La comunicazione con i propri simili è necessaria all’uomo a tal punto che questa funzione di relazione è indispensabile ed inscindibile dalla sua stessa esistenza: è certamente un fatto biologico scolpito nel D.N.A. di ognuno di noi.
Lo scambio di informazioni di ogni genere è connaturato allo stile di vita “coloniale” degli esseri umani ed ai sistemi sociali da essi realizzati in ogni tempo. La comunicazione può essere immediata come nel dialogo, ovvero può sussistere la necessità di trasmettere il proprio pensiero a persone non presenti e molto distanti.
Questa esigenza è rappresentata già nella mitologia greca e latina ove è presente la figura di Ermes o Mercurio, messaggero degli dei, raffigurato con le ali ai piedi e talvolta con un cappello conico fornito di piccole ali.
Nella Bibbia vi sono precisi riferimenti ai sistemi di comunicazione scritta degli Ittiti e degli Assiro-Babilonesi. Queste civiltà realizzavano le loro missive con incisioni su tavolette d’argilla.
Il messaggio veniva impresso sulla tavoletta d’argilla fresca, questa era sottoposta a cottura e talvolta rifoderata con un altro strato d’argilla sul quale veniva inciso il nome del destinatario. Una ulteriore cottura consolidava l’involucro, una sorta di precursore della moderna busta: la presenza del vapore acqueo prodottosi durante la cottura lo rendeva indipendente dalla tavoletta su cui era stato inciso il messaggio.
Presso il museo parigino del Louvre, si conserva una di queste "lettere" completa di “busta”, risalente alla prima dinastia babilonese.
Iscrizioni tombali e geroglifici hanno rivelato l’esistenza di un servizio di comunicazioni “postali” nell’antico Egitto, probabilmente fin dal XIII secolo prima dell’Avvento di Cristo.
Le Dinastie faraoniche avevano la preminente necessit‡ di far giungere ordini e disposizioni fino ai confini del loro vastissimo impero, i messaggi scritti erano il mezzo più preciso ed efficace, anche se sappiamo che in quella civiltà la scrittura e quindi la lettura erano monopolio della casta degli scribi. Dobbiamo dunque ritenere che il messaggio veniva dettato dal mittente ad uno scriba e giunto a destinazione era letto al destinatario da un altro scriba.
Le risultanze storiche evidenziano come la necessità di comunicare in forma scritta e quindi di realizzare un sistema stabile di comunicazioni, sia stata sentita in un primo momento dal potere politico e militare: infatti almeno fino al XVII Secolo la posta circolante era quasi esclusivamente di carattere pubblico ed il servizio era strumentale al raggiungimento di fini Statali. Solo a partire dal XVIII Secolo diverrà significativo il volume della posta privata e commerciale circolante.
Compresa l'importanza strategica del monopolio delle comunicazioni postali, per secoli un potente mezzo di controllo politico e sociale, quasi tutti i Paesi riservarono allo Stato l'esercizio delle comunicazioni, talvolta in modo diretto, altre volte appaltandolo a soggetti privati.
Sicuramente nell'antichità i messaggi sia civili che soprattutto militari, sono stati affidati alla memoria del corriere; ma i limiti di questo sistema sono facilmente intuibili. Infatti ciò che veniva riferito verbalmente si prestava ad interpretazioni, talvolta di comodo e non sarà stato raro il caso in cui il messaggero non abbia saputo riferire correttamente quanto affidato alla memoria, che sappiamo essere talvolta molto labile, con conseguenze disastrose.
Nel “Milione“ Marco Polo fa una dettagliata descrizione dell’organizzazione delle poste nell’impero cinese. Era stata predisposta una rete molto fitta di posti di cambio per i cavalli e per i corrieri, che riuscivano cosÏ a coprire in un sol giorno anche 250 miglia. Si narra che quei cavalieri fossero autorizzati a catturare con un “lazo” i cavalli per il cambio, prelevandoli da mandrie incontrate lungo il cammino.
Il grande scrittore greco dell’antichità Erodoto, primo artefice della storia scritta, descrisse dettagliatamente l’articolatissimo servizio postale dell’Impero Persiano, dotato di ben 111 stazioni di posta lungo i vari cammini. Prima Ciro il grande e poi Dario e Serse diedero grande impulso e rinomanza a questo servizio, detto delle “Angarie”, ritenuto a ragione elemento essenziale per la coesione dell’impero.
Nell’antica Grecia, a causa della frammentazione geopolitica del potere, detenuto dalle singole Polis, non si trova traccia di un servizio postale unitario. Ogni Città - Stato provvedeva alle necessità contingenti con messaggeri propri incaricati di volta in volta. Questi venivano detti “grammatofori“ o “hemerodromi”.
Il primo messaggero di cui storicamente si conosce il nome è appunto il greco Filippide, incaricato di portare ad Atene la notizia della vittoria di Maratona. Egli è il più famoso dei messaggeri a causa del sacrificio che gli costò la vita: percorse a piedi oltre 230 km in due giorni. Filippide viene ricordato ancora oggi con la corsa detta “maratona”, la cui lunghezza è appunto pari alla distanza tra Atene e Maratona.
Nell’Impero romano il primo servizio di posta regolare e stabile venne istituito dall’imperatore Augusto. L’Impero era all’apice della sua espansione geografica e politica ed era necessario far giungere le direttive politiche e militari fin nelle Provincie più remote. Per questi motivi venne istituito il “cursus pubblicus”, che invero di pubblico aveva solo il nome poichÈ il suo utilizzo era riservato allo “Stato” e comunque agli alti dignitari politici e militari.
I cittadini ne sostenevano i costi ma non usufruivano del servizio. Il documento fondamentale per la conoscenza dell'organizzazione del cursus pubblicus, è senza dubbio il codice Teodosiano che raccoglie le leggi e gli editti degli imperatori del II, III e IV Secolo.
Ulteriori e particolari notizie circa lo svolgimento del servizio, ci vengono riferite da una monumentale opera scritta in latino e pubblicata nel 1665 a Lione da Iacobus Gothofredus. Sappiamo che la supervisione del funzionamento era affidata ai Prefetti, ma venivano coinvolti anche i poteri locali.
Il servizio era organizzato in modo sovrapposto alla vastissima rete stradale che si dipartiva da Roma, dove nel foro il suo centro era segnato dal famoso “miliarum aureum”. Le strade principali, dette consolari, si diramavano in 372 cammini maestri per un totale di 53.000 miglia. Queste strade costituivano l’asse portante delle comunicazioni civili, militari e commerciali tra Roma ed il suo sterminato impero, ma anche oltre poiché consentivano anche i contatti con le Civilt‡ del medio e del lontano Oriente.
I collegamenti erano assicurati fino in Portogallo, al Reno, al Danubio, alla Scozia, ai Carpazzi, al Marocco, all’alto Nilo, al Mar Nero e alla penisola Arabica. Una dettagliata descrizione si ritrova nella “Tabula Peutingeriana” che è la copia in pergamena di una carta geografica dell’impero romano, risalente al IV Secolo dopo Cristo, ove erano evidenziate le antiche strade dalla Britannia fino all’attuale territorio dell’India.
Alcuni fonti hanno evidenziato che in una prima fase il servizio, che dobbiamo supporre limitato, si sia svolto per il tramite di pedoni. Successivamente elemento fondamentale del “Cursus pubblicus” divento’ il trasporto a mezzo di cavalli e assunsero importanza strategica le stazioni di cambio: in genere stamberghe ove i messaggeri potevano riposare, consegnarsi il corriere e rifocillare o cambiare i cavalli. Da calcoli eseguiti analizzando delle circostanze storiche, Ë stato possibile stabilire che si arrivò a coprire il percorso tra Roma e la Britannia in soli 25 giorni.
Le stazioni erano chiamate “mansio" o "mutatio posita”: nel tempo si trasformÚ la voce in sostantivo e volgarizzandola venne mutata in “posta”. Questo termine sarebbe divenuto poi sinonimo del servizio postale.
Altre fonti riferiscono che il “Cursus” era diviso in due settori: il primo a cavallo per le missive, detto “cursus velox” e un secondo effettuato con carri per il trasporto dei plichi pesanti, in senso moderno trasporto dei pacchi, che aveva il nome di “cursus clabularius” proprio perché effettuato con carri trainati da cavalli o da buoi.
Come abbiamo visto il Cursus era riservato al servizio dello Stato. Alcune fonti raccontano che Plinio il giovane abusò per fini privati del Cursus affidando ad esso una sua missiva personale e pertanto venne costretto a scusarsi pubblicamente.
Negli scritti dello storico Elio Spartiano si fa cenno ad un “Cursus fiscalis” e ciò sembra testimoniare che ai tempi dell’imperatore Diocleziano esistesse un servizio postale a pagamento. ma le frammentarie notizie a disposizione non autorizzano a dare il fatto per certo.
Quando l’impero romano venne travolto dalle orde barbariche, il “Cursus” venne disarticolato a causa di tali incalzanti eventi. La sua definitiva distruzione è databile intorno al VII Secolo.
(nella foto, il primo francobollo)