Una famiglia catanese racconta l'inferno birmano:
"Le autorità erano impreparate di fronte al ciclone"

07 maggio 2008
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C'é anche un'intero nucleo familiare catanese, nonni, marito e moglie e nipote, tra i primi turisti italiani rientrati a Fiumicino dall' "inferno" della Birmania. "Le autorità birmane si sono fatte cogliere impreparate dal ciclone" dice Silvano Scrimali, un turista rientrato dalla Birmania con tutta la famiglia a Catania.

"Eppure, come ci siamo resi conto - aggiunge - consultando le previsioni via internet, si è trattato di un disastro annunciato con estrema precisione. Con un minimo di organizzazione, forse si sarebbero potute salvare molte vite umane".

Mostra la "mappa" del percorso del ciclone stampata con il computer e, con la moglie Grazia Toti cerca di descrivere il disastro di cui sono stati testimoni con tutto il gruppo di connazionali appena giunti a Roma via Bangkok.

"Paura? No - aggiunge Scrimali - perché nelle ore del disastro ci trovavamo a Bagon, nel nord del paese. Con le linee aeree interrotte, il trasferimento a Rangoon lo abbiamo fatto in pullman, 18 interminabili ore, e a mano a mano che ci avvicinavamo alla capitale le scene si sono fatte sempre più sconvolgenti".  Alla fine non trattiene la commozione al ricordo di un giovane volontario birmano: "Non aveva più notizie della propria famiglia - ricorda - ma continuava a prodigarsi per tutti noi".

Sicinform

Grazia Toti, appena sbarcata all'aeroporto Fontanarossa di Catania, ricorda "il viaggio di 21 ore su un autobus per percorre 600 chilometri e raggiungere Yangoon per rientrare". "La città - aggiunge - era devastata con centinaia di alberi giganteschi sradicati e enormi cartelloni pubblicitari divelti. Per entrare e uscire dall'albergo, con l'ingresso ostruito, utilizzavamo i piani cantinati della lavanderia".  Anche Grazia Toti afferma di "non avere avuto paura" ma di provare "tenerezza e compassione per un Paese bellissimo abitato da gente cordialissima e gentilissima".

    

 

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