La Divina Commedia in Siciliano di Filippo Guastella: un tesoro da conservare. /2

di Giuseppe Di Bella
08 marzo 2008
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Ma d’armi nudi e stanchi aggiarniaru,
e si misiru a battiri li denti,
sintennu du linguaggiu troppu amaru,

mpricannu contra Diu e l’umana genti,
contra a lu so paisi e la simenza,
ch’a lu munnu li misi e a li tormenti.

Poi s’affuddanu tutti a la partenza,
picchiuliannu nta da spiaggia ria,
ch’accogghi a cu macchiò la so cuscenza.

Raisi Caronti, chi li chiama, a via
di gesti, tutti l’aricogghi, e azzicca
corpi di remu a cu si la dunnia

Comu nta l’Autunnu a picca a picca
Perdi li figgi d’arvulu ogni ramu,
finchì la terra nni diventa ricca,

cussì di mali simenzi d’Adamu
satana nta la varca ad una ad una,
comu aceddi chi sentinu lu chiamu.

La navi allura surca l’unna, e sduna,
ma all’autra riva l’armi nun su’ scisi,
ch’a chista nautra schera si rauna.

“O figghiu” dissi lu mastru, curtisi,
“chiddi chi ‘un hannu timuri di Diu
tutti acchiummanu ccà d’ogni paisi;

e vannu pronti e lesti a lu castiu,
chà la summa giustizia chi l’ammutta,
trasforma la paura in gran disiu.

Autra ‘un passa di cca chi genti brutta;
ed ora tu capisci pirchì antura
lu varcaiolu fici a tiu ssa lutta”

finiu di diri e tutta da chianura
cussì forti trimò, ch’a stu mumentu
ci pensu e sudu friddu comu allura;

di da terra si smossi un forti ventu,
e un lampu chi spannia luci virmigghia,
ed iu, rimastu senza sintimentu,

comu chiddu cascai cui motu pigghia.

(Inferno III 100/136)

Interessante, dal punto di vista letterario e per l’esatta individuazione del fenomeno, è la metodologia utilizzata dai vari autori.

La stessa varietà terminologica proposta da tutti i commentatori e gli autori, ci fornisce un primo indizio. Incontriamo indifferentemente questi appellativi:

A) Traduzione
B) Versione
C) Volgarizzazione
D) Trasposizione
E) Travestimento
F) (Traslazione)

Risulta evidente che questi termini, usati indifferentemente da tutti e con leggerezza, hanno significati estremamente diversi.

Una traduzione in senso letterale della Commedia, non è tecnicamente possibile perché verrebbe meno l’elemento sostanziale della rima e delle terzine incatenate. Chiamare “volgarizzazione” un’opera che dal vulgare deriva e lo canonizza appare improprio, poiché si dovrebbe parlare più correttamente di ri-volgarizzazione.

Il termine travestimento, alquanto teatrale e “riduttivo”, non sembra reggere il fatto tecnico, lirico e poetico che è alla base del risultato. Restano utili sia la trasposizione che la versione, perché in realtà si tratta di versioni in vernacolo che comunque derivano da una trasposizione dei concetti.

Per scrivere la Commedia in dialetto bisogna pensarla in dialetto e contemporaneamente volgerla. Senza questa doppia operazione si perderebbe il concetto, il senso e la rima.

Sembra quindi più appropriato il termine traslazione, ma questa è un’opinione, e in senso lato la terminologia classica è ormai diffusamente accettata.

Quanto sopra detto è essenziale, poiché il metodo scelto determina la misura dell’originalità linguistica dell’opera e infine la sua autonoma “validità”.

Non prendiamo in considerazione, in questa sede le molteplici “parodie” dell’opera di Dante, che pur interessanti, appartengono ad altro ambito.

Uno dei primi traspositori è stato Carlo Porta che nel 1804 iniziò una apprezzata traduzione dell’opera nel dialetto della sua città. Venne realizzata solo la versione di pochi canti dell’Inferno.

Tutti i Canti dell’Inferno vennero tradotti in dialetto milanese da Francesco Candiani nel 1860.

La traduzione integrale della Commedia in versi milanesi è stata realizzata nel Novecento dall’avvocato, storico e poeta Ambrogio Maria Antonini.

Esiste anche una “traduzione in versi veneziani” di Giuseppe Cappelli pubblicata nel 1875.

Una traduzione in dialetto ferrarese della Commedia, di Luigi Napoleone Cittadella, viene pubblicata nel 1870. Esiste una versione nel “vicino” dialetto romagnolo di Filippo Monti

Due le opere di traduzione in ambito calabrese: quella del sacerdote don Giuseppe Blasi e quella pubblicata nel 1874 da Francesco Li Marzi (Il Paradiso).

Un “travestimento” in dialetto cosentino della Commedia, è stata curato da Salvatore Scervini di Acri.

Una traduzione in dialetto barese dell’intera Opera è stata realizzata da Gaetano Savelli.

In dialetto veneto (ma il Veneto è una lingua romanza), più esattamente, come affermato da Egli stesso, in dialetto padoan, è la trasposizione eseguita da Emanuele Munari.

Una versione in dialetto genovese è stata realizzata da Padre Angelico Federico Gazzo ed una in dialetto bolognese da Giulio Veronesi, ambedue nel Novecento.

Chiudono questa molto sommaria rassegna, sicuramente incompleta, dei traspositori della Commedia, otto siciliani. (continua)

 

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