Totò Riina, il capo dei capi di 'Cosa Nostra', deve rimanere nel penitenziario di Opera in regime di carcere duro. Lo ha deciso la Cassazione che ha negato al capo dei Corleonesi l'istanza del differimento pena, quella di detenzione domiciliare e quella per contestare la proroga del 41/bis decisa con decreto ministeriale del 12 dicembre 2006. In particolare, la Prima sezione penale della Suprema Corte - con la sentenza 18398 depositata oggi - ha dichiarato "inammissibili" tutte le richieste avanzate da Riina e ha confermato il 'no' all'attenuazione del regime detentivo così come stabilito dal Tribunale di sorveglianza di Milano il 12 ottobre 2007. Ad avviso dei giudici di piazza Cavour è ancora attuale "il pericolo per l'ordine pubblico e la sicurezza" rappresentato dal boss che ha una "impressionante biografia penale" e che è "potenzialmente in grado", se scarcerato, di riprendere i contatti con la Mafia. In proposito gli "ermellini" ricordano che le più recenti informative degli organi di polizia hanno evidenziato "la perdurante operatività del sodalizio di appartenenza del Riina (la Mafia siciliana nel suo complesso), tuttora oggetto di indagini diffuse per reati di gravissima rilevanza, sodalizio nel quale il Riina rivestiva un
ruolo di vertice assoluto". La Cassazione osserva inoltre che "potenzialmente" Riina, nonostante sia al 41/bis "e tanto più se il carcere duro venisse revocato", sarebbe in grado
"di mantenere contatti con la consorteria mafiosa di appartenenza ed anche con quelle altre articolazioni delinquenziali in vario modo ad essa collegate". Il capo della Cupola di 'Cosa Nostra' a sostegno delle sue richieste aveva rappresentato la gravità delle sue condizioni di salute con riferimento ai rischi di infarto e ad un probabile tumore alla prostata. Ma la Cassazione gli ha risposto che le più recenti relazioni mediche sul suo stato di salute "non solo illustravano un quadro stabile e sotto controllo ma, soprattutto, negavano qualsiasi incompatibilità con il regime carcerario in atto"In base ad una perizia medica del 6 febbraio 2007 Totò Riina, il boss di Corleone, presentava condizioni di salute "gravi e incompatibili con l'ambiente carcerario". La notizia e contenuta nella sentenza 18398 della Cassazione, depositata oggi, con la quale piazza Cavour ha confermato il proseguimento del carcere duro e della detenzione per il capo di Cosa nostra. Con riferimento allo stato di salute di Riina, la Suprema corte osserva che la perizia del febbraio 2007 è stata poi superata dalla più recenti relazioni mediche del 13 giugno 2007
e del 24 settembre 2007 "che non solo illustravano quadro stabile e sotto controllo ma soprattutto negavano qualsiasi incompatibilità con il regime carcerario in atto, non ignorando la precedente perizia, ma ritenendola superata dalle più aggiornate relazioni".
In sintesi, per i magistrati del 'Palazzaccio' le patologie denunciate da Riina (in particolare, il quadro cardiaco e la sintomatologia prostatica, tra le più rilevanti) hanno una "relativa gravità " ma sono "compatibili con il sistema carcerario. La Cassazione replica al boss - che chiedeva gli arresti domiciliari, il differimento della pena o la fine del
carcere duro - che il suo "quadro sanitario è stabile, riceve un controllo farmacologico del tutto congruo, è sottoposto a monitoraggio continuo, con compatibilità con carcere e con il
regime in atto". Senza successo, dunque, il boss di Corleone, ha cercato di convincere i giudici della Cassazione facendo presente che "il tipo di infarto che lo aveva colpito nel 2003 era di natura tale da indurre grave rischio di recidiva e quindi di evento cardiaco
fatale, improvviso ed imprevedibile". In poche parole, Riina teme un infarto fulminante. Inoltre, il capo dei corleonesi è preoccupato anche per "un aumento significativo dei valori del Psa e per il calo di peso, elementi indiccativi di un probabile tumore alla prostata". Ma per piazza Cavour questi mali non sono sufficienti per far uscire Riina dal carcere di Opera o per metterlo nel girone dei detenuti comuni.