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Lo shopping di Intesa San Paolo in Sicilia. E Profumo stacca il sondino al Bds. Coincidenza? Gaetano Miccichè in campo

21 febbraio 2010 20:48
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banco di sicilia

Lo stesso giorno in cui i siciliani apprendono che il Banco di Sicilia abbassa le saracinesche e di esso rimarranno solo i fregi agli ingressi delle agenzie regionali per la fusione con Unicredit, arriva di rimbalzo un’anteprima sulle volontà di un altro gruppo bancario, la Banca Intesa San Paolo, di uno shopping nell’Isola per raddoppiare i 200 sportelli e fare nascere un nuovo istituto di credito, Intesa Sicilia, diretta filiazione di Intesa San Paolo.

 

Mentre Unicredit trasferisce tutto a Milano  - sede sociale e management -  e regala perciò alla capitale lombarda Ires, Iva e capital gains, circa 150 milioni di euro l’anno, Banca Intesa San Paolo si preparerebbe ad approdare nell’Isola.

 

Unicredit inghiotte il vecchio Banco di Sicilia al Nord, e ora lo digerisce, Intesa San Paolo fa il percorso inverso,  investe sulla Sicilia.  Sulle ragioni del primo è stato detto quasi tutto. Unicredit vuole razionalizzare la sua holding e trova più “confortevole” la fusione del Bds, lasciando alla Sicilia solo il marchio a futura memoria. Ma che cosa suggerisce a Banca Intesa San Paolo il risiko siciliano? La risposta è semplice, ci sono le condizioni necessarie – secondo Intesa San Paolo – perché la scelta, in controtendenza,  abbia successo.

 

Che cosa cambierà per l’Isola?

Forse poco, forse niente. Oppure, chi lo sa,  la discesa di Intesa potrebbe costituire una inversione di tendenza rispetto a ciò che avvenne quindici anni or sono, negli Anni Novanta, con la cancellazione delle piccole banche dell’Isola.

Ma non bisogna illudersi, tutt’altro. Il management di Intesa Sicilia deve seguire le logiche del Gruppo cui appartiene. Bisogna pur tenere conto, però, l’ottica dei due grandi gruppi bancari italiani – Unicredit e Banca Intesa - sembra essere opposta. Unicredit azzera la Sicilia, Banca Intesa fa nascere nell’Isola la sua creatura.  Avrà pure un significato tutto questo.

 

Le due operazioni sono intestate ad Alessandro Profumo, amministratore delegato di Unicredit, e Gaetano Miccichè, neo direttore generale di Intesa San Paolo. Alessandro Profumo ha trascorso alcuni anni in Sicilia, dove mantiene amicizie e ricordi, Gaetano Miccichè è siciliano, fratello di Gianfranco, sottosegretario di Stato alla Presidenza del consiglio ed attualmente il leader di un gruppo parlamentare, Pdl Sicilia, che ha tagliato il cordone ombelicale con la casa madre, il Pdl, per sostenere una nuova maggioranza e il governo regionale in carica, presieduto da Raffaele Lombardo.

 

Gaetano Miccichè non è l’ultimo arrivato, assai diverso dal fratello. E’ un grande tessitore, non ama i riflettori e non è affatto loquace. Ebbe due anni or sono il compito di rimettere a posto Banca dall’amministratore delegato, Corrado Passera. E’ stato responsabile della divisione Corporate & Investment Banking di Intesa San Paolo. Quindi è stato al centro di tutte le grandi operazioni finanziarie legate alle aziende.

 

La necessità di fare nascere nel Sud, ed in Sicilia in particolare, una Banca che sviluppasse un’azione di traino e assistenza per le imprese e l’economia siciliani, è stata più volte illustrata e ribadita sia da Lombardo quanto da Gianfranco Miccichè, fratello di Gaetano. Niente vieta di pensare che Intesa San Paolo abbia tenuto conto di questo bisogno, manifestato apertamente negli ambienti politici locali,  quando ha deciso di realizzare il suo progetto di Intesa Sicilia, che dovrebbe vedere la luce l’estate prossima.

 

Se l’addio del Bds non è uno scippo – il furto risale a venti anni or sono semmai – l’arrivo di Intesa Sicilia non è nemmeno l’arrivo del messia. I cordoni della borsa restano fuori dall’Isola. Non ci sono imprenditori, industriali, finanzieri così attrezzati nell’Isola per dare vita ad uno shopping bancario. E se ci fossero, la priorità di fare cassa resterebbe tale. La qualcosa significa che le consuetudini bancarie odierne – dipendenti peraltro da fattori nazionali ed internazionali ineludibili, ma anche dalle scelte del management assai attento ai propri bisogni – rimarrebbero vive e vegete.

 

Non è il caso di strapparsi le vesti perché è stato strappato il sondino al Bds, la cui sopravvivenza in stato neurovegetativo era arcinota, né fare balli di gioia per l’avvento del redentore.

 

Resta anzi il rammarico per la chiusura di un istituto di credito – il Banco di Sicilia  - considerato venti anni fa solido e attrezzato, e per l’emigrazione di imposte che finora sono state pagate alla Sicilia,  per via delle norme dello Statuto speciale, ed ora verranno pagate alla ricca Milano.

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Anonimo 22 febbraio 2010   14:58

Se la notizia della nascita di Itesa Sicilia è vera, e se la sede legale sarà in Sicilia e quindi qui e non a Milano saranno pagate le tasse, benvenuta tra noi Intesa Sicilia, perchè si presume che i danari in loco raccolti dovrebbero essere reinvestiti nel nostro territorio.

Buon colpo, anche di immagine. 

Anonimo 22 febbraio 2010   12:19

un altra dimostrazione dello stato coloniale in cui ci troviamo, ma dove dobbiamo andare con una sicilia incatenata ad un italia che di tratta da colonia. In questo sistema saremo sempre morti di fame, a chiedere l'elemosina al padrone.....non c'è un futuro per noi in italia. La nostra unica via di salvezza è l'indipendenza.....altrimenti saremo sempre in queste condizioni....

Anonimo 22 febbraio 2010   11:01
L'utente ha risposto al commento anonimo del 22 febbraio 2010. Visualizza »

 Visto il ciarapame che ci circonda, lo stato che ci abbandona e tutto a seguire, precisando che noi siciliani abbiamo comunque moltissime colpe, mi date un buon motivo per festeggiare i 150 anni dell'Unità D'Italia ?????

 

Alla fine ....incomincio a pensare che sia meglio andare da soli che non essere legati all'Italia; alla fine o acceleriamo la nostra decadenza o forse riusciamo a rialzarci un poco visto che non dobbiamo attenderci  aiuti da nessuno.

ADDIO SANPAOLO

Anonimo 22 febbraio 2010   10:09

Correntisti del Banco di Sicilia, invito voi tutti a ritirare i vostri soldi e chiudere il conto corrente.

Riaprite un conto su qualsiasi altra banca che paga le tasse in Sicilia, perchè dare le tasse alla ricca lombardia?

che poi se li pappa in tangenti.

Anonimo 22 febbraio 2010   10:01

Aggiungiamo che lo Statuto è applicato a metà. I 150 milioni andavano alla Regione per un'applicazione distorta dell'art. 36 (non ti do la libertà di istituire un sistema tributario diverso da quello italiano e in cambio ti do il 100 % delle principali imposte erariali riscosse nell'Isola), ma ora non ci andranno più per la mancata applicazione dell'art. 37 (che vorrebbe tale gettito indipendente dal luogo in cui ha sede legale l'impresa).

Ma se soltanto il BdS ora regalerà all'erario 150 milioni l'anno di tasse siciliane, quante saranno quelle di tutto il settore bancario fagocitato da quello italiano? Due miliardi di euro l'anno? Di più? E se solo nel settore bancario la Sicilia regala all'Italia alcuni miliardi l'anno di imposte, quante ne regalerà in tutta l'economia? Dieci miliardi l'anno? Forse anche di più.

Non è che con questa cifra potremmo anche pagarci le spese, poche e malandate, che ci arrivano da Roma e fare a meno del tutto di ogni "aiuto"-elemosina? Questi conti non si riesce mai a farli. C'è un vero muro di gomma. Neanche la Regione Siciliana, che ne avrebbe tutto l'interesse, c'è mai riuscita o ha mai voluto farli.

Che sviluppo ci può essere in un paese in cui il povero (la Sicilia) con le proprie imposte finanzia il ricco (la Penisola) e poi con il sistema truccato di contabilità nazionale ci dicono anche che siamo percettori netti?

Che sviluppo ci può essere in un paese senza banche proprie?

Ben venga Intesa Sicilia, ma è la vigilanza sul settore creditizio quella di cui ci dobbiamo riappropriare per rispettare lo Statuto ma anche, intanto, i nostri interessi vitali.

Quanto al BdS, andrebbero espropriati dalla Regione per pubblico interesse marchio, sedi storiche, filiali e rapporti contrattuali con la clientela siciliana, forse anche confiscati, visti i lati oscuri della vicenda della sua "privatizzazione".

Con una propria banca la Regione si finanzierebbe a tassi d'interesse "politici" e non a quelli di mercato. Per non parlare della possibilità, mai concessa, di attuare l'art. 41 e di ricorrere direttamente al mercato del credito in concorrenza con le altre amministrazioni sovrane.

E invece non solo dobbiamo regalare tasse alla Penisola, ma anche usare una parte cospicua di ciò che ci resta per pagare interessi al mondo della finanza, a quello stesso mondo dal quale ci siamo autoesclusi una ventina d'anni fa. Che deve fare il Niger a noi? O Haiti?

Massimo Costa

Anonimo 22 febbraio 2010   05:35

 Visto il ciarapame che ci circonda, lo stato che ci abbandona e tutto a seguire, precisando che noi siciliani abbiamo comunque moltissime colpe, mi date un buon motivo per festeggiare i 150 anni dell'Unità D'Italia ?????

 

Alla fine ....incomincio a pensare che sia meglio andare da soli che non essere legati all'Italia; alla fine o acceleriamo la nostra decadenza o forse riusciamo a rialzarci un poco visto che non dobbiamo attenderci  aiuti da nessuno.

Anonimo 21 febbraio 2010   22:50

CON L'ULTIMA PUNTATA SUL CREDITO IN SICILIA TERMINA UNA DELLE LUNGHE TRAGEDIE ECONOMICHE E SOCIALI DELLA SICILIA . CHIUSA LA CASSA DI RISPARMIO, CHIUSO IL BANCO DI SICILIA AZZERATE LE BANCHE MINORI SICILIANE, ACQUISITE DALLE BANCHE DEL NORD, ADESSO ANCOR DI PIU' LO SVILUPPO DELLA SICILIA DIPENDE DAI POTERI FORTI DELLA FINANZA DEL NORD, DAI BANCHIERI CHE PUNTANO SOLO ED ESCLUSIVAMENTE AL VALORE DEL CREDITO LEGATO ALL'INVESTIMENTO SICURO E GARANTITO. L'IMPRENDITORE SICILIANO PUO' STARE CERTO CHE I SUOI PROGETTI SARANNO FINANZIATI SOLO SE SONO SICURI E GARANTITI DAL CAPITALE DELL'IMPRENDITORE E NON TANTO SULLA BONTA' ECONOMICA E IL VALORE DELL'IDEA IMPRENDITORIALE FONTE DI SVILUPPO A MEDIO E LUNGO TERMINE. LA POLITICA,PURTROPPO SEMPRE PIU' LONTANA E SEMPRE PIU' MENO POLITICA A SERVIZIO DELLA SICILIA . N.M.

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