Il Presidente del Consiglio ha ribadito nel discorso per la Fiducia, pronunciato ieri alla Camera dei Deputati, che la questione Alitalia è sempre una priorità. L’urgenza di una soluzione di questa crisi è nei fatti, anzi nelle cifre, e Berlusconi ha ragione a continuare a dire che il problema è prioritario, come tutti i problemi che hanno un costo continuo ed insopportabile per la collettività.
Infatti, contemporaneamente al discorso alla Camera, sono stati resi noti i risultati dell’Azienda nei primi tre mesi dell’anno: le perdite sono in aumento e ammontano a 215 milioni di Euro, con un aumento di 62 milioni di Euro, riconducibile secondo l'Azienda, al forte incremento del costo del carburante. Insomma l’Alitalia perde attualmente 2.388.000 Euro al giorno, 4.625.533.000 di vecchie Lire. Ciò significa, tanto per dare una misura concreta, che ogni italiano, neonati compresi, “perde” 80 Lire al giorno.
La Compagnia ha lanciato l’allarme sulla necessità di una immediata ricapitalizzazione, ed è chiaro (in effetti lo era già da prima), che i trecento milioni di Euro “prestati” all’Alitalia dal Governo Prodi, sono già andati in fumo. Ricordato che lo Stato detiene il 49,9% delle azioni Alitalia, la lettura del documento economico trimestrale della Compagnia, ribadisce che la “consistenza patrimoniale non è in grado di sostenere l'operatività prospettica della Societa'''. Un eufemismo per dire che non ci sono soldi.
Naturale il richiamo all’ “Azionista di riferimento” (lo Stato), del quale si attendono le “indicazioni di contesto che vorrà formulare". Intanto l’Unione Europea ha concesso una dilazione dei termini, dal 15 al 29 Maggio, per le motivazioni che l’Italia dovrà fornire in merito alla natura del suddetto prestito di 300 milioni di Euro, per dimostrare che non si tratta di un aiuto di Stato.
Il CDA ha manifestato apprezzamento per la comunicazione pervenuta da Bruno Ermolli, per l’accesso ai conti e la verifica della situazione patrimoniale ed operativa, ma “resta in attesa di una circostanziata manifestazione di intenti, che si mostri coerente con le citate indicazioni di contesto per convenire l'avvio della richiesta di due diligence". Ricordiamo che Bruno Ermolli è stato incaricato da Silvio Berlusconi di verificare le condizioni per la formazione di una cordata italiana in grado di salvare l’Azienda.
Merita menzione anche la “minaccia” di Berlusconi, intervenuta nelle more, di far comprare l’Alitalia allo Stato. Fin qui le “novità” sulla problematica, che a dire il vero non sembrano molto di grande rilievo. Insomma sembra che la situazione sia in questo momento piuttosto “ingessata”. E allora ritorna il legittimo dubbio, se non la certezza, che la questione Alitalia è un problema economico che si vuole affrontare in modo politico.
Insomma, è bene dirlo chiaramente, non esiste ancora un piano industriale di risanamento e rilancio, alternativo a quello presentato e poi ritirato dalla Air France, dopo le note vicende, avvenute durante la campagna elettorale. La soluzione politica passa anche attraverso la conservazione dell’HUB internazionale di Malpensa che è un preciso della Lega Nord.
Si ripropone un dubbio economico e strategico che collide con gli obiettivi politici: per salvare Alitalia si deve rinunciare ad un HUB internazionale, quello di Malpensa o è possibile un piano industriale che salvi ambedue gli aspetti? Su tutto aleggia ancora un altro fantasma: l’Agenzia Internazionale per il volo vuol “vedere i soldi”, ovvero la liquidità necessaria per un anno di attività … che al momento non c’è.
E’ noto che una gestione più politica che economica, protrattasi per decenni, ha trasformato Alitalia in un elefante che ha dei costi di esercizio non in linea con principi economici che permettano di sopravvivere. L’intreccio tra gestione politica ed economica potrebbe essere uno dei motivi che impediscono la soluzione della crisi, sconsigliando agli imprenditori, italiani e stranieri, di impegnarsi nel salvataggio di una azienda che passa attraverso un piano industriale condizionato da problematiche squisitamente politiche.
Questo verosimilmente è uno dei motivi per i quali la più volte evocata cordata non si materializza ancora. E’ Tramontata l’ipotesi Air France. L’interesse di Aeroflot, non è andato oltre un comunicato di incoraggiamento, di sapore politico con il quale l’Azienda Russa ha dichiarato: “Si accoglie con comprensione la dichiarazione del Presidente Vladimir Putin in Sardegna”. Ma la “condizione della partecipazione di Aeroflot alle trattative, è il rispetto degli interessi della Compagnia e dei suoi azionisti”.
Lufthansa ha ribadito: “Continuiamo a seguire gli sviluppi della vicenda; la nostra posizione rispetto ad Alitalia non è cambiata”. In sintesi: per salvare Alitalia è necessario un piano industriale che comporta dei sacrifici. Uno di questi consiste verosimilmente nella rinuncia all’HUB internazionale di Malpensa. La gestione politica della crisi, condizionata dai rapporti tra le forze politiche della maggioranza, determina la cristallizzazione della crisi che non fa altro che accrescere le perdite della Compagnia.
Non risultano ancora superate le dichiarazioni in campagna elettorale del PD: "Come avevamo previsto, dichiarazioni avventate e comportamenti non responsabili hanno fatto naufragare la trattativa con Air France, mettendo a repentaglio il destino di Alitalia e di decine di migliaia di lavoratori". “A forza di ventilare una non meglio precisata convergenza con la compagnia Aeroflot (con buona pace della difesa della nazionalità), si è finito col creare una situazione che ora pesa sull'occupazione di decine di migliaia di persone che lavorano nella compagnia italiana, a Fiumicino, a Malpensa e nell'indotto”.
E’ possibile che una cordata italiana (o straniera), possa esprimere un piano industriale che consenta di far sopravvivere Alitalia, Malpensa e garantire i livelli occupazionali? L’ultima trimestrale, le cifre, i bilanci, le enormi perdite giornaliere della Compagnia sembrano dire di no. La “minaccia” di un acquisto della Compagnia da parte dello Stato, sembra inverosimile, a meno che non si voglia continuare con gli aiuti di Stato, che non solo sono vietati dall’Unione, ma che arrecano solo danno all’economia ed al Paese.
L’acquisto di Alitalia da parte dello Stato, per motivi esclusivamente politici, in assenza di un piano di ristrutturazione industriale, avrebbe il solo effetto di trasferire sine die, le perdite della Compagnia sulla collettività. Sembra più logico, opportuno e conveniente, che la politica lasci il campo all’economia: se vi sono cordate italiane, si è già detto, che escano allo scoperto al più presto per il bene della Compagnia e dei lavoratori.
Ma la cordata italiana può esistere solo se presenta un piano industriale e si ritorna al problema di partenza: l’italianità non consente agli imprenditori di perdere denaro, di gestire in perdita per motivi politici. Il problema non è l’italianità, ma l’esistenza di un piano industriale anche russo o tedesco o francese, in grado di salvare Alitalia, anche se prevede alcuni sacrifici, ma che garantisca la conservazione dell’80% dei posti di lavoro.
Lo Stato ha una sua parte nel copione: ovvero garantire ammortizzatori sociali adeguati, per i lavoratori in mobilità, ma niente di più. Se Alitalia non può supportare Malpensa, questo è un dato economico, non politico. L’economia, quella sana, non guarda le bandiere o gli interessi meramente politici. In campo economico, in una situazione di libero mercato, come quella del trasporto aereo, è il mercato stesso che detta le condizioni operanti ed i costi sopportabili.
Cercare di orientare l’attività delle aziende in relazione ad obiettivi squisitamente politici, porta inevitabilmente al fallimento. L’epoca del dirigismo economico di Stato è tramontata da tempo, e di questo, è giusto riconoscerlo, Berlusconi e Bossi sono sempre stati giustamente sostenitori.
Giuseppe Di Bella