla prima pagina insieme ai nostri commenti
sull'importanza di comprare siciliano o/e meridionale.
Apprezzo molto i tuoi interessantissimi commenti.
Un caro saluto.
Abbiamo in sicilia i prodotti migliori, ma siccome amiamo farci male complice la dipendenza dalla pubblicità
siamo portati a scegliere sempre prodotti "esteri", a scapito delle nostre maestranze e poi cerchiamo lavoro altrove.
Urge riflettere. Vuoi trovare lavoro ?? Compra prodotti siciliani.
Hai perfettamente ragione, lo predico da anni: acquistare prodotti locali regala boccate di ossigeno (picciuli) alle nostre aziende, il che crea fatturato, utili, ricchezza, occupazione per i nostri figli, prosperità.
Putroppo la TV ha preso il posto della religione: oppio dei popoli; e così, tra un Grande Fratello ed una Soap, tra una minch....e l'altra continuiamo, ipnotizzati dalle pubblicità, ad acquistare prodotti "esteri" di cui potremmo felicemente fare a meno.
Che ci vuoi fare? c'est la vie anche in Sicilia 
Ducezio
Abbiamo in sicilia i prodotti migliori, ma siccome amiamo farci male complice la dipendenza dalla pubblicità
siamo portati a scegliere sempre prodotti "esteri", a scapito delle nostre maestranze e poi cerchiamo lavoro altrove.
Urge riflettere. Vuoi trovare lavoro ?? Compra prodotti siciliani.
Un colpo di reni, uno scatto d'orgoglio hanno bisogno di un condottiero che non vedo ... anzi
Un condottiero ha bisogno di "un esercito" da guidare alla vittoria. I Siciliani sono un popolo dalle tradizioni e dal coraggio notevolissimi. E' in loro stessi che possono e devono trovare la forza per farsi valere come meritano. Viva la Sicilia e Ve lo dice una Veneta che adora la vostra terra e la vostra gente !!!!
I primati della Sicilia sono innumerevoli nelle arti, nelle lettere e nella scienza. Purtroppo siamo noti principalmente per le nostre negatività, come questa piovra che ci stritola e ci soffoca. Grazie
Un colpo di reni, uno scatto d'orgoglio hanno bisogno di un condottiero che non vedo ... anzi
Complimenti bell'articolo su un nostro grande primato che ci viene conteso da mezzo mondo. Meno male che c'è Edrisi!
I primati della Sicilia sono innumerevoli nelle arti, nelle lettere e nella scienza. Purtroppo siamo noti principalmente per le nostre negatività, come questa piovra che ci stritola e ci soffoca. Grazie
Complimenti bell'articolo su un nostro grande primato che ci viene conteso da mezzo mondo. Meno male che c'è Edrisi!
ero già a conoscenza di questa informazione, che purtroppo la stragrande maggioranza degli italiani e siciliani ignora...
ma in un paese dove si crede ancora la storiella di Garibaldi e i mille "scazacani"...non c'è di meravigliarsi!
mi auguro che il Signor Di Bella ci illustri in seguito gli altri primati Siciliani, culinari ( ad esempio le granite e i gelati) e non.
saluti!
Questa è la Sicilia che vogliamo
Viva la Sicilia terra di grandi tradizioni anche se siamo assediati dai problemi spero che di noi sopravviva il meglio. Grazie a Edrisi ... ma anche a Di Bella
ero già a conoscenza di questa informazione, che purtroppo la stragrande maggioranza degli italiani e siciliani ignora...
ma in un paese dove si crede ancora la storiella di Garibaldi e i mille "scazacani"...non c'è di meravigliarsi!
mi auguro che il Signor Di Bella ci illustri in seguito gli altri primati Siciliani, culinari ( ad esempio le granite e i gelati) e non.
saluti!