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Vincono gli europeisti in Serbia, un taglio con il passato. Boris Tadic è il nuovo leader.

12 maggio 2008
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 Si apre un nuovo squarcio di sole per la Serbia che guarda all'Europa, a otto anni dalla fine del regime di Slobodan Milosevic. A preannunciarlo è il successo elettorale ben oltre le attese conquistato oggi dal blocco liberale del presidente della Repubblica, Boris Tadic, indicato dalle proiezioni a un clamoroso 39% dei voti, e con un vantaggio di ben 10 punti sugli ultranazionalisti del Partito Radicale (Srs) di Tomislav Nikolic, prima forza del maggiore Paese ex jugoslavo dal 2003. La tendenza è apparsa significativa fin dai primi dati.

Accreditando quella che il coordinatore del centro demoscopico Cesid, Zoran Lucic, ha definito subito una vittoria "convincente" della lista 'Per una Serbia europea': la creatura di Tadic. Una vittoria che non è forse trionfo poiché non garantisce ancora la maggioranza assoluta dei seggi, destinata a essere contrattata con qualche formazione minore e con i singoli deputati delle minoranze etniche. Ma che appare limpida, come ha notato lo stesso Tadic rivendicandola, e sottolineando "la scelta europea" dell'elettorato, un paio d'ore dopo la chiusura dei seggi.

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E che impone senza dubbio uno stop alle forze revansciste ed euroscettiche, nonostante il loro tentativo di cavalcare il malcontento sociale e il diffuso risentimento popolare per la recente secessione del Kosovo albanese, avallata da molti governi occidentali. L'avanzata del blocco presidenziale - ribadita anche nella sfida per il Municipio di Belgrado, vinta da Dragan Djilas - è andata oltre le previsioni del più roseo dei sondaggi. Spazzando via il pronostico di un testa a testa.

La lista di Tadic incamera una decina di punti in più rispetto alla somma dei voti ottenuti alle precedenti legislative del gennaio 2007 dai partiti che vi erano confluiti. E stacca quindi in modo netto lo Srs di Nikolic (e dell'imputato per crimini di guerra Vojislav Seselj): stabile fra il 28 e il 29% dei consensi, ma incapace di fare quel balzo che i suoi dirigenti speravano.

Oltre lo sbarramento del 5% si confermano poi altri tre attori. Il Partito Democratico di Serbia (Dss, nazional-conservatore) del premier uscente Vojislav Kostunica, reduce dalla rottura con Tadic, che cala di cinque punti e si ferma attorno all'11% dei voti perdendo il ruolo di ago della bilancia; il Partito Socialista (Sps), avviato verso un nuovo pragmatismo dopo essere rimasto orfano di Milosevic e in ripresa con oltre l'8%; e il Partito Liberaldemocratico (Ldp) del giovane Cedomir Jovanovic, l'unico disposto a riconoscere l'indipendenza del Kosovo, indicato in bilico al 5,2.

Un panorama che non offre per ora certezze, ma sembra non dare comunque i numeri minimi a un'ipotetica coalizione di governo 'anti-europea' fra Srs, Dss e Sps. Concedendo invece margini di manovra al sodalizio di Tadic, che potrà indicare dai suoi ranghi il prossimo premier incaricato e potrà contare su una forza di almeno 103 deputati. Non troppo lontano da quota 126, la cifra magica che assicurerà il controllo del nuovo parlamento unicamerale di Belgrado (250 seggi).

Per il presidente, che aveva scommesso molto sull'accordo di stabilizzazione e associazione (Asa) con l'Ue, firmato il 29 aprile a Lussemburgo in barba alle proteste dei nazionalisti e dello stesso Kostunica, si tratterà ora di cercare mantenere le promesse. A cominciare da quella di poter coniugare il dialogo con Bruxelles con la fermezza nella difesa dell'integrità nazionale.

Un impegno ribadito anche stasera, nel discorso della vittoria, mentre a Belgrado gruppi di giovani scendevano in strada nella notte sventolando bandiere e suonando i clacson a distesa. Di fronte a un'opinione pubblica che - per quanto divisa - si confermata in maggioranza orientata a scegliere l'integrazione europea (per calcolo, se non proprio per entusiastica adesione).

Ma che disapprova quasi all'unanimità il riconoscimento occidentale del Kosovo indipendente (dove oggi si è votato per la creazione di organismi locali separati in tutte le residue enclave serbe, malgrado l'opposizione dell'amministrazione Onu dell'Unmik). "La Serbia ha confermato oggi per la seconda volta, dopo le presidenziali di febbraio, di voler seguire la strada europea e di voler essere parte dell'Ue", ha sottolineato il capo dello Stato, avvertendo che "dopo il risultato odierno non sarà più possibile dar vita ad alcun governo che voglia riportare il Paese nell'isolamento degli anni '90''.

Questo non significa tuttavia - ha puntualizzato - che il futuro governo sia disposto a riconoscere la secessione di Pristina. "La difesa diplomatica dell'integrità territoriale - ha proseguito - sarà al contrario uno dei nostri prossimi obiettivi strategici, accanto alla lotta alla corruzione e alla criminalità, allo sviluppo dell'economia e all'innalzamento del tenore di vita". Traguardi non facili, nell'ancora instabile scenario balcanico ex jugoslavo. E per raggiungere i quali - da stasera - anche l'Europa dovrà sentirsi più coinvolta che mai.

Fonte: ansa
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