“Sono nata il 21 dicembre del 1908. Il mio paese si chiama Racalmuto, si trova all'estremo Meridione della meridionalissima Sicilia. Ho ricordi di fame, di miseria, di caldo di navi grandi per l'America e di dolore. Adesso so, ricordo, capisco, discerno, e racconto. Mi chiamo Serafina Farrauto, e sono morta di parto”. Da quest’inizio si dipana una lettura che spiazza il lettore con i frequenti salti fra passato e presente, coinvolgendolo nei continui flashback e rendendolo partecipe attraverso le diverse voci narranti che si alternano. È la storia di “Serafina” sorprendente e fresco romanzo d’esordio di Anna Burgio, siciliana di Porto Empedocle, che nelle pagine fa scorrere i “ricordi di fame, di miseria, di caldo, di navi grandi per l’America, e di dolore” della protagonista Serafina Farrauto alla cui voce si sovrappone, e graficamente lo si nota perché riportata in corsivo, quello della stessa autrice: due vite divise dal tempo, unite dal ricordo e dal dolore in uno splendido ritratto di donna nel mondo contadino della Sicilia agli inizi del Novecento. Abbiamo parlato con l’autrice che vive in provincia di Cosenza.
Alla fine del libro ammetti di avere ascoltato da tuo marito Salvatore e di sua madre le storie riportate: hai avuto subito l’impressione che fossero degne di essere materia di un libro?
“È avvenuto esattamente il contrario: avevo in mente di scrivere un libro. Il libro quindi c’era, c’era Serafina: sapevo che era morta di parto e volevo ridare corpo e dignità a una vita dimenticata”
Prima e dopo, passato e presente s’intrecciano in modo continuo: hai rispecchiato una sorta di scaletta desunta dal resoconto dei tuoi familiari?
“Esattamente: l’ho scritto di getto così come mi veniva raccontato. In linea di massima l’impianto narrativo rispecchia tale percezione temporale; man mano aggiungevo degli elementi che venivano incasellati agli altri, e la stesura rispecchia la trama”
La scrittura risulta davvero sentita, frutto di uno sforzo viscerale a livello di coinvolgimento: che sensazione avvertivi mentre il libro prendeva forma?
“Difficile trasferirla in un’intervista, ma mi accompagnava la sensazione che fosse la stessa Serafina a scriverla. Diciamo che un’ispirazione mi rendeva presente questa donna: alcuni suoi tratti caratteriali da me inventati alla fine sono risultati simili a quelli della sua persona ancor prima di conoscerli”
Si può ravvisare un’evoluzione nelle donne ritratte nei diversi ambienti e periodi?
“C’è di fatto un’evoluzione nella condizione e soprattutto nella consapevolezza delle donne. Tra di loro c’è una somiglianza che risiede nella fierezza e nella dignità: la copertina, una foto tratta dal volume “Le Donne che portano i pesi”, ne è un segno eloquente”
Gli uomini non ci fanno una così bella figura…
“Non era affatto mia intenzione denigrare l’universo maschile. Tra uomini e donne ci sono delle differenze e basta, soprattutto nella concezione dell’orgoglio, che in noi acquisisce la caratteristica della fierezza e non una manifestazione esterna ed esteriore come accade per l’uomo. Sono due mondi diversi: è una grande fortuna quando s’incontrano”
A parte il valore dell’uso del lessico agricolo in disuso, che significato assegni alla nomenclatura precisa degli strumenti e delle colture contadine?
“Per la mia formazione sono convinta che noi siamo quello che siamo stati. Ho il culto della memoria, non intesa come una sorta di fermo immagine, ma come necessità di tornare alle proprie radici che ci aiuta a conoscere noi stessi. Anche nell’uso di questo linguaggio ravviso lo stesso bisogno che ha rappresentato per me anche una scoperta dell’ambiente contadino così diverso da quello di mare da dove provengo, di altra tradizione”
Viene fuori l’idea di un senso della storia che sovrasta e al contempo lega il destino dei singoli a prescindere dai loro sforzi e dalle loro intenzioni: è così?
“C’è il destino, ma non in senso fatalistico, perché è determinato anche dalle persone. È un intreccio fra la volontà degli uomini e gli accadimenti che non dipendono da noi”
Bella l’immagine del progresso: quando Turiddru usa la prima trebbia è stranito, non gli passa “il senso di amarostico”. E oggi?
“Anche oggi con alcune nuove scoperte ed invenzioni da un lato non ci riconosciamo e dall’altro perdiamo il senso dei gesti. La trebbia alleggerisce sì il lavoro ma fa perdere all’uomo il controllo e la decisione, la gestione del tempo e del luogo”
La malattia e la sofferenza hanno cambiato un po’ la tua idea e il tuo stile nella vita quotidiana come accade a Serafina?
“È stata proprio grazie alla sofferenza che l’ho conosciuta. La sofferenza è una brutta bestia, ma se la si sa guardare in faccia può insegnare tanto e se ne può trarre qualche vantaggio”
La tua Porto Empedocle e Racalmuto, paese di tuo marito: voi vivete in Calabria. Trovate i due paesi mutati ogni qualvolta vi ritornate?
“Li troviamo cambiati rispetto al passato in generale, come attraversati da un senso di abbandono, come se si andasse alla ricerca di significati più fatui, verso interessi livellati e uniformi, mentre le cose che piacciono più a me, i valori di riferimento sembrano trascurati”.
Difficile eredità quella di scrittori esordienti che trattano della Sicilia con precedenti come Pirandello, Sciascia, Camilleri…
“Lungi da me l’intento di paragonarmi a loro: il pensiero non mi ha nemmeno sfiorato. La storia è intima, nata principalmente per me. È stata pubblicata grazie all’incoraggiamento di amici che l’avevano letta”
Ti ritrovi nei modi in cui Camilleri e Sciascia raccontano la Sicilia?
“Amo moltissimo Sciascia, perché amo molto i racalmutesi. Lui era ed è il Racalmutese per eccellenza e li rappresenta nella loro originalità spartana, genuina, che sfiora quasi la pazzia. Sciascia era molto riservato ma si è concesso molto ai compaesani: ci ha abitato e vissuto, tanto che nel paese è raffigurato con una statua di bronzo mentre cammina con una mano in tasca”
Di Giovanni Zambito