Zimbabwe, 300 persone si sono rifugiate ieri sera nell'ambasciata sudafricana ad Harare affermando di essere vittime della violenza politica

26 giugno 2008
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Circa 300 persone si sono rifugiate ieri sera nell'ambasciata sudafricana ad Harare affermando di essere vittime della violenza politica. Uomini, donne e bambini che dicono di provenire da varie località dello Zimbabwe e di essere state vittime dei sostenitori del presidente Robert Mugabe, sono entrate nella rappresentanza diplomatica, che dista solo un chilometro dalla residenza del presidente. Il governo sudafricano

Sicinform
attraverso un portavoce ha confermato la presenza di 300 persone giunte "per cercare rifugio" ed ha aggiunto che saranno ospitate per la notte in attesa di trovare una soluzione. Lo staff dell'ambasciata si è attivato per fornire coperte e cibo a tutti. "L'ambasciatore - ha detto il portavoce del governo di Pretoria - è in contatto con le autorità dello Zimbabwe e con osservatori della Sadc (la comunità dei paesi dell'africa australe) per allestire una zona sicura per il gruppo". Molti dei rifugiati ha raccontato di essere stati ospitati nei locali del partito di opposizione Mdc, ma di essere stati costretti a fuggire lunedì scorso dopo raid della polizia. Venerdì è previsto lo svolgimento del secondo turno delle presidenziali nonostante il ritiro dalla competizione del capo dell'opposizione Morgan Tsvangirai il quale,in testa dopo il primo turno, ha denunciato l'impossibilità di svolgere la campagna elettorale a causa di violenze e intimidazioni e si è rifugiato nell'ambasciata olandese.

ANCHE L'AFRICA ISOLA IL DITTATORE MUGABE

Anche l'Africa, dopo l'Occidente, sta facendo il vuoto intorno a Robert Mugabe, 'padre padrone' dello Zimbabwe da 28 anni. Un vertice straordinario ristretto svoltosi in Swaziland ha chiesto il rinvio del voto "la cui legittimità e  credibilità -dicono - non è garantita dalle attuali circostanze". Ma nulla ferma la farsa elettorale di venerdi' (lo ha confermato anche la commissione elettorale) quando si terrà il ballottaggio presidenziale con Mugabe candidato unico. Ed intanto i suoi scherani, soprattutto nelle campagne, raccolgono la popolazione perché si rechi a votare, e votare  'bene': tanto osservatori veri non ce ne saranno.

Il leader dell'opposizione Morgan Tsvangirai ha lasciato per un paio d'ore l'ambasciata olandese di Harare (vi è poi tornato) dove si era rifugiato domenica dopo aver annunciato il ritiro del ballottaggio a causa delle tremende violenze contro i suoi sostenitori. Intanto questa sera circa 300 persone si sono rifugiate presso l'ambasciata sudafricana ad Harare. Incontrando i giornalisti Tsvangirai ha avanzato una serie di proposte, tre le principali: peacekeeping in Zimbabwe per garantire la pace; intervento politico di Unione Africana (che terrà un vertice a fine settimana in Egitto), paesi regionali ed Onu che impongano un dialogo utile teso alla ricerca di un'intesa per un governo di unità nazionale; liberazione immediata dei prigionieri politici che calcola in circa 2.000.

L'ipotesi che si fa strada è quella di un forcing politico regionale ed africano, con l'appoggio Onu da lanciare al più presto, a prescindere dalla farsa elettorale, che obblighi le parti a trovare un accordo. Poco probabile l'intervento militare, anche se il premier keniano Raila Odinga teme per lo  Zimbabwe scenari simili a quelli del genocidio in Ruanda del '94. E quella di un'apocalisse di sangue, con i fedelissimi di Mugabe scatenati, che poco o nulla avrebbero ormai da perdere, é una paura che scuote tutte le cancellerie internazionali.

Intanto Washington fa sapere che comunque non riconoscerà il risultato del ballottaggio, mentre Londra -ex potenza coloniale- prepara, così come l'Australia, l'accentuazione delle sanzioni contro personalità ufficiali dello Zimbabwe, e definisce "rivoltanti" gli abusi contro i diritti umani di Mugabe al quale tra l'altro ha revocato il titolo di cavaliere onorario che gli aveva consegnato nel 1994, annullato dalla regina Elisabetta su raccomandazione del ministro degli Esteri David Miliband.

Ma anche l'Africa comincia ad isolare davvero il vecchio dittatore, come dimostra la decisione presa in Swaziland dal vertice ristretto d'emergenza della Sadc, la comunità che riunisce i 14 Paesi dell'Africa australe. Riunione con un giallo, che forse è però un forte segnale politico. Il governo  della Tanzania aveva annunciato che vi avrebbero preso parte i leader della 'troika', che gestisce politica difesa e sicurezza, di cui fanno parte oltre alla Tanzania, l'Angola e lo Swaziland, il presidente dello Zambia e presidente di turno dell'organismo Lewy Mwanavasa, ed il mediatore regionale per lo Zimbabwe, il presidente sudafricano Thabo Mbeki. Ma dal Sudafrica una nota ufficiale ha fatto sapere che Mbeki non andava, perché "non  invitato". Nessuna reazione dal Sadc.

L'impressione è che sia in corso una manovra per sostituire Mbeki nella mediazione: il presidente sudafricano ha subito (anche nel suo Paese) molte critiche perché le sue posizioni sono apparse sbilanciate in favore di Mugabe, anche se negli ultimi giorni è apparso meno compiacente, e più impegnato per un governo di unità nazionale, ed in serata ha mandato nuovi inviati ad Harare per tentare un'intesa dell'ultima ora. Ma si é mosso tardi e molti gli imputano di non aver fatto pressioni utili dopo il primo turno elettorale, svoltosi il 29 marzo, dal quale Mugabe era uscito k.o., e dando segni di apertura a possibili intese. Quell'occasione è andata perduta, e ora il dittatore si è arroccato, anche perché il comando vero della  cosa pubblica è in mano a un gruppo di generali della vecchia guardia che rifiutano ogni compromesso.

Fonte: ansa
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