Il crimine commesso da un bambino, un adolescente, un giovane provoca legittime apprensioni negli adulti, scatena allarme sociale, sollecita norme repressive e riflessioni sulle blande misure correttive, soprattutto induce a scoprire periodicamente il mostro che si celerebbe nell'animo dei minori.
I clinici coniano termini nuovi, come la sindrome dell'arancia meccanica per indicare l'incapacità di valutare le azioni che si compiono alla luce di un qualunque sistema di valori. Gli uomini di legge e i governanti studiano le terapie della punizione, nella convinzione che sia ineluttabile difendere la società dalle devianze giovanili con mezzi che garantiscano la sopravvivenza dell'ordine sociale minacciato. I filosofi e gli intellettuali ragionano sulla necessità che venga riconosciuta la colpa dei bambini perché si possa punirli e, punendoli, educarli.
La gente comune assiste sbigottita a crudeli sequenze di orribili delitti compiuti da ragazzi, registrate da implacabili telecamere e, inevitabilmente allarmata, auspica anzitutto che vengano cancellati i pericoli che minacciano la loro esistenza. Gli strumenti d'informazione amplificano la verità, la rendono intollerabile e pretendono essi stessi risposte immediate ed esemplari.
La valutazione dell'evento sfugge a chiunque e rende fievole, ínascoltabíle, la voce di coloro che, insensibili alle emozioni del momento, indicano nell'educazione, in un futuro sereno e riconoscibile, nei modelli di comportamento degli adulti, nel rispetto dei diritti dei bambini e dei ragazzi, il modo di affrontare il problema della delinquenza giovanile.
Nel 1992 milioni di persone videro sui teleschermi la terribile sequenza del sequestro dì un bambino di quattro anni a Liverpool, in Inghilterra. Due ragazzini, di dieci ed undici anni, tenevano per mano il bambino come se stessero facendo una passeggiata lungo i binari di una stazione ferroviaria. La telecamera non poté segui-re fino alla fine i ragazzi, ma stampò nella memoria e nell'animo di ognuno gli istanti che precedettero l'assassinio del bambino. L'episodio scatenò l'indignazione dell'opinione pubblica mondiale e l'immagine dei due giovanissimi criminali-sicuri di sé e insensibili fu talmente brutale, a dispetto della sua normalità, da fare considerare i protagonisti dell'episodio dei mostri senza età, delinquenti dalla nascita, segnati nel corpo e nello spirito, quindi criminali da punire alla stregua dì incalliti delinquenti. Si propugnò così l'abolizione dell'infanzia, dell'età dell'innocenza.
Il potere di quelle immagini, tuttavia, non spiega per quale ragione non venne data molta importanza al contesto nel quale i giovanissimi criminali avevano compiuto il loro apprendistato di violenza. I due giovanissimi delinquenti di Liverpool - per esempio - ave-vano subito storie terribili di violenze nel corso della loro breve esistenza.
Ad ogni occasione, insomma, i fanciulli si trasformano in mostri, potenziali nemici dell'umanità cui è meglio provvedere per tempo affinché non infettino i luoghi che
abitano.
Una visione miope.
La violenza entra nelle nostre case, nelle scuole, nelle fabbriche, ovunque; è divenuta un mezzo di comunicazione, il grimaldello delle libertà e delle illiberalità, lo strumento di ogni ragione, buona o cattiva, il mito cui sacrificare ogni cosa - idee, sentimenti - sull'altare di uno scopo più o meno nobile. La violenza uccide anche quando non pretende la morte perché annulla la capacità di valutare le azioni che si compiono, si trasforma da mezzo in fine, da strumento in metodo, talvolta in ideologia.
Uomini di grande ingegno, sensibili e - per molti aspetti - saggi, si chiedono quali misteri nasconda l'animo di un fanciullo, se non sia vero che il demonio assuma le sue sembianze quando lascia quelle di innocenti creature femminili. I pregiudizi, l'ignoranza, la crudeltà sono così profonde e vaste da contagiare gli spiriti migliori. E c'è chi, fra costoro, punta il dito sui sentimenti di odio e di amore che i fanciulli scatenano negli altri senza che essi ne rimangano in alcuna maniera coinvolti.
Lo scrittore Henry James si domandò se i bambini siano dei mostri, o i mostri siano comunque dei bambini. E il celebre psicoanalista Sigmund Freud sostenne che tutti i bambini sono perversi in modo polimorfo. Il filosofo Jean Paul Sartre confessò di essere stato da bambino un mostro, ma aggiunse - «uno dei mostri che gli adulti fabbricano con i loro rimpianti».
Samuel Butler proclamò il paradosso che i bambini siano rovinati dalle virtù dei loro genitori. Che cosa vi è di più mostruoso di un fanciullo costretto a rinunciare alla sua natura, all'uso della ragione, all'ascolto del proprio animo, ai senti-menti, alle pulsioni più vere? Che cosa c'è di più subdolo della giustificazione della violenza, come mezzo per dare la felicità, la verità, le buone ragioni agli uomini? Che cosa v'è di più ingiusto del considerare i fanciulli portatori di una violenza che non hanno scelto né sviluppato dentro di sé?
Qualunque sia stato, e sia ancora oggi, il pensiero degli adulti sul conto dei fanciulli, una discriminante è sempre esistita: da una parte coloro che credono nella natura dell'uomo e quindi nell'ineluttabilità del suo destino e, dall'altra, coloro che credono nella possibilità che l'uomo migliori se stesso e gli altri uomini attraverso l'educazione e l'istruzione. La credenza secondo cui l'uomo nasca con una sua natura, buona o cattiva che sia, rende l'educazione e l'istruzione in qualche modo, marginali nella crescita individuale e nello stesso progresso della civiltà.
Per anni la cosiddetta democrazia familiare ha richiesto una abolizione dei ruoli, l'assenza di regole per evitare di imporle, il travestimento delle proprie idee. Una resa, una rinuncia, una latitanza che hanno consegnato i fanciulli e gli adolescenti - ignari, sprovveduti, fragili - ad una realtà complessa, aggressiva, prevaricatrice, capace di costruire dei mostri e di servirsene per uccidere, saccheggiare ogni risorsa, consumare ogni sentimento, mercificare desideri ed idee, diritti e doveri.
In un passato abbastanza recente si affermò l'idea che bisognasse eliminare l'umanità da un'immensa sventura, favorendo la fecondità della parte sana della nazione. La sventura era rappresentata dal fatto che per molti secoli era stato consentito ai degenerati di corpo ed ai malati di spirito di riprodursi. Bisognava impedire dunque che continuassero a farlo alfine di purificare la razza, eliminando i germi della decadenza fisica e morale.
Lo scopo era creare una nazione sana e poi, un mondo sano e felice. Perché gli uomini di razza buona nascono buoni e sani. E la felicità, che è compito dello Stato realizzare, va perseguita ad ogni costo. Se è necessario impedendo di nascere da degenerati o impedendo di vivere ai figli dei degenerati.
Come riconoscere i perversi, i mostri appena nati? Dal colore della pelle, dalla fede o dalle idee che professano. Metà del mondo subì la follia di Adolf Hitler, l'uomo che teorizzò e mise in pratica la pulizia razziale, ordinando l'uccisione di bambini di razza semita.
Di lui oggi tutti si ricordano con orrore i campi di sterminio e le battaglie devastanti, pochi ricordano la terrificante decisione di impedire ai degenerati di corpo e malati di spirito di generare e l'ordine di uccidere i malnati.
In una piccola città del Brasile, Londrina, qualche ano fa, dei commercianti promossero una campagna di pulizia dell'abitato. "Migliora la tua città", fecero scrivere nei manifesti, "uccidi un ragazzo".
C'erano troppi furti a Londrina e bisognava eliminare i ladri che infestavano le strade: tutti affamati, tutti appena nati.Il crimine di un ragazzo è il frutto marcio di mille crimini commessi dagli adulti. Crimini veri e crimini della fiction, entrambi nefasti.