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Banche, poltrone e politica. Sud e Sicilia fuori dai giochi
È rimasta la Fondazione Bds. Il banchiere siciliano? È un professore…

09 marzo 2010 10:45
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banco di sicilia

Qualche giorno fa Corriere economia ha fatto lo screening dei protagonisti del credito in Italia. Un censimento di estremo interesse, perché i non addetti ai lavori avrebbero appreso con stupore, leggendo l’informatissimo “censimento” della governance e del potere economico, che a tenere i cordoni della borsa non sono gli gnomi della finanza di casa nostra.

 

I protagonisti del credito, infatti, sarebbero le ex casse di risparmio che hanno fatto da cassaforte ai grandi gruppi bancari italiani (Intesa Sanpaolo, Unicredit e Monte dei Paschi). Siccome i non addetti ai lavori privilegiano altre letture, e non il Corriere economia, la percezione della realtà continuerà a rimanete prerogativa di coloro che hanno le mani in pasta e gli entourage che li affiancano, per amore o per forza.

 

Le ex casse sono diventate Fondazioni e sono queste a controllare un patrimonio che si aggira sui sedici miliardi di euro. Sono questi enti, perciò, a fare le carte sia nell’alta finanza, quanto nelle microeconomie locali. Possiedono, in senso letterale, la macchina che elargisce o nega denaro.

 

Le Fondazioni sono amministrate da uomini e non da macchine, perciò coloro che le gestiscono governano il Paese. Prima o poi qualcuno peserà sul piatto della bilancia la percentuale di governance che esercitano le Fondazioni, il Parlamento, il governo, il potere giudiziario. Se questa contabilità venisse fatta ora, non mancherebbero le sorprese.

“Sono i signori delle Fondazioni, gli enti che con un artifizio giuridico solo italiano”, scrive Stefano Righi su Corriere economia, “hanno ereditato il patrimonio secolare delle Casse di risparmio, che ai valori di oggi vale in Borsa 16 mila miliardi”.

 

Questa rivoluzione della governance data venti anni fa, nel 1990. È stato in quell’anno che tutto è cambiato nel mondo della finanza e del credito. Il Mezzogiorno ha perso le sue banche, le casse di risparmio sono diventate cassaforti delle grandi holding del credito, ed il potere – di fatto – è passato di mano definitivamente, dopo un breve processo, dall’industria e l’impresa  alla finanza e per questa ai protagonisti-fantasma del credito.

Chi tornasse a casa dopo venti anni nel suo Mezzogiorno, apprenderebbe che non esistono di fatto più i due istituti di credito di maggior prestigio, Banco di Napoli e Banco di Sicilia, le casse di risparmio e tutta una serie di piccoli istituti di credito che rispondevano alle esigenze locali, guadagnandosi talvolta qualche apprezzamento.

 

Scoprirebbe altresì che l’unica realtà finanziaria in mano ai siciliani, per esempio, è la Fondazione del Banco di Sicilia, guidata da Gianni Puglisi, il quale non è un banchiere né un personaggio dei salotti buoni della finanza italiana, ma un professore che dopo avere guidato la Facoltà di magistero a Palermo si è trasferito a Milano e svolge l’attività di Preside della IULM. Secondo Corriere economia, Puglisi “governa Palermo dal suo ufficio di Rettore della Iulm di Milano” e “tenta di svincolarsi da un’ottica meramente localistica”.

 

Che significa?

 

Bisognerebbe chiederlo a quelli che fanno le carte ed al professore Puglisi. Chi potrebbe e dovrebbe chiederglielo? Coloro che governano l’Isola, anzitutto; ma anche chi investe nell’Isola, chi fa impresa.  Il salotto buono siciliano dell’industria, guidato da Ivan Lo Bello, fra qualche giorno abbandonerà il governo del Banco di Sicilia per via dello scioglimento dell’istituto di credito e la sua fusione in Unicredit. Non è che abbiano esercitato un ruolo di comando – il Bds è controllato totalmente da Unicredit – ma non ci sarà nemmeno una parvenza di governance siciliana. Niente.  Sicché Gianni Puglisi, estraneo al mondo della finanza, ma non all’esercizio della governance di varia natura, rimarrà l’ultimo samurai. Un samurai che, a detto del Corriere economia, avrebbe una sola aspirazione, svincolarsi – anche lui – dall’ottica meramente localistica.

 

La distanza fra il Sud, e la Sicilia in particolare, con quelli che fanno le carte, è siderale, ma la periferia dell’impero può permettersi di fare finta di niente? Non sarebbe il caso di occuparsi delle questioni del credito e della finanza, magari per sapere di che morte si è destinati a morire?

 

Il 2010 è un anno di cambiamenti, questo è indubbio. Si è alla vigilia del rinnovo dei vertici della Banca Intesa Sanpaolo, delle Generali (rimescolamento con Mediobanca), dell’ABI, Assogestioni. Sta per  cambiare pelle la Cassa Depositi e Prestiti, che si appresta a diventare banca del governo con cinquanta miliardi di investimenti da decidere, e potrebbe muovere i primi passi la Banca del Mezzogiorno, che di fatto – come la Cassa Depositi e Prestiti – metterà nelle mani del governo il controllo delle risorse pubbliche. In Piemonte nasce Carito (da Banca Carige e Fondazione Crt) per volontà del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, sostenitore dei ritorno ai localismi, oltre che della governance pubblica (con la Cassa depositi e prestiti e la Banca del Mezzogiorno).

 

Il ministro Tremonti sta rafforzando enormemente il suo ruolo e quello della Lega in settori, come la finanza e il credito, poco frequentati da Umberto Bossi. Ancora qualche anno e il dopo-Berlusconi dovrà tenere conto del radicamento tremontiano e leghista nel Paese.

 

Intesa e Unicredit hanno capito, per certi versi assecondano e per altri versi si parano e cercano diversivi, scorciatoie o mettono in campo deterrenze. Navigano a vista, a quanto pare, anche perché il mondo della finanza italiano assomiglia ad una ragnatela piuttosto che ad un network. È il regno del conflitto di competenza. I grandi gruppi sono presenti in campo avverso senza che questo desti sorpresa. È una vecchia tradizione, ormai.

 

Il sud, e la Sicilia, sono tremendamente soli. Lo scippo è cominciato venti anni fa, non è ancora finito. Siamo in piena colonizzazione.

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Anonimo 28 marzo 2010   17:30
L'utente ha risposto al commento anonimo del 28 marzo 2010. Visualizza »

Senza banche non c'è nessuna possibilità di sviluppo. E con un sistema bancario completamente in mani esterne è ancora peggio. Si diventa solo terra di raccolta di risparmi (anche quei pochi) da investire altrove.

Io un'ideuzza però ce l'avrei.

La Regione potrebbe, Statuto alla mano, regionalizzare il servizio postale e, con esso la Cassa Depositi e Prestiti.

Improvvisamente, tra il pacchetto azionario di Unicredit (da liquidare nel momento più favorevole) quello della Fondazione BdS e la massa dei risparmi e dei depositi postali, diventeremmo di nuovo un soggetto creditizio autorevole.

Con questa leva bisognerebbe di nuovo costituire una grande banca pubblica in mano regionale ma gestita secondo criteri privatistici sani (come in fondo era il BdS, e infatti la sua fondazione è l'unica del Centro-Sud a non aver azzerato il proprio patrimonio).

Nel frattempo bisogna avocare a sé l'autorità di vigilanza sul credito e il ruolo di authority in materia. Ad esempio decidendo l'autorizzazione degli sportelli. In questo modo si dovrebbe letteralmente fare la guerra a Unicredit, ormai banca nordista a tutti gli effetti, per di più rea del furto del nostro Banco. Come? Buttandola fuori dalla tesoreria di tutto, dalla Regione all'Università di Palermo. Facendole intorno terra bruciata, negandole le autorizzazioni per gli sportelli, denunciandone l'eccessiva concentrazione, costringendola a cederle (con il personale) alle altre banche, cioè a quelle, anche controllate da fuori (come la futura Intesa Sicilia, come la Banca Nuova, etc.) che però tengono in Sicilia management e sede legale.

In questo bisogna andare avanti senza remore, sfidando persino le prevedibili sentenze della Corte Costituzionale che ci diranno sicuramente che "lo Statuto dice questo, tuttavia...". Sfidandole, ricorrendo anche a richieste di tutela politica internazionale nelle sedi giurisdizionali opportune e rivolgendosi alle potenze amiche che volessero proteggerci e intestarsi la causa siciliana.

Una vera guerra bancaria di liberazione dal colonialismo padano/romano.

Precondizione per ogni vera liberazione economica.

Io sono solo un cittadino e uno studioso. Ma la Regione ha le armi e le competenze per farlo.

Se non lo farà ora, quando?

Quando avrà chiuso l'ultima industria siciliana? Quando avremo un Cammarata o un nuovo Cuffaro presidente della Regione?

A' la guerre, comme à la guerre!

Ma, se non informeremo bene i cittadini siciliani resteremo soli. Il tema appare tecnico e pochi sospettano che questo, insieme all'energia e a pochi altri campi, è il vero fronte in cui si combatte. Lo dimostrano i pochi commenti sul tema persino in questo giornale.

Massimo Costa

Caro Costa, mi permetto di fare due considerazioni.

Prima: Il credito e' stato fatto surrettiziamente sostituire il contante da circa 200 anni. La gente si e' dimenticata che un tempo esistevano diverse monete oltre a quella del potere regale, e queste circolavano tra chi voleva lavorare. Il credito, emesso dal sistema bancario, ha ucciso l'artigianato e l'agricoltura di sussistenza, togliendo ad entrambi la possibilita' di godere dei frutti del proprio lavoro. Ti ricordo, se non lo sapessi, che la Banca Centrale e' istituzione marxista (quinto punto del manifesto del 1848).

Seconda: le industrie siciliane furono destinate al fallimento dall'inizio, per non capire che quei tipi di industrie messe su costituiscono crescita anteposta allo sviluppo, il che e' contro natura. Sviluppo = pieno impiego, per unita' economiche famigliari o individuali. Per ottenere cio', la Sicilia ha bisogno della sua moneta complementare all'Euro, idealmente con tassa di tesaurizzazione per evitarne l'accaparramento. Se ti troverai in quel di Palermo tra il 16-19 aprile, dammi un numero di telefono e mi espandero' sull'argomento. Silvano Borruso

Anonimo 09 marzo 2010   23:55
L'utente ha risposto al commento anonimo del 09 marzo 2010. Visualizza »

Senza banche non c'è nessuna possibilità di sviluppo. E con un sistema bancario completamente in mani esterne è ancora peggio. Si diventa solo terra di raccolta di risparmi (anche quei pochi) da investire altrove.

Io un'ideuzza però ce l'avrei.

La Regione potrebbe, Statuto alla mano, regionalizzare il servizio postale e, con esso la Cassa Depositi e Prestiti.

Improvvisamente, tra il pacchetto azionario di Unicredit (da liquidare nel momento più favorevole) quello della Fondazione BdS e la massa dei risparmi e dei depositi postali, diventeremmo di nuovo un soggetto creditizio autorevole.

Con questa leva bisognerebbe di nuovo costituire una grande banca pubblica in mano regionale ma gestita secondo criteri privatistici sani (come in fondo era il BdS, e infatti la sua fondazione è l'unica del Centro-Sud a non aver azzerato il proprio patrimonio).

Nel frattempo bisogna avocare a sé l'autorità di vigilanza sul credito e il ruolo di authority in materia. Ad esempio decidendo l'autorizzazione degli sportelli. In questo modo si dovrebbe letteralmente fare la guerra a Unicredit, ormai banca nordista a tutti gli effetti, per di più rea del furto del nostro Banco. Come? Buttandola fuori dalla tesoreria di tutto, dalla Regione all'Università di Palermo. Facendole intorno terra bruciata, negandole le autorizzazioni per gli sportelli, denunciandone l'eccessiva concentrazione, costringendola a cederle (con il personale) alle altre banche, cioè a quelle, anche controllate da fuori (come la futura Intesa Sicilia, come la Banca Nuova, etc.) che però tengono in Sicilia management e sede legale.

In questo bisogna andare avanti senza remore, sfidando persino le prevedibili sentenze della Corte Costituzionale che ci diranno sicuramente che "lo Statuto dice questo, tuttavia...". Sfidandole, ricorrendo anche a richieste di tutela politica internazionale nelle sedi giurisdizionali opportune e rivolgendosi alle potenze amiche che volessero proteggerci e intestarsi la causa siciliana.

Una vera guerra bancaria di liberazione dal colonialismo padano/romano.

Precondizione per ogni vera liberazione economica.

Io sono solo un cittadino e uno studioso. Ma la Regione ha le armi e le competenze per farlo.

Se non lo farà ora, quando?

Quando avrà chiuso l'ultima industria siciliana? Quando avremo un Cammarata o un nuovo Cuffaro presidente della Regione?

A' la guerre, comme à la guerre!

Ma, se non informeremo bene i cittadini siciliani resteremo soli. Il tema appare tecnico e pochi sospettano che questo, insieme all'energia e a pochi altri campi, è il vero fronte in cui si combatte. Lo dimostrano i pochi commenti sul tema persino in questo giornale.

Massimo Costa

Condivido a pieno il pensiero di Massimo Costa, purtroppo questa guerra economica da chi dovrebbe essere condotta? dai politicanti che hanno svenduto il nostro popolo e che oggi non spendono una parola per la situazione bancaria in cui siamo. Sono complici per questo non parlano, il popolo invece deve essere informato e sapere che viviamo nel più meschino colonialismo e che per cambiare il nostro futuro di pezzenti deve cambiare il sistema bancario e politico in sicilia......questo giornale è un mezzo fondamentale per tale scopo e spero che continui questa lotta per il bene del popolo siciliano....

Con questo mi auguro che i sicilianisti comincino a capire il loro ruolo e l'importanza della loro coesione per il futuro del loro popolo....

 

Gianluca Castriciano

 

Anonimo 09 marzo 2010   17:51

Senza banche non c'è nessuna possibilità di sviluppo. E con un sistema bancario completamente in mani esterne è ancora peggio. Si diventa solo terra di raccolta di risparmi (anche quei pochi) da investire altrove.

Io un'ideuzza però ce l'avrei.

La Regione potrebbe, Statuto alla mano, regionalizzare il servizio postale e, con esso la Cassa Depositi e Prestiti.

Improvvisamente, tra il pacchetto azionario di Unicredit (da liquidare nel momento più favorevole) quello della Fondazione BdS e la massa dei risparmi e dei depositi postali, diventeremmo di nuovo un soggetto creditizio autorevole.

Con questa leva bisognerebbe di nuovo costituire una grande banca pubblica in mano regionale ma gestita secondo criteri privatistici sani (come in fondo era il BdS, e infatti la sua fondazione è l'unica del Centro-Sud a non aver azzerato il proprio patrimonio).

Nel frattempo bisogna avocare a sé l'autorità di vigilanza sul credito e il ruolo di authority in materia. Ad esempio decidendo l'autorizzazione degli sportelli. In questo modo si dovrebbe letteralmente fare la guerra a Unicredit, ormai banca nordista a tutti gli effetti, per di più rea del furto del nostro Banco. Come? Buttandola fuori dalla tesoreria di tutto, dalla Regione all'Università di Palermo. Facendole intorno terra bruciata, negandole le autorizzazioni per gli sportelli, denunciandone l'eccessiva concentrazione, costringendola a cederle (con il personale) alle altre banche, cioè a quelle, anche controllate da fuori (come la futura Intesa Sicilia, come la Banca Nuova, etc.) che però tengono in Sicilia management e sede legale.

In questo bisogna andare avanti senza remore, sfidando persino le prevedibili sentenze della Corte Costituzionale che ci diranno sicuramente che "lo Statuto dice questo, tuttavia...". Sfidandole, ricorrendo anche a richieste di tutela politica internazionale nelle sedi giurisdizionali opportune e rivolgendosi alle potenze amiche che volessero proteggerci e intestarsi la causa siciliana.

Una vera guerra bancaria di liberazione dal colonialismo padano/romano.

Precondizione per ogni vera liberazione economica.

Io sono solo un cittadino e uno studioso. Ma la Regione ha le armi e le competenze per farlo.

Se non lo farà ora, quando?

Quando avrà chiuso l'ultima industria siciliana? Quando avremo un Cammarata o un nuovo Cuffaro presidente della Regione?

A' la guerre, comme à la guerre!

Ma, se non informeremo bene i cittadini siciliani resteremo soli. Il tema appare tecnico e pochi sospettano che questo, insieme all'energia e a pochi altri campi, è il vero fronte in cui si combatte. Lo dimostrano i pochi commenti sul tema persino in questo giornale.

Massimo Costa

Anonimo 09 marzo 2010   12:14

Una volta c'era il Banco delle Due Sicilie che si scorporò in Banco di Napoli e Sicilia. Nei suoi conti vi erano più dei 2/3 dell'intera massa monetaria circolante in Italia (fino al 1861).

 

Nel 1861 nessuno in Sicilia, nemmeno i più inguaribili pessimisti pensavano che ci saremmo ridotti in questo modo.

Eppure nessuno protesta, nessuno si indigna, chiudono le fabbriche e nessuno muove un dito, si vede che in Sicilia c'è ancora troppa ricchezza...

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