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Corte di Cassazione: "E' reato toccare le caviglie delle donne". Condannato 36 enne per tentata violenza sessuale

03 luglio 2008
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Le caviglie delle donne non si devono mai toccare contro il loro volere. Lo sottolinea la Cassazione che avverte come allungare le mani sui polpacci femminili fa rischiare una condanna per violenza sessuale. Il motivo? Si tratta di un "chiaro approccio sessuale, prodromico a piu' approfonditi contatti fisici" laddove la donna venga sorpresa con "insidiosa rapidita'". Applicando questo principio la III sezione penale (sentenza 26766) ha confermato

la condanna ad 8 mesi di reclusione per tentata violenza sessuale nei confronti di un 36enne di Monza, Pietro Fabio P., colpevole di aver seguito Maria C. di 25 anni per un tratto di strada fino alla porta di casa del fidanzato e raggiuntala "l'aveva afferrata per i polpacci intimandole di stare zitta". Il giovane, poi ricostruisce ancora la sentenza di piazza Cavour, aveva dovuto desistere per la ferma e decisa reazione della donna che si liberava dalla presa dell'uomo e urlando faceva intervenire in suo aiuto un poliziotto". Per avere sfiorato le caviglie di Maria, Pietro Fabio e' stato condannato sia dal gup del Tribunale di Monza, con sentenza del 2 febbraio 2006, sia dalla Corte d'Appello di Milano, nello scorso novembre. Inutilmente il giovane si e' difeso in Cassazione chiedendo clemenza sulla base del fatto che "il toccamento di una caviglia non puo' considerarsi atto di intrusione nella sfera sessuale altrui perche' questa zona del corpo non e' qualificata come erogena". I supremi giudici hanno respinto il ricorso e hanno fatto propria la decisione del giudice di merito che gia' avevano evidenziato come "il gesto compiuto" da Pietro Fabio "preceduto da pedinamento, fischi da richiamo e apprezzamento, fosse un chiaro approccio sessuale prodromico a piu' approfonditi contatti fisici, laddove la vittima non si fosse opposta".

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Ancor piu' grave il gesto, annota ancora la Suprema Corte, per la "insidiosa rapidita' della condotta cosi' da sorprendere la donna". Inutile, dunque la difesa ad oltranza del giovane che ha tentato pure di salvarsi dagli 8 mesi di condanna sostenendo di aver voluto fare alla ragazza soltanto uno scherzo di cattivo gusto. "Tra i due non intercorreva la pur minima conoscenza -rileva ancora la Suprema Corte- circostanza che non avrebbe potuto fare ritenere plausibile che il giovane avesse voluto fare uno scherzo alla donna".

In definitiva la Suprema Corte ricorda che e' configurabile il tentativo di violenza sessuale anche "in mancanza di contatto fisico tra imputato e persona offesa". Basta soltanto "il requisito soggettivo della intenzione id raggiungere l'appagamento dei propri istinti sessuali e quello oggettivo della idoneita' a violare la liberta' di autodeterminazione della vittima nella sfera sessuale". 

Fonte: adnkronos
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