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Storia postale: 1780 il viaggio di una supplica di schiavi siciliani diretta ai Cristiani siciliani

09 maggio 2008
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Di seguito all’articolo recentemente pubblicato sulla posta degli schiavi tra l’Africa e la Sicilia, dove si è dato conto della Carità Cristiana con la quale le poste borboniche avevano recapitato gratuitamente una missiva proveniente da La Goletta ed indirizzata ad uno schiavo musulmano in terra di Sicilia, trattiamo ora un altro diverso caso di posta riguardante schiavi siciliani cristiani detenuti in Algeri.

 

Nel citato scritto si comprovava come allo schiavo barbaresco in Trapani fosse stato applicato lo stesso trattamento, ovvero l’esenzione dalla tassa postale (che all’epoca si pagava in arrivo) che veniva concessa alle lettere provenienti dagli schiavi cristiani in Africa.

 

Nel caso ora in esame, pur se la missiva è proveniente da schiavi siciliani in terra d’Africa, la tassa in arrivo è stata invece riscossa e vedremo perché.

 

La missiva in esame è datata 6 Maggio 1780 ed è indirizzata “all’Eccellentissimo Principe della Trabia, Presidente della Deputazione per la Redenzione dei cattivi in Palermo”.

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Questo Ente filantropico, abbiamo visto, si occupava di raccogliere fondi attraverso le elemosine, per pagare il riscatto degli schiavi cristiani detenuti in Africa.

 

La lettera è scritta in italiano in bello stile e con dotte citazioni in latino; l’estensore è persona di istruzione superiore e probabilmente con bagaglio di studi umanistici, nonché buona conoscenza della Società palermitana.

A tratti raggiunge vette di poetico lirismo: essa è genuinamente spirituale e tocca con la sua drammaticità corde profonde dell’animo umano e cristiano.

 

Il testo contiene inoltre numerosi spunti sulla condizione degli schiavi e quindi prima di apprezzarne gli aspetti storico-postali riteniamo doveroso riportarne integralmente il pregevole testo per il suo valore di documento letterario e storico ma anche per rendere giustizia e omaggio alla profonda Fede dell’estensore di cui lo scritto è intensamente pervaso:

 

“Eccellentissimo Principe Indotti siamo a ricorrere a Vostra Eccellenza noi poveri meschini schiavi in questa d’Algieri, ché soffrimmo il duro peso della schiavitù da tanti anni che già passati sono senza aver sollievo da nessuno, e perciò oggi chiamamo per padre a Vostra Eccellenza e per nostri avvocati al Signor Marchese Laredo e il Signor Marchese Flores ed il Reverendissimo padre Adriano Amari tutti Deputati di questa (Deputazione) di Palermo acciò mossi di pietà ci vogliano liberare da questa penosa catena che giorno e notte soffrimmo.

 

Ah! crediamo, come presso l’onnipotenza divina speriamo, ottenere la nostra libertà tanta da noi desiderata. Sì dunque a Voi Eccellentissimi Signori preghiamo a Voi tutti supplichiamo ed a gran voce gridiamo “Redemptor noster mortus est in crucis propter redemptionem humani generis” ( Il nostro Redentore è morto in croce per la redenzione del genere umano).

 

Si o Benefattori tutti aggiutateci con dar una puoca di Lemosina alla Deputazione per aver il nostro riscatto. Ah! Che le pene sono inesplicabili privi ancora di confessarci, privi di sentir messa, e come o Eterno Iddio si po vivere questo, ma si suol dire “propter peccata veniunt adversa” (a causa dei peccati accadono le avversità) perciò tutte le pene che questi Barbari Africani ci danno tutti l’abbracciamo e contenti siamo di essere abbattuti da questa perversa gente.

 

Giustissimo Iddio che sul legno della Croce soffriste passione per noi ricomperare, salvate dunque la nostra Santa Legge, non permettete che noi abiuriamo la vostra legge come molti han fatto e si han contentato farsi schiavi adoptivi di Satanasso per non soffrire questi momentanei patimenti si hanno acquistato la perdizione Eterna, almeno altra consolazione tenghiamo che essendo costanti nella fede sarem sicuri acquistare la Gloria eterna.

Si dunque Eccellentissimo Presidente ed Eccellentissimi Deputati con pure lagrime di sangue che spargiamo, a Voi altri ci raccomandiamo aggiutateci, o Amici benefattori di questa di Palermo deh! Soccorrete l’elemosina per noi poveri che Iddio sarà remuneratore di una tale carità.

 

“Elemosina a morte libera et ipsa est que purgat peccata” (L’elemosina libera dalla morte ed è essa stessa che purga i peccati).

Via orsù o Popolo di Palermo animatevi, ancora a scatenarci, miseri di noi che languimo in questa miserabilissima città di Algieri, che siam contenti di remar in una galera e non restare a qui.

 

Ah! Disavventurati che ne possiam chiamare o Poveri dei nostri padri o Povere delle nostre madri che doppo averne allevati ecco siam perduti, ah! Quante case si sono rovinate, quanti ve ne sono che desiderano i suoi figli ah! Bisogna dunque uniformarsi al divin volere e così perire in mezzo a questi Barbari, Deh! Maria Santissima a voi ricorriamo intercedete per noi poveri e per tutto il Popolo Cristiano. Anime derelitte del Purgatorio aggiutateci che con viva fede v’invochiamo, che molte volte a chi vi han chiamato con vero cuore l’avete aggiutato con visibili apparenze.

 

Deh! Dunque aggiutateci mettetevi nel Cuore dei benefattori che allor siamo sicuri di ricuperare la nostra libertà, Oh! inconsolabili che siamo, oh! Scontentezze che proviamo giornalmente minacciandone questi barbari con rigorosi castighi che ne maltrattano assaissimo, non avendone pietà di noi poveri chiamandone “senza fede”, ecco che non basta lingua umana che puole raccontare i tormenti inesplicabili e i martiri che danno questi Africani. Si dunque piangendo ne restiam e speramo che per mezzo della protezione di Vostra Eccellenza e di tutti l’eccellentissimi Signori deputati ottenere il nostro riscatto e per mezzo ancora dei Benefattori, che Iddio sarà (saprà) ricompensabile (ricompensare) di una tal Carità “et ita Sup.nt ut Deus”

 

Di Vostra Eccellenza Algieri a 6 Maggio 1780

 

Bernardo e Michele D’Agati Siracusani schiavi per anni 4

Io Bernardo Iazzolini di Palermo schiavo per lo spazio di anni tre

Io Rosario Mineo di Trapani schiavo per anni quattro

Luiggi Bramante per non saper scrivere ha fatto la Croce essendo nativo di Siracusa esiste schiavo per tempo di anni quattro +

Francesco D’Amico di Palermo per lo spazio di anni tre +

Patron Vito di Trapani per anni 4

 

Supplica delli poveri Schiavi di Algieri

 

La supplica è stata scritta dal firmatario Bernardo Iazzolini di Palermo, come testimonia il confronto tra la grafia del testo e la stessa firma.

 

La lettera è testimonianza viva di atroce sofferenza del corpo e dell’anima patita in terra d’Africa dagli schiavi cristiani, ma la condizione di quelli di altre fedi, razze o nazionalità detenuti in Sicilia o altrove non era punto diversa. Interessanti notizie ci fornisce circa le provenienze degli schiavi supplicanti, tutti siciliani tra i quali un proprietario di barca, quel “Patron” (come venivano chiamati i proprietari di barca) Vito di Trapani.

Quest’ultimo verosimilmente catturato insieme alla sua barca dai pirati Barbareschi che infestavano il Mediterraneo. Della loro presenza a tutte le latitudini ce ne da conferma il Rezzonico che nel suo viaggio da Napoli a Palermo iniziato il primo Agosto 1793, incrocia a Nord di Lipari i pirati “… si videro due legni che avevano la prua volta verso di noi”.

 

Il collegamento tra pirateria e mercato degli schiavi nel Mediterraneo è strettissimo poiché le scorrerie sia degli africani che dei levantini, ma anche dei legni siciliani, erano uno dei mezzi principali per rifornire questo florido quanto inumano commercio.

 

I documenti pervenutici disegnano un’Epoca buia e crudele nella quale lo schiavo è considerato una cosa materiale anche al di la dell’appartenenza allo stesso Stato, razza o religione. Il fenomeno traeva origine da una complessa situazione di equilibri economico sociali nel Mediterraneo e oltre che dalla pirateria veniva alimentato dalla guerra di corsa che coinvolgeva tutti gli Stati bagnati dal Mare Nostrum che per bilanciare le forze in campo concedevano le così dette “patenti da corsa”. La corsa era dunque guerra lecita seppure sviluppata in modo para militare, al contrario la pirateria era atto di brigantaggio in mare.

 

La schiavitù come elemento delle economie rurali è fenomeno antichissimo legato spesso a fattori contingenti. In Italia la peste del 1348 aveva decimato la popolazione e quindi determinato un aumento smisurato del costo della mano d’opera ridando così slancio all’inumano mercato.

 

Altro fattore incentivante la tratta degli schiavi ci viene riferito da Paolo Caggio , scrittore palermitano del ‘500 che ci informa che gli schiavi sono considerati: “ la più ottima e principal possessione che si trovi hoggi e il dominio che noi abbiamo de gli uomini onde ne seguitano le dignità e la reputazione per le quali siamo riveriti et stimati.” L’elemento razziale, nazionale e religioso risulta avere considerazione diversa nei diversi luoghi: i Prìncipi ucraini ritenevano l’esportazione degli schiavi una delle principali fonti di ricchezza. “I mercanti Tartari cedevano volentieri figli, amici o prigionieri in cambio di merci preziose”. Ancora il Marrone (Op. Cit.) riscontra nei Riveli di Trapani che in data 15 Novembre 1441 in quella città Giovanni de Abrignano vende ad Andrea della Franchisca una serva bianca del genere dei russi (de genere russorum) di nome Anna. La stessa serva viene rivenduta il giorno seguente a Giovanni di Sangiorgi.

 

La schiavitù e tutto ciò che essa comportava, coinvolgeva tutti i popoli e le sue implicazioni commerciali non erano differenti da quelle di altre “merci”. A testimonianza delle interconnessioni dei traffici esistenti nel Mediterraneo, Il Marrone riferisce che il 4 Giugno 1442 Raffael Massot di Maiorca, procuratore di Martino Aymerich di CastroCallari (odierna Cagliari) dichiara di essere stato saldato da Elia Rizzo, giudeo di Trapani, di Onze 14, prezzo di uno schiavo giudeo di nome Misuri. Si noti il coinvolgimento di soggetti residenti in Sicilia, Sardegna e a Maiorca, nonché la tratta di schiavi giudei da parte di correligionari.

 

Ritornando al documento in esame ed ai suoi aspetti storico-postali, si evidenzia subito l’indirizzo che è insieme un programma di viaggio ed un viatico che fa appello alla cristiana Carità di chi avrà tra le mani il piego; così recita:

 

A SUA ECCELLENZA ECCELLENTISSIMO SIGNOR PRINCIPE DELLA TRABIA PRESIDENTE DELLA DEPUTAZIONE LETTERA DEI POVERI SCHIAVI DI ALGIERI PER AMOR DI DIO E DI MARIA SANTISSIMA O CRISTIANI DATELA PER CARITA’ MARSIGLIA IN SICILIA PALERMO

 

La missiva venne dunque affidata a Persona imbarcata su un legno francese o diretto comunque in Francia a Marsiglia. L’estensore precisa nell’indirizzo che da Marsiglia la lettera dovrà proseguire per la Sicilia e quindi recapitata a Palermo.

Visto il tenore del contenuto dobbiamo ritenere che la lettera sia stata segretamente affidata al suo primo corriere.

 

Risulta evidente che il mittente non poteva prefigurare il destino della missiva né per quali vie da Marsiglia sarebbe “forse” giunta a Palermo. Questo “forse”, determinato dall’insicurezza dei trasporti e dal dubbio che qualcuno rifiutasse di trasportare la lettera ritenendo di non recuperare la relativa tassa, tormentava il povero Iazzolini e lo spingeva ad affidarsi vieppiù alla Provvidenza Divina.

 

Sulla soprascritta (fig. 1) leggiamo: “lettera dei poveri schiavi di Alfieri per amore di Dio e di Maria SS.ma o Cristiani datela per carità”. Le invocazioni cristiane nell’indirizzo hanno un duplice significato: primo “assicurare” il recapito a destino legando il cammino della lettera ad un fatto di fede e Carità cristiana e secondo renderla in qualche modo “franca” da pretese di denaro per il suo trasporto, sia da parte di privati che da parte di amministrazioni postali…”…o Cristiani datela per Carità”.

 

Ma in questo caso, al contrario di quello illustrato nel citato articolo, sussistevano condizioni diverse, infatti la missiva non veniva inoltrata per il tramite del sistema postale borbonico, ma doveva transitare attraverso la rete di altre amministrazioni postali.

 

Il piego giunse a Marsiglia 60 giorni dopo e non ci è dato sapere come mai il percorso sia stato compiuto in così lungo tempo: se la nave partì con ritardo o seguì una rotta più lunga con diversi scali o ancora quali peripezie le occorsero. Giunse infatti a Marsiglia il 4 Luglio 1780, come vergato al verso ( Du. 4 jullet 1780), e qui venne presa in carico dall’Amministrazione postale francese come comprovato dall’impronta “MARSIGLIA” apposta in nero sulla soprascritta.

 

La presenza di più tassazioni sul fronte del piego comprova che esso proseguì via terra per la Sicilia: infatti se fosse pervenuta a destino via mare per la rotta Marsiglia – Palermo, avremmo riscontrato una sola tassazione. Al contrario ritroviamo sul documento una serie di indicazioni contabili corrispondenti alla tassa che ogni Amministrazione postale che ha trasportato la lettera ha riscosso per proprio diritto. Le indicazioni iniziano con il “6” apposto al retro a Marsiglia che nel sistema francese indica 60 centesimi da esigere, segue verosimilmente il segno “3” e poi ancora un “26”, un “8” ed infine una tassazione di 15 grana sicuramente effettuata a Palermo in arrivo che rappresenta la cifra pagata dal Principe di Trabia al momento in cui gli venne recapitata la missiva.

 

Ed è questo il punto centrale su cui focalizzare l’attenzione: infatti l’amministrazione postale borbonica aveva sostenuto una spesa “viva” per acquisire (“riscattare”) la lettera dall’Amministrazione postale che la deteneva e che l’aveva trasportata ai confini dello Stato. Proprio al confine generalmente, in epoca prefilatelica ed in assenza di convenzioni postali, le diverse Amministrazioni eseguivano il cambio per consegna delle corrispondenze, compensando con complicate contabilità, determinate anche dalle diverse valute, le rispettive spettanze. Dunque sostanzialmente l’acquisizione della missiva ed il suo trasporto rappresentavano un costo e l’amministrazione non poteva rinunciare al relativo pagamento.

 

Di contro il destinatario Principe di Trabia, come d’uso all’epoca dei fatti, non si rifiutò al pagamento della tassa perché pagare in arrivo la posta era considerato un adempimento d’onore e non solo per i nobili, quanto offensivo era considerato ricevere posta pagata in partenza dal mittente. Pertanto anche se già dall’indirizzo risultava che la lettera conteneva una supplica di schiavi, l’essere pervenuta la missiva in Sicilia per il tramite di altre amministrazioni postali non consentì di accordare franchigia come avvenuto in altri casi, nonostante il riconosciuto valore morale dell’opera svolta dalla Deputazione e, come oggi si dice, i suoi scopi non di lucro.

 

Restano oscuri i motivi per i quali Bernardo Iazzolini affidò il messaggio ad una nave per Marsiglia e non ai natanti che direttamente facevano rotta per la Sicilia, ma è logico presumere che ciò sia avvenuto perché Egli, nel suo stato di prigionia e schiavitù, ebbe solo questa opportunità e non altre.

 

La regola della riscossione integrale di quanto anticipato ad altre Amministrazioni postali, osservata dall’amministrazione postale borbonica, trova indiretta conferma anche nella limitata esenzione dalla tassa postale accordata in Sicilia agli Ordini Mendicanti, applicabile solo alle missive viaggianti all’interno dell’Isola.

 

 

Giuseppe e Leonardo Di Bella

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