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"Liberare l'Italia dalle mafie": a colloquio con l'autore, il prof. Francesco Renda

03 giugno 2008
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Più che un saggio storico e politico, la conversazione tra lo storico e professore emerito di Storia Moderna Francesco Renda e il dirigente della Cgil Sicilia Antonio Riolo vuol essere innanzitutto un appello. Il libro di Renda non parla del cosa fare o del come fare. Piuttosto, pone l’esigenza di un’idea, di un’idea forte che il governo, i partiti, le associazioni economiche, sociali e religiose sono chiamati a recepire: "Liberare l’Italia dalle mafie". Questo, appunto, il titolo del saggio presentato il 21 maggio scorso presso l’auditorium della RAI di Palermo. Insieme a Renda e Riolo, ne hanno discusso Enrico Colajanni, presidente dell’associazione antiracket "Libero futuro", Salvatore Cusimano, direttore della sede regionale siciliana della RAI, e Francesco Messineo, procuratore della Repubblica di Palermo. "Liberare l’Italia dalle mafie" (Ediesse editore, pp.135, euro 8) si avvale di dodici disegni di Bruno Caruso e quello posto in copertina, che rappresenta la piovra sul capoluogo siciliano con tutti i suoi simboli e le sue devastazioni, è stato pubblicato sul quotidiano L’Ora e, su sua richiesta, donato dall’autore al giudice Giovanni Falcone che lo tenne sempre nella sua stanza e di cui è da poco ricorso il sedicesimo anniversario di morte. Nel 1998 Renda diede alle stampe un libro sulla mafia. Ora, a dieci anni di distanza, lo storico ritorna sul tema. E lo fa aggiornando la sua analisi, ripercorrendo le tappe più significative della storia di Cosa Nostra - dal latifondismo ai traffici internazionali - e definendo una vera e propria morfologia della mafia dei nostri giorni: dalla mafia dei pizzini e del controllo del territorio a quella che lo storico chiama mafia-mafia, l’ala non militare di Cosa Nostra fatta di sostegni, coperture, aiuti esterni. E avanza una proposta: che la liberazione dell’Italia dalle mafie diventi un imperativo per tutti gli attori politico-sociali. "Nel libro parlo di mafia nel senso di una generalizzazione", sostiene Renda, "la criminalità organizzata come quella comune c’è sempre stata e sempre ci sarà in ogni tempo e società".

 

Il plurale mafie del titolo a che si riferisce?

"Indica che c’è anche la criminalità di stampo mafioso come è stata definita dalla commissione parlamentare d’inchiesta del 1975. In particolare, quando si parla della Sicilia si distingue fra la criminalità comune e quella di Cosa Nostra. Anche la camorra, la ‘ndrangheta e la Sacra Corona Unita sono definite di stampo mafioso e sono accomunate dalla legge La Torre e sottoposte anch’esse alla medesima legislazione varata per la Sicilia. Oggi in tutta Italia, infatti, esistono i pool antimafia".

 

Quindi chiarisce che il problema riguarda tutto lo Stivale…

"L’inchiesta del ‘75 sul fenomeno mafioso venne effettuata in Sicilia. Adesso chiedo che venga fatta ed estesa in tutta Italia: ormai le leggi antimafia si applicano dappertutto, da Torino a Milano; sebbene lì non vi sia la mafia ci sono comunque fenomeni mafiosi".

 

Dieci anni fa lei pubblicò un libro sulla mafia. Durante tutto questo tempo, cosa è cambiato?

"Ho scritto di mafia e non ho mai posto la mia attenzione sulla sua organizzazione come tale, perché essendo storico mi sono interessato a come la società abbia recepito il problema. La storia della criminalità organizzata ancor oggi, pur essendo disponibili alcuni documenti e le dichiarazioni dei pentiti, non è fattibile del tutto. E anche nel mio libro di dieci anni fa l’ottica era questa: la proiezione e l’influenza della criminalità mafiosa sulla società, l’aria infetta che circola nella vita italiana su cui non c’è comprensione".

 

E adesso c’è?

"Fino al ‘75 si diceva che la mafia non esisteva e poi con l’inchiesta venne messa in luce: io faccio un appello, una proposta per immaginare un’Italia libera dalle mafie e per formulare insieme un’idea. Ma la liberazione non è una cosa che si possa ottenere in quattro e quattr’otto: è una questione etica, politica, culturale, di costume e di educazione".

 

La sensibilizzazione al riguardo è aumentata?

"Abbiamo preso atto con Antonio Riolo di alcuni fenomeni che avvengono nella società che spingono a pensare a un’autoliberazione perché è la società stessa a doversi ribellare. Ma alcuni segnali non possono arrivare lontano senza il sostegno e il consenso della politica e del potere. I risultati conseguiti dall’antimafia sono notevoli, ma da soli non ce la si può fare: occorre un sistema e propongo a tal fine un’associazione per la liberazione nazionale dalle mafie".

 

Può dirci a quali segnali si riferisce?

"Ce ne sono: l’associazione anti-pizzo "Libero Futuro", l’impegno preso da Sicindustria e Cgil Sicilia, i giovani che producono beni sui territori confiscati ai mafiosi, come altri elementi che in Calabria e in Puglia indicano una sensibilità sociale ad affrontare il problema. Il libro è partito proprio da ciò".

 

La settimana scorsa ricorreva l’anniversario della strage di Capaci. Come storico e siciliano che significato attribuisce a queste ricorrenze?

"È un argomento delicato. Non vorrei che personaggi come Falcone e Borsellino venissero trasformati in mito: hanno svolto un ruolo decisivo nella storia della civiltà siciliana e nazionale ed è doveroso ricordarli e celebrarli. Non dobbiamo però dimenticare anche gli altri e nel libro propongo la giornata antimafia per tutti quelli che sono morti per questa causa: magistrati, giornalisti, dirigenti, politici, contadini. Questa disparità di trattamento, infatti, non aiuta la formazione di una coscienza generale".

 

Giovanni Zambito

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