Sicilia 1806. Schiavi, pirati, mercanti di uomini. La vita affidata ad una lettera

09 maggio 2008
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È noto che le coste della Sicilia ed in genere di tutte le regioni che si affacciano sul Mediterraneo sono state soggette ad incursioni di pirati barbareschi fino al XIX Secolo. Lo scopo delle incursioni era quello di razziare cose, animali e soprattutto uomini da ridurre in schiavitù o per i quali chiedere un riscatto

 

È forse meno noto che le scorrerie erano reciproche e che anche legni siciliani, a volte muniti di “Regia patente” autorizzativa, aggredivano per lo stesso scopo i villaggi costieri dell’Africa.

 

Il fenomeno della pirateria e della predazione era molto diffuso e non solo nei confronti di popolazioni di razza e religione diversa: si ha infatti notizia di scorrerie effettuate nel XVI Secolo da pirati messinesi sulle coste della Calabria e della Campania.

 

Dall’antichità e fino alla metà dell’Ottocento, la tratta degli schiavi è stato un fenomeno di grandi dimensioni in tutta l’area del Mediterraneo ed era alimentato non solo alle razzie ma anche da un mercato derivante dalle sopraffazioni di gruppi etnici verso altri più deboli.

Sicinform

 

La mano d’opera a basso costo era un elemento indispensabile delle deboli economie agricole e rurali specialmente fino al XVI Secolo, periodo in cui si registra in Europa un significativo e costante incremento della popolazione.

 

La legislazione servile applicata in Sicilia fino all’inizio del ‘800, era quella dettata nel 1310 da Federico III d’Aragona Re di Sicilia che stabiliva i canoni “civili” della schiavitù.

Sullo sfondo di questi traffici senza scrupoli, sussisteva un pretesto di ordine religioso.

 

Infatti i barbareschi di fede Islamica giustificavano la loro condotta sostenendo una sorta di diritto a ridurre in schiavitù gli “infedeli” Cristiani per cercare di convertirli all’Islam. Ugualmente i Cristiani giustificavano la riduzione in schiavitù dei barbareschi con l’essere questi “infedeli” da convertire al Cristianesimo, ed infatti quasi sempre dopo averli catturati o comprati li battezzavano imponendo loro un nuovo nome cristiano. Sussistono in merito atti ufficiali della Chiesa Cattolica ed in particolare una bolla di Innocenzo III che legittimava il rifornimento di viveri a Paesi barbareschi in cambio di schiavi da convertire al Cristianesimo.

 

Per la difesa delle coste dalla pirateria barbaresca era stata fondata in diversi Paesi cattolici la “Santa Crociata”, Opera che si prefiggeva lo scopo di raccogliere fondi attraverso la vendita di indulgenze, al fine di armare vascelli in grado di prevenire e contrastare le incursioni.

 

Per la liberazione dei cristiani catturati dai barbareschi, operavano anche in Sicilia, almeno fin dal XIV Secolo, diverse istituzioni religiose. Al fine di coordinarne gli sforzi operativi venne costituita a Palermo nel 1585 la “Deputazione (o Opera) per la redenzione dei cattivi” (catturati).

 

Questa Deputazione, costituita presso la chiesa di Santa Maria la Nova, aveva il fine istituzionale di raccogliere fondi con l’elemosina e con questi pagare il riscatto degli schiavi cristiani.

 

Esaurita questa lunga ma doverosa premessa passiamo all’aspetto storico postale di cui vogliamo occuparci. I ritrovamenti di lettere del XVIII e XIX secolo viaggiate dall’Africa in Sicilia hanno originato una serie di articoli pubblicati sulle riviste specializzate ove è Stato evidenziato come l’Amministrazione postale borbonica, con spiccato senso di cristiana carità, spesso non sottoponeva al pagamento della tassa postale (che fino al 1858 si pagava in arrivo) le missive contenenti le suppliche ed in genere le corrispondenze provenienti da prigionieri o schiavi cristiani in suolo d’Africa.

 

Oggi un nuovo tassello si aggiunge a questa storia... non solo postale.

Dopo molteplici tentativi siamo finalmente riusciti a decifrare il complesso testo di una lettera del 1806 che ha rivelato… l’altra faccia della medaglia.

 

La missiva è datata «La Goletta 19 Agosto 1806” è scritta da un certo Mesacitte Reabbo, probabilmente un facoltoso mercante Turco, ed è destinata al fratello prigioniero o schiavo ... in Sicilia.

 

In realtà la lettera è stata scritta in nome e per conto del Mesacitte da un siciliano, lo stesso Antonino Tortorici a cui nel testo vedremo si raccomanda di indirizzare la risposta, anche egli verosimilmente mercante alla Goletta.

 

La lettera è scritta in un siciliano stentato e deformato con inserti arabeggianti. La scelta del siciliano è stata probabilmente determinata dal fatto che la missiva era indirizzata ad un certo Capitano Domenico Romeo incaricato di consegnarla al destinatario, al quale sarebbe stata letta da un altro siciliano.

 

Il documento svela aspetti veramente sorprendenti e non solo per la storia postale.

Per l’interesse linguistico se ne riporta il testo prima come scritto in origine senza alcune correzioni inserite a destinazione per renderlo leggibile e dopo tradotto in lingua corrente:

 

«La Goletta il 19 Agosto 1806

Fratello mio carissimo Con la presente e siccoro comito non lascio di notificarti lottomo stato di mia salutte chi stesso spero sindere dite e io ho parlato con Giallune ema resposto chi vole sappere si sitte vinnoto e lu padrone ti vole vinnire con dinare o p cambio con li cristiane.

Dugna voglio essere avisatto como mi divo regolare- e salamiche milich ep soleme - e salamiliche cosemo e alì e con tutte salamiliche miliche p soleme - e io voglio sappire dove teretrove p io parlare con lu Giallune e con lu Bei e scrivimi subito chi tiene comito- chi sopra carta p la Goletta a Antonio Tortorici e ricapita a Mesacitte Reabbo

Mi fermo alla Goletta porto di Tunisi tuo frattello Mesacitte Reabbo

Vota lu foglio

 

Caro capetano Duminìco Romeo ci prego di fare capitare questa lettera a le tre mura chi siane portato le cristiane fattemi la finizza.”

 

La Goletta il 19 agosto 1806

Fratello mio carissimo Con la presente ora che posso non lascio di notificarti l’ottimo stato della mia salute e lo stesso spero sentire di te. Io ho parlato con Giallone e mi ha risposto che vuole sapere se siete venduto e se il padrone ti vuole vendere per denaro o scambiarti con cristiani.

Dunque voglio essere avvisato di come mi devo regolare — e salamliche miliche per soleme - e salamiliche miliche per cosimo ed ali. Con tutte salamiliche per soleme - e io voglio sapere dove ti ritrovi per io parlare con il Giallone e con il Bei e scrivimi subito appena puoi e sulla lettera (indirizza) per La Goletta a Antonino Tortorici che recapita a Mesacitte Reabbo

 

Mi fermo alla Goletta porto di Tunisi tuo fratello Mesacitte Reabbo

Volta il foglio

 

Caro Capitano Domenico Romeo vi prego di recapitare questa lettera alle tre mura che sia portata ai cristiani fatemi la finezza.

 

Risulta dunque evidente che il destinatario si trovava prigioniero o schiavo a Trapani, catturato da pirati siciliani durante una scorreria in Africa ovvero acquistato da un padrone siciliano da uno dei tanti trafficanti che deportavano schiavi in Sicilia dopo averli acquistati nei mercati africani, della costa adriatica e del Levante. Infatti gli schiavi presenti in Sicilia secondo i dati dei censimenti effettuati dal 1500 in avanti, appartenevano a diversi gruppi etnici tra i quali anche i bosniaci (boschini), russi di religione cristiana, circassi oltre ai barbareschi e ai negri dell’Africa interna.

 

Ritornando alla lettera, il mittente chiede al fratello se è stato venduto come schiavo e se il padrone lo vuole vendere o scambiare con «li cristiani” (prigionieri in Africa). La missiva come sopra ricordato, non è direttamente indirizzata al fratello bensì al Capitano Romeo incaricato di recapitarla al destinatario del quale il mittente non conosce esattamente l’ubicazione:“ricapita alle tre mura di miscane e cosimo ali e miscane a Trapane”.

 

La barca che trasportò la lettera la affidò al suo arrivo in Sicilia al servizio postale che in transito a Palermo appose sulla soprascritta l’impronta “PALERMO” del 1° tipo in colore giallastro, da qui la missiva venne inoltrata a destinazione.

 

Sulla soprascritta troviamo vergata da altra mano (in arrivo a Trapani) la frase “littera di schiavo causa per la vita”.

 

Quest’ultima annotazione è da mettere in relazione con la detassazione della missiva. Infatti, ed è proprio questo il punto centrale della vicenda, il piego prima assoggettato a tassa postale per 5 Grani, come vergato a penna, venne poi detassato (il segno 5 venne sbarrato) al momento della consegna al destinatario senza l’esazione di alcuna tassa, stante che lo stesso dimostrò, aprendola, la natura della lettera. Risulta pertanto inequivocabile che le poste borboniche usarono nei confronti del prigioniero barbaresco lo stesso riguardo riservato ai prigionieri siciliani in terra d’Africa.

 

Il documento è una testimonianza storica di grande interesse anche perché dimostra che le reciproche predazioni piratesche e le riduzioni in schiavitù non impedivano comunque una grande intensità di rapporti sociali e commerciali tra la comunità cristiane e quella islamica ottomana. Si noti in merito che il Masacitte si serve di due siciliani il Tortorici per scrivere la lettera e il Capitano Romeo per recapitarla, e probabilmente di una barca siciliana per il trasporto.

 

Dal punto di vista temporale si osserva che all’inizio dell’Ottocento la schiavitù in Sicilia è un fenomeno in via di esaurimento per una molteplicità di cause. La stessa società è cambiata a tal punto che nel 1812 una sentenza stabilirà che col Battesimo, ipso facto, lo schiavo diviene formalmente un liberto e quindi passa allo status di servitore.

 

Alla storia postale siciliana, le cui vicende vediamo ancora una volta essere intrinsecamente legate a quelle della storia in senso proprio, la missiva aggiunge un inaspettato tassello poiché comprova l’esistenza di una franchigia che non può essere considerata una iniziativa personale o locale, Infatti, che il piego contenesse una corrispondenza diretta ad uno schiavo, non era possibile stabilirlo se non quando il destinatario Capitano Romeo non lo avesse aperto e letto.

 

Quindi apparentemente la missiva era indirizzata ad un soggetto che avrebbe dovuto corrispondere la relativa tassa e coerentemente venne “presa in carico” contabilmente (a Palermo). Sappiamo che sussisteva una precisa contabilità dei mazzi di lettere al momento delle varie consegne: risulta dunque evidente che per il discarico della somma di cinque Grana, originaria tassazione della lettera, sia stata compiuta da parte dell’Ufficio addetto alla consegna al destinatario un giustificativo ufficiale e scritto, il che ci fa concludere che la concessione della franchigia anche in questi casi fosse una prassi ufficiale o quanto meno di fatto tollerata.

 

Un’ultima annotazione merita l’Amministrazione borbonica spesso additata quale esempio di rigidità ed eccessiva parsimonia, aggettivazioni che forse sarà il caso di ripensare.

Leonardo Di Bella

 

NOTE:

1) CFR Giovanni Morrone: La schiavitù nella società siciliana dell’età moderna, Sciascia Editore,

2) CFR. Vincenzo Fardella: Storia postale del Regno di Sicilia, Ed. Ist. Poligr. Siciliano, Pa

 

 

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