Per scrivere due lettere indirizzate ad un giudice di Reggio Calabria che doveva decidere sugli arresti domiciliari chiesti da Epifanio Agate, figlio del capomafia di Trapani, Mariano e per Dario Gancitano, genero di Accomando, il gesuita Ferruccio Romanin, 79 anni, sostiene di non aver ricevuto alcuna somma di denaro. Il sacerdote, indagato dai pm della Dda di Palerm per concorso esterno in associazione mafiosa, nell'ambito dell'inchiesta denominata "Hiram",
su un intreccio fra mafia-massoneria-imprenditoria, che lo scorso giugno ha portato all'arresto di sette persone, fra cui il faccendiere, Rodolfo Grancini, che attraverso contatti con un impiegato del ministero della Giustizia riusciva a ritardare la fissazione dei processi in Cassazione per ottenere la prescrizione dei reati.Romanin, nell'interrogatorio reso ai pm e depositato agli atti del tribunale del Riesame al quale gli indagati si sono rivolti chiedendo la scarcerazione, si legge: "Grancini mi disse che Agate era implicato in vicende di mafia, senza però specificarmi altro".
"Grancini - si legge nel verbale di interrogato di Romanin - ha fatto leva sul mio senso di umanità. Egli non mi ha mai detto che avrebbe utilizzato queste lettere per depositarle davanti all'autorità giudiziaria: mi disse che si trattava di aiutare una persona in gravi guai morali. Io gli dissi che ero disposto ad aiutare la persona, precisando sempre di non voler influenzare il procedimento giudiziario".
"Ho messo a disposizione di Rodolfo Grancini la mia sacrestia per incontrarsi con alcuni suoi amici, ai quali faceva riferimento come 'onorevoli'", afferma padre Ferruccio Romanin, Il sacerdote, rettore della Chiesa di Sant'Ignazio di Loyla a Roma, nell'interrogatorio reso ai magistrati e adesso depositato agli atti del tribunale del Riesame, dice: "Non ricordo in questo momento i nomi delle persone che si incontravano con Grancini. Non ricordo neanche di aver visto tali persone in televisione ma posso dire che con alcune di queste Grancini si é incontrato più volte. Ricordo che Grancini mi disse che stava cercando di fondare una università internazionale a Roma". Il faccendiere, in alcune intercettazioni, spiegava ad un'altra che fissava gli appuntamenti in sacrestia per evitare le microspie.
"Si trattava di incontri riservati in sacrestia - dice Romanin rispondendo alle domande dei pm - ai quali comunque io non partecipavo e dei quali quindi non conosco il contenuto. In alcune occasioni Grancini mi disse che si era discusso della fondazione dell'università internazionale. Questi incontri riservati durarono sino a quando il mio superiore, Francesco Deluccia, a conoscenza del fatto che avvenivano questi incontri in sacrestia, mi disse ad un certo punto che Grancini non era persona affidabile in quanto disonesto e quindi le sue riunioni in sacrestia dovevano cessare".