"Se il problema, sia che fosse meccanico o elettrico, sia che si trattasse di un incendio, intaccava il discorso della qualità del materiale e quindi la produzione, allora si fermava l'impianto, altrimenti no e si interveniva a linea di movimento". È quando ha dichiarato, nella sua testimonianza in aula, Giovanni Pignalosa, uno degli operai della ThyssenKrupp intervenuto la notte dell'incendio in aiuto dei suoi compagni e che sta deponendo nella nuova udienza del processo per il rogo costato la vita a sette lavoratori.
Rispondendo alle domande del pm Laura Longo, Pignalosa ha detto che, soprattutto negli ultimi tempi, il pulsante di emergenza che bloccava gli impianti veniva schiacciato di rado e che "alcuni lavoratori avevano anche subito pressioni psicologiche per non schiacciarlo e per arrangiarsi a risolvere il problema con la linea in movimento. Il lavoratore sapeva ha proseguito- che se lo schiacciava e il problema non era così grave incorreva in richiami verbali e si cercava quindi di sopperire senza fermare la linea".
Come nelle precedenti testimonianze di altri lavoratori, anche Pignalosa, che in Thyssen ricopriva anche il ruolo di Rsu, ha parlato di un calo di manutenzione e pulizia "già dal 2005. Prima -ha precisato- veniva fatta la manutenzione programmata con la fermata dell'impianto mentre in seguito si facevano manutenzioni tampone soltanto su richiesta in caso di malfunzionamento dell'impianto. La priorità era quella della produzione, in alcuni casi l'impianto si fermava e in altri no, a seconda del tipo di guasto e dell'intervento da fare".
La stessa cosa, ha detto Pignalosa, accadeva per la pulizia. "Prima c'era un'impresa che periodicamente passava a ripulire dall'olio e dalla carta, in seguito la cosa avveniva su chiamata e in ogni caso noi lavoratori a fine turno pulivamo e, nel caso delle visita dell'amministratore delegato, prima ci veniva chiesto di pulire il più possibile". L'operaio ha anche ricordato un episodio del settembre 2007 in cui un lavoratore a cui era stato chiesto dal caporeparto di andare nella sala macchine a ripulire l'impianto "si era rifiutato perché aveva visto che c'era un palmo d'olio e aveva chiesto di chiamare l'impresa di pulizie ma gli era stato risposto in malo modo di non preoccuparsi di questo e che l'impresa era impegnata altrove".
Pignalosa ha anche ricordato con molta commozione la notte dell'incendio quando "un collega arrivò gridando che la Linea 5 era scoppiata ed erano morti tutti". L'operaio, che in seguito all'incendio aveva dovuto far ricorso alle cure mediche, si era quindi diretto verso la Linea 5. "Vidi Rocco Marzo -ha ricordato- che camminava sulle sue gambe ma era tutto ustionato, sembrava bollito. Mi disse di avvisare la sua famiglia ma di non farli preoccupare più del dovuto. Anche De Masi e Santino si reggevano sulle loro gambe ma erano totalmente ustionati e mi chiedevano che cosa si erano fatti. io feci allontanare Boccuzzi -ha proseguito Pignalosa- che più volte fece il gesto di andare a salvare Schiavone che era ancora fra le fiamme. Poi c'era Scola a terra che gridava di non lasciarlo morire, Rodinò, più cosciente, che mi disse di non preoccuparmi di lui ma di pensare a Scola e Laurino che erano messi peggio. Io mi avvicinai a Laurino, era in una posizione che sembrava un bimbo appena nato e mi ripeteva di non abbandonare la moglie e i figli e di stare vicino alla sua famiglia".