La mirabile storia della morte di un fenicottero

26 giugno 2008
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Un uomo dal carattere d’acciaio, inflessibile, di poche parole. Aveva girato il mondo. 40 anni sul mare: due guerre, un siluramento, due naufragi e mille avventure dal Brasile alle Indie.

Gli piaceva raccontare le sue memorie: con me aveva un rapporto speciale e non si stancava di narrare, in siciliano, ogni sorta di storia. Ho scoperto, tanti anni dopo la sua morte, che alcuni episodi della sua vita li aveva affidati solo a me. Forse perché un giorno li raccontassi.

Nonno aveva la memoria intatta e il giusto ritmo della narrazione, i suoi racconti, avventurosi, tristi e allegri, erano un libro da ascoltare, da vedere.

Ed io lo ascoltavo nei pomeriggi uggiosi, quando non si poteva giocar nei campi, e la pioggia scendeva fitta e sottile, come un antico rimorso della coscienza: ascoltavo la sua voce profonda e sicura, a tratti velata dalla malinconia, dal rimpianto, dai ricordi di tutta una vita.

Talvolta, d’improvviso taceva, e fissava un punto troppo lontano, socchiudendo gli occhi: sembrava aguzzare lo sguardo per rincorrere la sua vita troppo veloce, inafferrabile: navigare nel mare di un’esistenza, nell’etereo delle sensazioni provate. Poi riprendeva.

Seduto di fronte a Lui dietro la finestra, guardavo la pioggia e mi stupivo sempre che una sola piccola goccia, riuscisse a far vibrare a lungo, tutta l’acqua delle larghe pozzanghere nel cortile.

Mi disse: “c’era questo piovigginoso tempo di Ponente, il giorno che ho assistito ad un fatto veramente straordinario”.

Iniziò da lontano, come era solito, e ricordò che negli anni 20’, mangiare carne era un lusso che pochi potevano permettersi. Così molti uomini erano cacciatori, non per diletto, ma per necessità, per cercare di portare a casa un po’ di proteine per integrare la povera dieta quotidiana.

Quel giorno, mi disse, un grido echeggiò lontano dagli agrumeti che digradano lentamente verso lo Ionio, squarciò il silenzio e annunciò: “stanu passannu aroi!”. Stanno passando gli aironi!.

Sotto la denominazione di “aroi” (aironi) venivano collocati indistintamente tutti i trampolieri di passa, piccoli e grandi, tranne le cicogne che venivano distinte e riconosciute.

In quella occasione si trattava della passa primaverile dei fenicotteri, che dall’Africa risalivano verso il continente europeo.

Il fenicottero in siciliano si chiama “russeddu di sipala” ovvero “Rossello delle canne”, infatti sipala è il nome dialettale di una piccola canna da palude.

In Sardegna dove ancora oggi il fenicottero è comune e in parte stanziale, ha un nome dialettale antico e fantasioso che esprime il rispetto del popolo sardo per questo pittoresco animale: “sa zente arrubia”: il popolo rosso.

Quasi sempre i grandi migratori passavano e passano sulla Sicilia con un volo molto alto, salvo fermarsi talvolta per riposare al biviere, alle paludi dell’Anapo e in tutte le zone acquitrinose.

In presenza di condizioni climatiche avverse, come pioggia o forte vento contrario, i migratori erano costretti a volare basso.

Sentita la grida che si rincorreva, dalle case viciniori, tutti coloro che avevano un fucile, uscirono allo scoperto, ma accortisi che si trattava di una preda non commestibile, desistettero dallo sparare.

Un malaccorto vicino di casa, un certo Giovanni, vuoi per ignoranza, vuoi per spacconeria, sparò un colpo, invero senza speranza di centrare il bersaglio, troppo in alto, a limite del tiro. Ma il destino era in agguato e il piombo arrivò ugualmente a segno.

Colpì l’ala di un fenicottero. Il grande trampoliere ebbe un sussulto scomposto, perse subito quota e cominciò ad annaspare nell’aria cercando di non precipitare, ed emettendo il tipico verso, che Dante chiama “lai”, lamento.

Due altri fenicotteri dello stesso stormo, vistolo in tale difficoltà, incuranti del pericolo, si staccarono dalla formazione a “V” e si portarono subito sotto l’animale ferito, cercando di sostenerlo fisicamente e di non fargli perdere quota.

Lo accompagnarono così dall’alto in basso, disegnando nell’aria insieme a lui cerchi sempre più piccoli e insanguinati, un vortice senza speranza.

Il povero animale continuava a perdere quota: disperati i due soccorritori cercavano di riportarlo in alto con tutte le loro forze, dispiegando le ampie ali rosa e nere, ma la ferita era troppo grave e la caduta inesorabile.

Lo accompagnarono così, standogli sotto per sostenerlo, finché non raggiunse la terra, dove quasi lo adagiarono. Poi con un colpo d’ala repentino e potente, si allontanarono leggeri a dispetto dalla loro grande sagoma, ritornando allo stormo, che pur rallentando si era allontanato.

Tutti gli uomini avevano seguito increduli il tentativo di salvataggio dell’animale ferito: erano rimasti immobili, come il tempo che si era fermato, rapito dalla irreale e straordinaria bellezza di questa tragedia. Mentre l’acqua continuava a bagnare i volti, i sentimenti e il dolore.

Giaceva a terra il fenicottero e gridava addolorato e stupito, con le zampe piegate, dimenando l’ala sana e quella spezzata, dalla quale perdeva copiosamente sangue.

L’uomo che aveva sparato si avvicinò e dietro lui tutti gli altri. L’animale soffriva molto ed era ormai morente, pur dimenandosi ancora nella disperazione.

Nonno si rivolse al responsabile di quell’inutile tragedia: “Giovanni, se hai avuto il coraggio di sparargli senza motivo, ora devi avere il coraggio di porre fine alle sue sofferenze”.

Ma Giovanni non era capace di finire l’animale che continuava la sua dolorosa agonia; rispose: “Bastiano non me la sento di fare questo”. Allora nonno indietreggiò di qualche passo, fece allontanare gli altri e sparò, ponendo fine allo strazio del grande trampoliere che reclinato il capo, insieme al sangue perse la sua selvaggia fierezza.

L’animale rimase immoto e tutti tornarono verso casa. Nonno richiamò ancora Giovanni e gli disse: “No voi mancu vurricari ?”, non vuoi neanche seppellirlo? Si accorse che il responsabile del misfatto tratteneva le lacrime: tutte tranne una.

Riprese “restituiscilo alla terra, visto che l’hai tolto dal cielo”. Girò le spalle e andò via.

Ascoltavo ancora rapito e affascinato dalle meraviglie della natura … dal gesto generoso dei soccorritori … ma la storia era finita; nonno ora taceva e sembrava rivedere nei suoi occhi lucidi, quelli del fenicottero morente.

Non dissi nulla, continuai a guardare la pioggia che incurante precipitava ancora più fitta e lenta, colmando la nera terra lavica tra i filari della vigna senza foglie, come un pianto amaro e leggero. Come l’urlo disperato e muto della superbia spezzata.

 

Giuseppe Di Bella

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Anonimo 14 luglio 2008   09:37

mi piacerebbe continuare a leggere "i racconti del nonno".

Anonimo 27 giugno 2008   21:51

Una storia vibrante, dolorosa e umana. mi pare che possa far riflettere anche sul rapporto dell'uomo con gli animali.

Anonimo 27 giugno 2008   17:28

ogni tanto ci si ferma...nella frenetica vita quotidiana...e quando ti si presenta  una piccola perla..non puoi fermarti senza  ammirala...

 

Anonimo 27 giugno 2008   09:20

TOCCANTE. UNA PROFONDITA' DELLA NARRAZIONE PIACEVOLE ED EMOTIVAMENTE INTENSA.

Anonimo 26 giugno 2008   23:40

Veramente suggestivo ed in bello stile: un po' triste l'epilogo ma di grande intensità. 

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