Da più parti politiche e sindacali si fa a gara nel sostenere la necessità di vendere (o svendere) la storica compagnia di bandiera. Ma perché? Bisogna fare alcune considerazioni preliminari: In Italia le cosiddette “public company” cioè le strutture il cui capitale è in tutto o in parte in mano pubblica sono state organizzate sotto il profilo giuridico ed economico nella forma di S.P.A.(società per azioni) le cui azioni o almeno una parte di esse sono soggette ai mutevoli orientati e speculativi umori del cosìdetto mercato .Una cosa è l’efficienza ,la puntualità ,il livello tecnico e di sicurezza che una compagnia aerea deve avere ed un altro la profittabilità dell’impresa sotto il profilo puramente economico e monetario, specie poi se la compagnia è sostenuta dal denaro dei contribuenti.E questo discorso vale per tutte le iniziative economiche pubbliche.
E non importa se la public company si inserisca in un mercato dove gli attori sono molteplici e gli interessi variegati .Questo è il male di Alitalia che è metafora dell’Italia una nazione in attesa di essere svenduta.La presenza strategica sul mercato della compagnia aerea di bandiera non deve essere mai confusa con la profittabilità di un’impresa commerciale il cui unico scopo è che i ricavi superino i costi così da remunerare l’investimento azionario .
La stessa struttura direttiva delle aziende pubbliche non deve mutuare (o copiare) aspetti propri assegnati dal diritto alle società commerciali (cda, presidente ,amministratore delegato ), visto che il capitale di riferimento é in mano statale . Essa si deve affidare ad un dirigente generale di nomina governativa ,che ha il compito di definire le strategie disegnate dal parlamento della repubblica.
Ma come mai si è arrivato al collasso di un’azienda come l’Alitalia il cui livello tecnico è buono ed il cui grado di occupazione dei posti nei voli è elevato (circa l’80 %) ,mentre altri protagonisti del mercato pur nelle difficoltà della presente situazione presentano situazioni economiche soddisfacenti: Prima è’ stata ampiamente propagandata l’idea, che il “Pubblico” sia un male e vada pertanto esorcizzato perché fonte di spreco e corruzione mentre il “PRIVATO” è la panacea di tutti i mali , poi si è dato gran risalto alle costose retribuzione del personale ed agli emolumenti e le principesche liquidazioni dei cosìddetti organi volitivi. Eppure le svendite della SIP ,della CIGA e di molte altre realtà un tempo in mano statale non ha portato ai benefici sociali auspicati .
Il Pubblico se gestito con cura ,efficienza e razionalità è un bene supremo da sostenere e difendere Il discorso va inquadrato più che sui costi (che possono e debbono essere razionalizzati ),sui vantaggi sociali , cioè quei concetti più ampi e generali di profitto sociale che devono venire (nel caso se ne dovesse ravvisare la ragione) alimentate direttamente dalla mano pubblica.Il ragionamento vale per tutti i settori strategici dell’economia, trasporti ferroviari e marittimi, telefonia energia ,telecomunicazioni, che devono vedere in prima linea l’apparato statale ,come garanzia di imparzialità e correttezza ed in funzione di calmiere alle incombenti tattiche speculative di gruppi affaristico-mafiosi spregiudicati.
Vanno tuttavia riorganizzati gli assetti funzionali delle compagnia ,inquadrandoli in modo diverso dal punto di vista giuridico e normativo in modo da impedire le manovre speculative sui titoli ,e garantire linearità ed efficacia ad un management del tutto svincolato dai condizionamenti della politica e retribuito sulla base dei risultati e degli obiettivi raggiunti.
Non si comprende poi perché debbano essere finanziati così cospicuamente corsi professionali (nella sola Sicilia 247.000.000,00 di euro quest’anno ) il cui principale beneficio è sostenere enti di formazione inutili e spreconi (ed i suoi organi dirigenti prevalentemente di provenienza politico-sindacale ) ed indignarsi se una società pubblica il cui ruolo sociale ed economico è ampio e rilevante vada in un momento di crisi aiutata con qualche manciata di euro .In conclusione: no svendita, no cordata imprenditoriale, si a rifondazione e ristrutturazione dell’azienda dal punto di vista giuridico ed organizzativo con occhio attento ai benefici sociali (affluenza di turismo,collegamenti commerciali,interscambi culturali)
S. Panvini