Nei moderni sistemi democratici c’è un’ascesa al potere, che avviene attraverso il consenso elettorale.
Ma come si conquista il voto di migliaia se non di milioni di persone. Con i comizi, con la forza delle idee, con la probità dei costumi, con la saggezza, con l’erudizione, con le minacce, i brogli, la violenza?
Esiste anche una via diversa: il clientelismo che prevede uno scambio di voti contro
favori. Amministratori, uomini politici, sindacalisti, funzionari pubblici si appropriano di posti di lavoro, appalti, licenze, sussidi e le ridistribuiscono o promettono di farlo all’interno dei loro gruppi di sostegno.
Nella Palermo di fine ottocento l’On Raffaele Palizzolo, si incaricò di fare da tramite tra una pletora di postulanti, felici di offrire il loro suffragio al politico e il partito (Destra) di cui era un personaggio autorevole. Possidente, consigliere comunale e provinciale, amministratore di enti, influente consigliere del Banco di Sicilia, ed era anche deputato del regno elettovi per ben tre legislature consecutive. Dirigeva il fondo per l’assicurazione contro le malattie della marina mercantile ed era sovrintendente del manicomio di Palermo. Il suo centro politico ed elettorale era a Villabate (Pa) ma la sua sfera di influenza si estendeva fino a Caccamo,Termini Imerese e Cefalù.
Palizzolo, era il referente politico e protettore di uomini d’onore che controllavano il traffico di animali rubati che venivano introdotti nei territori della cosca mafiosa di Villabate per poi essere macellati clandestinamente.
Il suo curriculum gli vede attribuiti i seguenti reati: truffa, appropriazione indebita ai danni di enti di previdenza, falsa testimonianza, favoreggiamento nei confronti di mafiosi.
Egli usava ricevere amici, sodali e postulanti ogni mattina nella sua residenza palermitana in via Ruggero Settimo, palazzo Villarosa. C’era chi cercava un posto al comune, poliziotti che ambivano ad un trasferimento, funzionari pubblici che aspiravano ad una promozione o malavitosi che avevano bisogno del porto d’armi, commercianti in cerca di una licenza, consiglieri comunali e provinciali in cerca di qualche incarico di prestigio, studenti universitari che chiedevano una raccomandazione per passare gli esami insieme a povera gente che supplicava un sussidio, ed impresari in difficoltà finanziarie abbisognevoli di prestiti e di commesse. C’era chi portava guantiere di cannoli,chi fiori, chi qualche capretto.
Don Raffaele, col suo stile schietto, riceveva tutti nella sua camera da letto, con garbo, affetto ed indulgenza. Dopo avere fatto accomodare gli ospiti li salutava baciandoli ad uno ad uno sulle guance come si usa in Sicilia, si informava del loro stato di salute, li ascoltava con premura ed attenzione, poi prometteva interessamento ed aiuto, le udienze proseguivano nella stanza da bagno mentre si lavava o si arricciava i baffi.
La legge elettorale del regno, del tempo, prevedeva il diritto di voto solamente per una ristretta fascia di popolazione, che rappresentava appena il due per cento del totale. Nell’isola gli aventi diritto al voto superavano di poco le quarantamila unità.
L’impossibilità di poter dimostrare il reddito legale era di ostacolo alla partecipazione diretta alle elezioni, oltre all’analfabetismo largamente diffuso che tagliava i loro diritti al voto. Divenne così indispensabile un tacito mutuo accordo tra borghesia urbana e piccola nobiltà terriera da una parte e la Mafia dall’altra.
Alle prime due forze venne assegnato il potere legale e, attraverso le elezioni, le cariche pubbliche e la diplomazia, e alla seconda il controllo del potere economico e illegale.Queste due tendenze, lungi dal nuocersi, giovarono a entrambe le formazioni sociali e diedero luogo alla nascita di una “borghesia mafiosa”, che ha costituito a lungo un blocco sociale in Sicilia.
Che dire a proposito?
Nell’aprile del 1865 il prefetto di Palermo, marchese Filippo Gualterio, in un rapporto ufficiale diretto al ministro dell’Interno usò per la prima volta la parola mafia: informando il governo che molti proprietari si erano alleati “almeno col silenzio” con la mafia “per timore di gravi danni” che i mafiosi potevano loro procurare e che questi si erano già avvicinati alle molte famiglie arricchitesi dopo l’unità d’Italia, di cui erano divenuti il braccio armato.
I fatti, poi, si sono incaricati di chiarire che esistevano già allora due volti della mafia uno “banditesco” e uno in “guanti gialli”. Da sempre, infatti, alla cosca mafiosa era necessario “un protettore”, un “patrono” e “un civile”: persone che se ne intendessero di tasse e di notai, che sapessero manovrare le cause penali e che intercedessero presso la polizia e il governo. Il patrono diventava così il “guanto giallo della mafia”.
A testimonianza del torbido intreccio tra giudici e poliziotti corrotti che si mostravano remissivi dinanzi allo strapotere dei baroni e dei mafiosi, nel 1871 il procuratore generale del re a Palermo, Tajani, spiccò un ordine di cattura contro il questore di Palermo, Albanese, accusato di collusione con la mafia. Inutile dire che a dimostrazione delle capacità di condizionamento della giustizia da parte della mafia, Albanese sarà prosciolto e rimarrà questore, mentre Tajani sarà costretto a lasciare Palermo.
Il 31 luglio 1874 il prefetto di Palermo Rasponi, scrivendo ufficialmente al ministro dell’interno, affermò che bisognava distinguere “il mafioso malfattore”, “da quello che non si mostra apertamente ma si fa centro delle notizie e delle confidenze riguardanti la premeditazione dei reati”. Rasponi si dice sicuro che: “il ricco si avvale del mafioso per serbare incolume dalla piaga incurabile del malandrinaggio la sua persona e le sue proprietà, o se ne fa strumento per mantenere quella preponderanza che ora vede venirgli meno per lo svolgersi e progredire delle libere istituzioni”.
Il 29 Maggio 1875 il cavalier Soragni, reggente la prefettura di Palermo, scrisse al ministro degli interni che “la mafia... quella vasta organizzazione...che tutto occupa il corpo sociale e con opposti sensi dell’intimidazione e del patrocinio cerca di sostituire se stessa al pubblico potere... ha forza maggiore del Governo e della legge”.
Tali ipotesi vengono corroborate dal prefetto di Palermo Manusardi, che nel 1878 denunziò al Governo che il marchese Spinola, amministratore a Palermo dei beni della Real Casa, era un manutengolo della mafia: anche qui il risultato fu che Manusardi fu costretto a dimettersi.
Nell’Archivio centrale dello Stato, poi, c’è un fascicolo riservato contenente un rapporto di 485 pagine redatto nell ‘anno 1900 dal questore di Palermo Ermanno Sangiorgi. Il rapporto fotografava l’organizzazione mafiosa presente a Palermo e dintorni illustrandone interessi e metodi di azione insieme al profilo di ben 218 uomini d’onore.
La rappresentazione del questore è combaciante perfettamente con quanto rivelato da Tommaso Buscetta oltre ottant’anni più tardi .I rituali di affiliazioni descritti da parte del questore di Palermo sono gli stessi che sono stati raccontati da Tommaso Buscetta, il primo grande pentito di mafia, alla magistratura palermitana; essi testimoniano una continuità nel tempo dei metodi e dei rituali iniziatici dell’organizzazione.
Il reato più grave di cui Don Raffaele ,fu chiamato a rispondere fu l’omicidio dell’ex direttore generale del Banco di Sicilia,già sindaco di Palermo , Marchese Emanuele Notarbartolo di S. Giovanni ,avvenuto il 1 Febbraio 1893 nel treno che da Trabia conduceva a Palermo.
Dopo una lunga vicenda giudiziaria l’Onorevole Palizzolo fu giudicato mandante dell’omicidio Notarbartolo e condannato dalla Corte di Assise di Bologna insieme a tal Giuseppe Fontana di Villabate ritenuto esecutore materiale del delitto alla pena di 30 anni di reclusione.
Sei mesi dopo la Corte di Cassazione annullò la sentenza Bolognese per un vizio di forma,fissando un nuovo processo presso la Corte di assise di Firenze.
Qui il nuovo processo che cominciò il 5 Settembre 1903 oltre dieci anni dopo l’assassinio Notarbartolo sentenziò la assoluzione di Don Raffaele e del coimputato per insufficienza di prove .
Per inciso va ricordato che al suo ritorno a Palermo dopo l’assoluzione, Don Raffaele, riprese le sue vecchie abitudini con le consuete udienze nella camera da letto e fu nuovamente candidato al parlamento nazionale alle elezioni del Novembre 1905.
Fu il canto del cigno . Palizzolo fu sonoramente battuto ed uscì per sempre, abbandonato dai suoi ex amici e sostenitori che non frequentarono più la sua casa, dall’agone politico.
Giuseppe Fontana,l’altro condannato ,invece andò in America per continuare con immutato vigore il suo ruolo di assassino ed estorsore nella nuova frontiera della mafia: Cosa Nostra.