Una lettera di minaccia alla seconda carica dello Stato suscita apprensione, propone domande, richiede indagini, suggerisce solidarietà, comunica le intenzioni della vittima, oltre che dell’autore delle minacce. I personaggi pubblici vengono guardati sotto una luce diversa e i poliziotti stanno più attenti, rafforzano la sicurezza, mentre gli inquirenti cercano di capire quale consistenza abbiano le minacce, da dove possono venire come si possa impedire che esse vengano realizzate.
Ci sono, è vero, i rituali stucchevoli: solidarietà, espressioni di stima, incoraggiamenti, giudizi positivi sulla vittima e la considerazione, consueta, che si tratta di pistola spuntata, il minacciato non si farà irretire dalle minacce. Effetti secondari.
Le minacce ormai hanno un ruolo preciso nella cronaca politico-parlamentare del Paese, fanno parte del contesto, come le scorte, i conflitti, i sospetti, le indagini dei magistrati. Sono diventate così consuete da non fare più notizia o quasi, a meno che la vittima non sia un personaggio di primissimo piano e le minacce non siano reiterate e costanti. La qualità delle minacce e la possibile provenienza connotano la gerarchia della notizia. Se le minacce arrivano da Cosa nostra o dall’estremismo terrorista, allora ottengono maggiore considerazione. In linea di principio, perché capita che vengano trascurate, sottovalutate, o sopravvalutate a seconda delle circostanze.
Nel caso dell’attentato al giuslavorista Biagi, ucciso dai brigatisti rossi a Bologna, la vittima era considerato quasi un rompiballe, perché era spaventato ed aveva richiesto maggiore attenzione. Fu creduto a metà, e sappiamo com’è andata. L’episodio provocò anche le dimissioni del ministro dell’Interno in carica.
Quando le minacce sono sopravvalutate non si corrono pericoli di sorta, naturalmente. Accade che si faccia un gran battage attorno ad un rischio inesistente. Le minacce, in questo caso, producono solo buona considerazione per la vittima. Chi è minacciato dalla mafia, per fare un esempio, non può essere certo amico della mafia. Vuol dire che ha fatto qualcosa che i boss non hanno gradito, che disturba le loro operazioni, crea problemi. Solo circostanze siffatte pretendono un avvertimento.
La minaccia è un avvertimento che ha il compito di spaventare il destinatario, indebolirne le intenzioni, suggerirgli una condotta diversa. Quindi hanno un movente preciso che gli inquirenti hanno il compito di scoprire al fine di prevenire il rischio che le minacce siano portate a termine.
La minaccia priva di un movente non esiste. E’ una stupidaggine. Procura notorietà al destinatario e lo arruola nell’esercito dei nemici del presunto autore della minaccia. Né più né meno.
Ci sono minacce che sembrano funzionali a questo scopo, stabilire un nesso fra il minacciato e la sua azione pubblica di contrasto al crimine organizzato, al terrorismo, al malaffare ecc. Quando è questo lo scopo, significa che non c’entrano niente le centrali del crimine e del terrorismo, ma costruire il castello di carta sono altre centrali, che hanno altri compiti da portare a termine nel momento giusto e con le modalità corrette. Bisogna aggiustare l’immagine deteriorata di un personaggio pubblico? Facciamogli arrivare una bella lettera di minacce.
Capita anche che i destinatari di minacce siano piuttosto vittime di stalking, ne ricevono a ripetizione ed i giornali pare che non si occupino d’altro. Qualche volta il destinatario delle intimidazioni, subite un giorno sì ed un giorno no, sembra correre un solo pericolo: di sedere su uno scanno parlamentare. Significa che non capisce niente nessuno e gli tengano il sacco? Che sia tutto organizzato a questo scopo?
Nemmeno per idea, quando c’è il fumus mafioso di mezzo, il livello di percezione diminuisce, la capacità di ragionare, analizzare le cose come stanno è messa a dura prova. L’esercito dell’antimafia si ingrossa di personaggi che non c’entrano niente con il contrasto al crimine organizzato. Le conseguenze sono gravi.
Lasciamo da parte l’esperienza fin qui acquisita, le perplessità, i dubbi e tutto il resto. Il caso Schifani teniamolo fuori da tutto questo, perché è un’altra cosa. O potrebbe benissimo essere un’altra cosa.
Capita assai di rado che l’autore delle lettere anonime siano indagati: con la sola eccezione del giudice Alberto Di Pisa (poi assolto), s’indaga sempre sui contenuti che offrono notizie di reato. La lettera di minaccia ricevuta dal presidente del Senato, Renato Schifani, però non è affatto una lettera di minaccia, a giudicare dai brani resi pubblici dai giornali. “Stia attento perché è in pericolo la sua vita e quella dei suoi familiari. I cosiddetti perdenti sono alla resa dei conti”.
Coloro che hanno esaminato il contenuto della lettera l’hanno giudicata “generica e pedestre”, ma non hanno escluso che sia una minaccia. Invece non lo è affatto. Chi scrive a Schifani sembra farlo per avvertire il presidente del Senato che c’è chi sta cercando di fargli del male, a lui ed ai suoi familiari. Chi scrive denuncia un crimine in preparazione. E’ un “benefattore”, un delatore a fin di bene. Non si espone, ma fa sapere di essere mosso dall’intenzione di tutelarlo. L’autore, o gli autori, dunque, stanno dalla parte di Schifani, si preoccupano della sua incolumità, denunciano la possibilità che subisca un attentato. O questo è quello che vogliono fare credere; potrebbe trattarsi di una finzione, come quella recitata da chi propone una protezione per poterla “vendere”.
Il linguaggio non è ambiguo, ma pedestre, avvertono però gli inquirenti.
Perché?
Dai brani pubblicati non si evince.
L’attenzione deve essere rivolta, in questa fase, alle motivazioni. Che cosa potrebbe avere consigliato qualcuno a “punire” il presidente del Senato?
La “soffiata” amica è arrivata all’indomani delle rivelazioni di Gaspare Spatuzza sui presunti rapporti che l’allora avvocato Renato Schifani avrebbe avuto con gli ambienti di Filippo Graviano, il boss della strage di Via D’Amelio. Non può essere una coincidenza. E’ capitato altre volte che, all’indomani di eclatanti episodi, il personaggio pubblico chiamato in causa subisca avvertimenti mafiosi. Capitò di recente anche al senatore Vizzini. Identica sequenza. Fu chiamato in causa per una questione di tangenti, si presentò spontaneamente in Procura per dare la sua versione dei fatti, smentì ogni cosa e qualche giorno dopo ricevette minacce.
Schifani ha smentito Spatuzza, si è detto indignato ed ha annunciato querele. Il pentito dice il falso. Per quale ragione? La sequenza – rivelazioni/minacce - si ripete e pretende una riflessione.
Bisogna farsi delle domande, la prima riguarda la possibile connessione fra i due eventi. Può trattarsi di una coincidenza? Improbabile. E allora? Proviamo a indovinare: la lettera è stata fatta per indurre il destinatario a difendersi senza “esorbitare”. Smentisci pure il pentito Spatuzza, ma non ti allargare, insomma, perché i “perdenti” sono incazzati.
I perdenti chi sarebbero?
Non lo sappiamo, il contesto è oscuro.
Chi decide di avvertire il presidente del Senato di un pericolo, sa bene che il suo avvertimento susciterà clamore. Si potrebbe legittimamente sospettare che sia proprio il clamore, l’obiettivo. Ed è questo che ha ottenuto, visto che è stato reso noto il contenuto della missiva.
Mentre Spatuzza fa di Schifani, ingiustamente, un frequentatore di di boss, la lettera lo segnala come il bersaglio del crimine. Un crimine non identificabile, visto che il contenuti della lettera sarebbero lontani dallo stile mafioso.
Un mistero, ancora uno.
Una cosa è sicura, la lettera anonima al presidente del Senato non va presa sottogamba. Per tante ragioni. Una di queste potrebbe essere che la mafia non c’entra niente, la qualcosa rende più inquietante l’episodio.
ecco chi era quella persona al banco raccomandate delle poste l'altra settimana, con il basco, gli occhiali da sole ed il bavero della giacca alzato .. che sembrava l'on. Schifani ...
ma puo' essere che se l'e' spedita da solo?
Anch'io l'ho pensato
Certo, a prescindere da Spatuzza e da alcuni commenti ironici, l'esser conosciuto sulla piazza di Palermo, più che come principe del foro, come principe del recupero crediti, qualche interrogativo lo pone.
ecco chi era quella persona al banco raccomandate delle poste l'altra settimana, con il basco, gli occhiali da sole ed il bavero della giacca alzato .. che sembrava l'on. Schifani ...
ma puo' essere che se l'e' spedita da solo?
Non capisco...perche' la lettera di minaccia e' arrivata solo dopo che un pentito lo metteva in discussione...ma con una tempistica allucinante.Qualcuno puo' spiegarmelo?
ecco chi era quella persona al banco raccomandate delle poste l'altra settimana, con il basco, gli occhiali da sole ed il bavero della giacca alzato .. che sembrava l'on. Schifani ...
ma puo' essere che se l'e' spedita da solo?