La tragedia navale delle Filippine evoca episodi dell'immaginario romanzesco di inizio '900, e l’ultimo episodio di una lunga storia

24 giugno 2008
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Secondo le autorità locali il bilancio di vittime della "Princess of stars", la nave affondata al largo delle Filippine, dovrebbe essere di 820 morti, mentre dei passeggeri solo 42 sono i superstiti.

Dai comunicati diramati dalla compagnia di navigazione Sulpicio Lines risulta che a bordo c'erano 751 passeggeri, mentre 111 erano i membri dell’equipaggio.

Sommozzatori della Marina e della Guardia

Sicinform
costiera, penetrati nello scafo, hanno avvistato molti corpi che galleggiavano al suo interno: e che, recuperati, sono stati riconosciuti come quelli di passeggeri e di personale di bordo rimasti intrappolati, quando l'imbarcazione s’è capovolta a causa dell'impatto con il tifone “Fengshen”, nel fine settimana.

La notizia ci appare di forte impatto emozionale, enorme nella sua tragicità.

La rapidità dei media nel propagare le informazioni relative ad incidenti di grandi proporzioni e catastrofi determina una sensazione diffusa di disagio diffuso, ma contiene anche il germe di un rapido esaurimento dell’impatto emozionale del messaggio se non viene continuamente alimentato dalle ultime “novità” (e se di novità non ce sono la coa rapidamente si inabissa nel dimenticatoio mediatico.

Emotivamente, simili eventi ci portano a chiederci, ovviamente, perchè? Perchè, nello scontro con la natura, debba pagarsi un così alto tributo di vite umane? E, poi, viene da chiedersi: è cambiato qualcosa nel corso del tempo? Perché la percezione che si ha da “consumatore” di notizie è che simili tragedie siano oggi più frequenti e che provochino più vittime di un tempo.

Ma sarà poi veramente così?

Si tratta di tragedie della nostra modernità, oppure sono eventi che ci sono stati da sempre, solo che prima non erano “mediatizzati”?

In un suo volume (“Terrore dal mare”, Adelphi, 2005), il giornalista William Langewiesche (autore, tra l'altro, di un bel saggio-inchiesta sulla storia degli scavi compiuti a Ground zero dopo il crollo delle Twin Towers), prende in esame alcune grandi tragedie del mare, per giungere alla conclusione che, se in alcuni casi, esse sono dovute a tragiche fatalità, il più delle volte sono ascrivibili a errori umani, oppure ad una cattiva gestione della nave (sovraccarico oppure non accorto posizionamento dei pesi) o infine a difetti tecnici e strutturali delle imbarcazioni. Egli dice anche che le inchieste successive a tali eventi raramente portano al disvelamento della verità e che spesso, secondo copione, vengono semplicemente individuati dei capri espiatori (si veda, ad esempio, il caso controverso del naufragio dell’Andrea Doria, che vide una forte penalizzazione del comandante italiano).Insomma, la verità di rado viene a galla e le vittime sono rapidamente condannate all'oblio "istituzionale".

Non è che simili episodi oggi siano più frequenti di un tempo, anche se il lettore "medio" dei quotidiani o l'ascoltatore dei notiziari radiotelevisivi hanno una percezione (erronea) di un loro incremento e d’una loro maggiore gravità. Ciò è dovuto al fatto che quasi tutte le notizie di questo tipo (definite come "disgrazie", "tragedie naturali", "catastrofi") circolano immediatamente e che, per mezzo di immagini-icona presentate ossessivamente nei giornali, in televisione, in internet provocano e consolidano una forte ed immediata reazione emozionale.

Si pensi, ad esempio, in questo caso, all'impatto della immagine dello scafo capovolto del traghetto delle Filippine, riproposta in modo reiterato.

In passato, di simili incidenti di rado si veniva a sapere qualcosa se non a distanza di molto tempo e, in ogni caso, quando arrivano filtrati da molti passaggi non facevano più notizia.

Spesso, piuttosto diventavano materia di romanzi.

Joseph Conrad, di origini polacche e naturalizzato Inglese, considerato uno dei maggiori scrittori di lingua inglese, trasfuse molte delle sue esperienze marinaresche nella suo copus di romanzi e racconti.

Tragedie dei mari tropicali, simili il naufragio delle Filippine, fanno parte integrante di due suoi romanzi.

In “Tifone” (Typhoon), la vicenda è situata nei mari della Cina, dove il capitano Tom Mac Whirr, dopo aver imbarcato dei coolies cinesi, si dirige con la sua nave verso il porto di Fu-chou. Il viaggio sembra procedere tranquillamente, quando Jukes (l'ufficiale in seconda) facendo notare al capitano i segni del probabile avvicinamento di una tempesta, gli consiglia di cambiar rotta per aggirarla. Mac Whirr non gli da retta, sostenendo imperiosamente che lui pur di non arrivare in ritardo è disposto ad affrontare qualsiasi avversità meteorologica. Anche perchè è convinto che il Nan-Shan non sia una nave facile da affondare. Proprio a causa della sua decisione, la nave dovrà confrontarsi con un terribile uragano (il tifone, appunto). Buona parte del romanzo si sviluppa proprio durante l’uragano: il narratore ne mette in risalto la potenza distruttrice, raffigurando la terribile paura che induce nei passeggeri che, terrorizzati dall'incombere della fine, impazziscono, perdendo nel loro comportamento ogni residuo di umanità e indulgendo in azioni di prevaricazione, ciniche e violente, come quando - ad esempio - i cinesi chiusi nelle stive della nave (al sicuro dai flutti, ma letteralmente imprigionati) e al buio, si mutilano e dilaniano a vicenda per impossessarsi di alcune monete d’argento. Questi atteggiamenti non smuovono la determinazione del capitano e dei suoi marinai, che cercano tutti di fare del loro meglio per uscire fuori da quella situazione, mostrando atteggiamenti coraggiosi. Alla fine i loro sforzi non sono vani: riusciranno a venir fuori dalla tempesta e a raggiungere il porto di Fu-chou dove si presenta una nave segnata da gravissimi danni delle sue sovrastrutture, ma ancora in condizione di galleggiare e governabile. Typhoon, fortunatamente (e stranamente), non ha una conclusione tragica e nessuno dei protagonisti e personaggi muore: la vicenda piuttosto consente all’autore di sviluppare lo scavo psicologico dei personaggi sottoposti ad una situazione estrema.

L'altro romanzo conradiano in cui si parla di una tragedia del mare è invece "Lord Jim" (dal quale vennero tratte ben due riduzioni cinematografiche di cui la seconda “Lord Jim” fu diretto nel 1965 da Richard Brook, con un bravissimo Peter O'Toole nella parte del protagonista). Se Typhoon è la storia d’una tragedia mancata, Lord Jim invece parla del senso di colpa e della "macchia" persistente che l’essere stato codardo una volta può lasciare nel cuore di un uomo. Il romanzo, pubblicato nel 1900, si apre con il viaggio del giovane ufficiale in seconda Jim sul “Patna”, un vascello adibito al trasporto di merci e passeggeri. Quando la nave entra in collisione con un relitto, Jim assieme al capitano e alla ciurma la abbandonano, temendo un suo immediato affondamento, abbandonando senza alcuna esitazione i passeggeri al loro destino. Si tratta di una grande tragedia che non passerà sotto silenzio e che Jim - dopo essere stato processato per la sua codardia - sconterà per il resto della sua vita, ritirandosi a vivere in un un'isola sperduta, salvo poi a riscattarsi alla fine della sua viltà giovanile con un atto di eroismo.

Ma andando guardare gli annali moderni non si può non citare la tragedia dei "fantasmi di Porto Palo", quando, nella notte di Natale del 1996, quasi 300 clandestini perirono nel naufragio dell’imbarcazione scassata e fatiscente che li trasportava, subito al di fuori del limite delle nostre acque territoriali (davanti alle coste siciliane di Capo Passero). Per motivi diversi, la tragedia inquietante passò sotto silenzio e soltanto la coraggiosa inchiesta di Giovanni Maria Bellu (premiato con la sua opera per il giornalismo d'inchiesta) riuscì a svelarla e ad imponendo l’accettazione della cruda verità dei fatti al grande pubblico, malgrado il persistente diniego delle autorità pubbliche e dei politici.

Si trattò del più grande naufragio della storia del Mediterraneo dalla fine della Seconda guerra mondiale (in termini di vittime accertate). L’episodio passò otto silenzio. Nulla avvenne durante quei giorni di festa e quando, all’inizio di gennaio, giunsero dalla Grecia le prime denunce dell’accaduto, la reazione delle autorità italiane fu un persistente e ottuso rifiuto di darvi credito: come poteva veramente essere successa una tragedia di simili proporzioni senza che il mare e le coste siciliane ne portassero la traccia? Infatti, anche a distanza di settimane, non era ancora venuto a galla alcun resto del naufragio. Ma allora che cosa era accaduto?

Nei mesi seguenti i pescatori di Porto Palo di Capo Passero, che battevano quel tratto di mare, trovarono ogni giorno nelle proprie reti, insieme al pescato, corpi umani. L’avvio di qualsiasi indagine avrebbe significato la chiusura dello spazio di pesca per un tempo indeterminato. Che fare allora di quei cadaveri? Tutti presero la stessa decisione che fu quella di tacere, ributtando i corpi e poi i resti che salivano alla superficie in mare .

"I fantasmi di Porto Palo" scritto da Giovanni Maria Bellu, è la ricostruzione di questa incredibile vicenda, ma è anche il racconto del percorso che l'intrepido giornalista seguì per dimostrare che quel naufragio era davvero avvenuto e di come un intero paese avesse custodito per anni un segreto così atroce. E' anche la narrazione del viaggio, di Anpalagan, un giovane tamil che, insieme a un gruppo di amici, aveva vinto, nella sua cittadina dello Sri Lanka, una “borsa di studio” messa a disposizione dalla comunità: 6500 dollari per pagare i trafficanti che lo avrebbero dovuto portare in Europa. Un viaggio in condizioni estreme, che durò mesi e che finì tragicamente a poche miglia dall’arrivo. Perché la storia di Anpalagan: la sua carta di identità, pescata con le reti, venne fatta pervenire al giornalista italiano da uno dei pescatori di Porto Palo che non si era più sentito di mantenere il silenzio su quella tragedia.

Questa storia è come i resti di un naufragio di cui si voleva dimenticare e che all’improvviso torna a galla (in termini psicologici, una sorta di ritorno del rimosso).

I naufragi raccontati da Conrad, quello "riesumato" da Bellu e questo recentissimo della "Princess of stars", forse, hanno tutti qualcosa in comune, malgrado le differenze di tempo e di luogo: il comune denominatore è che a pagare i tributi più alti di vittime in queste circostanze sono sempre sono i poveri, i popoli del Sud del mondo costretti a spostarsi verso nuovi orizzonti, spinti dalla speranza, in condizioni di sovraffollamento allucinante, stipati come merce, chiusi nelle stive come fossero bestiame da macello e quasi mai da "passeggeri".

Dai tempi di Conrad in cui centinaia di coolies viaggiavano stipati nelle stive ad oggi, forse, nulla è cambiato.

La diffusione di simili notizie (in questo caso, "Più di 800 passeggeri morti nel naufragio") genera soltanto una sterile emozione, presto riassorbita perchè si tratta il più delle volte di informazioni "usa e getta" trattate il più delle volte dalle redazioni giornalistiche esclusivamente per “dovere”, mentre invece dovrebbe essere occasione per sollecitare riflessioni ed approfondimenti, tra le quali il lecito interrogativo che sempre, in questo tipo di circostanze si traccia un discrimine - mai casuale - tra i "sommersi" e i "salvati".

Maurizio Crispi

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