Se c’è una cosa che mal sopporto sono i nomignoli, gli abbreviativi, i vezzeggiativi, insomma tutto ciò che ha a che fare con la persona e con il suo nome.
Perché F. e non Francesca? Un nome forte, di origine germanica, che vuole avere un significato anche di franchezza. Se poi Francesca si chiama di cognome anche Leone non ci sono santi: è raccomandata, avrebbe detto il “bravo presentatore” della ben nota trasmissione televisiva I raccomandati. Mi dispiace molto che sia Marco Di Capua che Claudio Strinati abbiano ricordato nei loro testi i natali di Francesca Leone, perché, in ogni caso, toglie qualcosa all’artista. Nel suo caso, il suo “grande” padre (che ci ha pasciuto in gioventù a forza di film spaghetti western) non è un valore aggiunto, nel senso in cui lo intende chi scrive.
Certo, se si pensa alla sua giovane età (44 anni), il visitatore della mostra rimugina: ci sarà un motivo per cui è approdata al Loggiato San Bartolomeo di Palermo con tanto di catalogo e, quindi, pensa subito alla notorietà del padre. Personalmente non la penso così. Francesca Leone è di per sé una brava pittrice e merita la mostra che ha avuto. Certo, affioramenti della pittura inglese che ha fatto scuola nel corso del secondo Novecento c’è ne sono tanti: si prenda ad esempio Dancer del 2007. Mi piace la definizione di Marco Di Capua: “la pittura che si sgranchisce le gambe” descrivendo l’opera citata.
È invero però che l’artista è riuscita a cogliere, trasferendole con notevole sapienza, le atmosfere notturne tanto care a Edward Hopper, nelle sue tele: Disagio; Punti di Vista; Attesa. Sono lavori, che in qualche maniera, mi rimandano al maestro del New Deal americano.
Francesca Leone rimane comunque un’artista legata particolarmente alla figurazione e al ritratto. Sono proprio questi ritratti: Dalai Lama; Aung San Suu Kyi; Martin Luter King; Mahatma Gandhi, un gruppo di monaci tibetani intenti nella preghiera, che mi pongono un interrogativo: il loro volto non entra nello spazio fisico del quadro perché è ininfluente definirne i contorni? O il personaggio è talmente grande che definirne i contorni sarebbe estremamente presuntuoso? O meglio ancora: forse anche perché il ritratto presume la complicità della persona ritratta e, in questo caso, non mi pare che può essercene stata. Sta di fatto che tutti hanno in comune quella capacità della rivolta silenziosa, senza il ricorso alla violenza; l’amore per il prossimo.
Sono i profeti armati, ora dalla parola, ora dal silenzio. Sono coloro i quali e dai quali bisognerebbe prendere esempio per tentare un qualsiasi cambiamento della nostra società. Perché non saranno certo gli strombazzamenti farneticanti e ingombranti, con ricorso a continue rettifiche, di questo o quell’altro leader politico italiano a cambiare le sorti sempre più discendenti della classifica di un’Italia che si allontana sempre di più dai vertici mondiali. Fra qualche tempo, ne sono certo, francesi e tedeschi non ci vorranno neanche più fra i G8.
Francesca Leone ci regala con questa mostra un saggio di buona e classica pittura nel rigore di ciò che può essere stato l’apprendimento di bottega. Sono pressoché sicuro che il suo futuro di artista, tenendo presente qualche “raccomandazione”, sarà sicuramente roseo.
La mostra è visitabile fino al 4 maggio 2008 – dal martedì al sabato 16.30-19.30 - domenica 10-13. Ingresso gratuito. Catalogo ed. Il Cigno con testi di Marco Di Capua e Claudio Strinati.