Iuntu a mità di vita, una nuttata
nta un voscu mi truvai spersu e cunfusu
sgarrata avennu la diritta strata:
lu stissu ca nni parru m’è pinusu,
pensu a di macchi nivuri e puncenti,
e tremu di la testa a ghiri iusu.
Megghiu la morti ca ssi patimenti;
Ma a chi ci sugnu, oltri di li guai,
di lu beni ch’asciai vi fazzu scienti.
Iu non vi sacciu diri comu mai
ci potti capitari; nta chidd’ura
forsi eru nsunnacchiatu, e straviai.
Ma caminannu a Diu e a la vintura,
di du locu niscii chinu di tardi,
in cui pruvatu avia tanta paura;
e d’una muntagnedda fui a li fardi,
‘ndurata di lu splendidu pianeta,
ch’allegra la facia cu li so dardi;
e cussì lu me cori si cueta,
dopu na notti ria c’avia passatu,
girannu voscu voscu senza meta.
E comu chiddu chi tuttu affannatu
cu gran spaventu turnatu a la riva,
guarda lu mari unni s’avia anniatu,
l’arma mia di curaggiu ancora priva,
pensa trimannu a la mala passata
d’unni’un nisciu giammai pirsuna viva.
Dopu ca ripusavi ‘na rancata
haiu ripighiatu la diserta via
passu passu acchianannu la muntata;
(Inferno I 1/30)
L’importanza dell’opera di Dante Alighieri, universalmente riconosciuta come la principale opera letteraria del genere umano, testo fondante della lingua italiana, ha attratto l’attenzione anche di moltissimi studiosi e letterati, che hanno voluto cimentarsi nella trasposizione delle Cantiche nei dialetti della Penisola.
Della Divina Commedia esistono numerose versioni dialettali, alcune integrali, altre limitate ad alcuni Canti.
La domanda sul movente e sull’utilità di queste opere è immediata.
La critica letteraria moderna e contemporanea è stata spesso tiepida se non ostile nei confronti di queste opere, non scorgendone un’utilità assoluta, anche se un cospicuo nucleo di volgarizzatori, nel corso dell’Ottocento e del Novecento, si è applicato nella traslazione della Commedia, riconoscendo solo la “fatica” dell’impresa e null’altro: additando a volte queste opere come “velleitarie” e allungando ombre sulla loro validità.
Sarebbe opportuno, prima di ogni altra considerazione, rispondere ad una domanda: perché è stata sentita l’esigenza di tradurre in vernacolo un’opera di così grande impegno e rilievo linguistico?
Già uno dei traspositori, Don Giuseppe Blasi (Laureana 1881-1954), delineava all’inizio del Novecento, una valida risposta identificando una funzione di diffusione, tra le masse popolari italiane poco alfabetizzate, che ancora non parlavano altro che il dialetto locale, del messaggio religioso e morale della Commedia.
La motivazione proposta sembra coerente e credibile: la Commedia infatti è stata spesso utilizzata nella Penisola come opera divulgativa, tant’è vero che la sua lettura, con scopi di lezione morale, veniva regolarmente proposta presso le chiese Cristiane, a margine della Funzione religiosa, ancora negli anni ’60 del Novecento.
Altri, come il traduttore messinese Tommaso Cannizzaro, proponevano la traduzione come incentivo all’uso ed alla conservazione del dialetto.
In relazione allo stato di alfabetizzazione del Paese e alla predominanza assoluta dell’uso del dialetto sulla lingua, ancora negli anni ’50 del Novecento, appare condivisibile la tesi che ci troviamo di fronte ad opere di intento divulgativo: o della Commedia in quanto tale col suo messaggio religioso, civile e morale, o di questa congiuntamente al dialetto che viene utilizzato.
Questa esigenza così sentita, giustifica ampiamente gli sforzi dei traspositori e rende “utili” le loro faticose opere che naturalmente ottengono risultati linguistici e lirici di diverso rilievo.
Se poi alla trasposizione divulgativa, si associa il risultato, per alcune di esse è evidente, di un’opera “nuova” pensata in dialetto e scritta in modo piacevole dal punto di vista lirico e poetico, non si può più dubitare dell’utilità di queste traslazioni, sulle quali sarà opportuno riflettere ancora, prima di dare loro una collocazione definitiva così marginale nella letteratura italiana. (continua)
sembra un esercizio inutile e non producente, i capolavori vanno tradotti per renderli comprensibili qa chi non conosce la lingua originale, ma farne un esercizio di masturbazione mentale è inutile.
Spriggiusu da parrata siciliana
mi pari senza radichi e vaseddi
canna ca lu ventu annarbulia
inveci di parrari piritia
sembra un esercizio inutile e non producente, i capolavori vanno tradotti per renderli comprensibili qa chi non conosce la lingua originale, ma farne un esercizio di masturbazione mentale è inutile.
La certezza è la madre della sconfitta.
Belfagor